003 » Perché scrivere?

Ricordo ancora quando decisi di diventare uno scrittore. Avevo 14 anni. Comprai da un compagno di scuola Lo Hobbit e lo lessi d’un fiato. A fine lettura decisi che J.R.R. Tolkien era l’essere umano più interessante di cui avessi mai sentito parlare. Volevo essere come lui.

Pensieri giovani, con un buon bagaglio d’innocenza. In realtà non sapevo che in quel periodo avevo semplicemente scoperto una delle mie verità, fino ad allora sconosciuta: amo scrivere per raccontare. È semplicemente una parte di me, oltreché uno degli aspetti più affascinanti della nostra specie. Per scoprirlo mi bastò la prima, vera lettura della mia vita, perché scelta da me senza alcuna imposizione scolastica. Ricordo ancora il momento in cui, pagato 5.000 lire, il compagno di scuola mi diede il romanzo – non così chi era, ahimè. Se penso che da quel momento non ho mai smesso di leggere… Fu un momento storico, che oggi assume tratti simbolici.

Non esiste scrittore che non sia un lettore forte. Qualsiasi passione giovanile passa per l’ammirazione di chi è un maestro. Uno scrittore imberbe ama gli autori dei romanzi che ha più amato e che, garantito, lo influenzeranno per il resto della vita. È per questo che inizialmente si “imita”, più o meno coscientemente. Poi, col tempo, emerge la propria individualità e ci si comincia a distanziare – se si legge poco, il processo che porta a scoprire l’unicità della propria voce si verifica con assai meno frequenza. Uno dei vantaggi di essere un lettore forte è che si ricevono molti input diversi, si accresce il proprio registro narrativo, aumentano le soluzioni a propria disposizione e l’elasticità mentale che giova alla comunicazione scritta.

Più si legge, meglio si scrive. (E scusate la banalità.)

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Stiamo trascorrendo un fine settimana in campagna, qui in Catalogna. Abbiamo affittato una masia (ovvero una casa di campagna; quattro famiglie, per un totale di 7 adulti, 5 bambini e 3 cani – che abbaiano troppo al nulla). Siamo circondati dai campi e da soli suoni naturali. Più gli abbaii, che dopo cinque minuti di fila mutano da suono naturale a fastidio – e dopo un’ora (?!) in tormento! Vedere la cagnetta Gala abbaiare al campo di grano a volte per un’ora di seguito m’è parsa una metafora perfetta di quanto la paura possa generare mostri là dove non ne esistono. Poverina, tutto quel fiato al nulla! Quando mi sono avvicinato per tranquillizzarla, accarezzandola un po’, quasi m’ha morso per lo spavento. Diciamo che era un po’ tesa. Ecco. Troppo spazio, le è sembrato minaccioso.

Cani a parte, poco fa stavamo parlando con un’amica che di recente ha lasciato l’ufficio. Chi di noi la conosce meglio è convinto che debba fare la terapeuta. Noi amici abbiamo tutte le competenze per aiutarla a cominciare e proporsi come tale. Unendoci, in poco tempo lei sarebbe pronta a “vendere” la sua expertise, come si dice di questi tempi. Sì?

No. Non è questo, in realtà. L’idea di fondo è un’altra: lasciare per sempre l’ufficio e occuparsi di qualcosa che per lei non sarebbe un lavoro, aiutando altre persone nel contempo. Sì? Sì.

Nella società odierna l’essere umano ha perso di vista il nocciolo della questione: per stare bene e vivere appieno è fondamentale occuparsi di qualcosa che sia allineato con la propria essenza. La maggior parte di noi non può rispettare questa legge, me compreso (ma appartengo alla minoranza che se n’è resa conto e sa come cambiare sul serio la propria quotidianità per sempre – chiarito il percorso, bisogna percorrerlo a ogni modo, sennò sono solo parole).

La mia essenza è raccontare, così come musicare. Chi mi conosce lo sa. Per carattere e pregi, ho il potenziale per riuscire in entrambe le cose, mentre in quasi tutte le altre sarei un mediocre (con “riuscire” intendo fare bene, non avere successo).

«L’ansia dipende dalla continua proiezione di se stessi nel futuro. Così come la depressione dipende dal fatto che non si vuole abbandonare qualcosa del passato», ci ha detto stamani l’amica di cui vi parlavo più sopra. Concetto che mi ricorda Yoda, il Maestro Jedi di Guerre Stellari (per chi non lo conoscesse): “This one a long time have I watched. All his life has he looked away… to the future, to the horizon. Never his mind on where he was.” (Questi per lungo tempo ho guardato. Tutta la sua vita ha guardato lontano… al futuro, all’orizzonte. Mai la sua mente era dove si trovava.) Ritengo sia vero. L’unica via, come sempre, è quella del presente, perché vivere nel presente è un prerequisito del vivere centrati. E vivere centrati significa non regalare la nostra esistenza a qualcosa che non ci appartiene, a qualcosa che è una forzatura.

Il tema è attinente alla scrittura. Uno scrittore necessita di pescare nel passato e di sapere dove vuole arrivare in futuro. Tuttavia scriverà sempre nel presente, con il corpo, la mente e il cuore concentrati su ciò che sta facendo. Il solito trito discorso di raggiungere la cima un passo alla volta. Trito e ritrito, ma vero. Se una cosa è corretta, non importa sia vecchia quanto il mondo.

Ora, la nostra stessa lingua ci istruisce (le parole contengono tutti gli insegnamenti necessari, se ci si fa caso). Di una persona molto concentrata si dice che è “immersa”. Altra metafora perfetta. Per scrivere si dev’essere un tutt’uno con la propria essenza, che non è una cosa soltanto impalpabile e quasi indiscernibile, ma è costituita anche dalla nostra postura mentre scriviamo ad esempio: non si può star gobbi per ore e non provare dolore. E se si prova dolore, qualcosa in noi ci dice di smetterla di fare quella cosa. Quando non siamo centrati, cerchiamo d’istinto l’equilibrio (ma è meglio esserne consapevoli per un risultato migliore). È lo stesso che ci succede in ufficio o in altre situazioni. Sapete, quando non ce la facciamo più e avremmo bisogno di uscire e cominciare a camminare, vuotarci la mente e respirare? È perché ci siamo squilibrati troppo e la nostra essenza ci avvisa di rimediare il prima possibile.

Perché scrivere, dunque?

A fine lettura de Lo Hobbit seppi che quella era la mia strada. E sono riuscito a dimostrarmelo nel tempo, più che dimostrarlo agli altri. Ora che mi riaffaccio e riprendo il dialogo con voi aspiranti scrittori, mi rendo conto di quanto mi sia mancata quest’attività, di quanto il mio pensiero abbisogni della scrittura per procedere lineare e non a zigzag come un forsennato. La mia essenza ha cercato di avvisarmi in ogni modo, ma fissavo troppe cose del passato e mi risultava impossibile reagire da solo. Soltanto quando sono riuscito a convincermi che dovevo riprendere il cammino, che era fondamentale per la mia salute, mentale e di conseguenza fisica… soltanto allora il risveglio è cominciato.

Ora e pian piano la mia essenza si sta allineando. No, non sono ancora ben centrato e probabilmente mai lo sarò (manco fossi Buddha!), ma so che se c’è un modo per sentirmi bene, questo è scrivendo e, soprattutto, dando il meglio di me a chi vuole scrivere.

Nel mio caso, cioè, la risposta alla domanda iniziale è: perché se non scrivo muoio poco a poco, giorno dopo giorno. Ovvero, la risposta mi parla di chi sono.

Scrivere è la mia, personale maniera di riflettere e meditare. Riassumo, consolido, scarto, ovvero potenzio il processo cerebrale che avviene di notte. E nel contempo mi libero, correndo senza freni e senza controllo. La scrittura ha tutto per mantenerci sani e centrati, ma pretende salute ed equilibrio. È un circolo vizioso, cioè, che si alimenta di se stesso. Ed è per questo che la costanza è fondamentale.

Per essere costanti ci vuole abnegazione. Chi di voi non conosce il termine, ecco la definizione corretta dal Treccani: “spirito di sacrificio; dedizione ai propri doveri, spesso accompagnata da una consapevole rinunzia ai propri interessi”. Direi che più chiaro di così non si può. Scrivere è un’attività che esige molto impegno, ma ricompensa con enormi benefici – nessuno dei quali è il denaro o la fama. Certo, a patto di farlo con un obiettivo chiaro in mente e con regolarità. Qualcuno ha detto che l’unica differenza tra chi ha successo e chi non ce l’ha è che il primo ha perseverato. Dal mio punto di vista è un po’ troppo ottimistico, perché semplicistico, ma il messaggio contiene una grande verità: senza costanza lasciate stare qualsiasi grande ambizione. Ciò detto, avete il pieno diritto di scrivere quando e quanto vi pare: è un’attività intelligente e sana e non sarò certo io a sconsigliarvela. Solo dico le cose come stanno, senza i dolcetti (o i salatini) dei corsi di scrittura creativa.

In realtà c’è molto di più e mi piacerebbe parlarvi di quale sia l’atteggiamento migliore (in scrittura e nella vita, secondo me; ma io non sono un santone e vi parlerò soltanto di scrittura). Frattanto, se non l’avete ancora fatto, rispondete(vi) alla domanda che pongo in questo scritto: perché scrivere? Come avrete capito o sapevate già, non posso rispondere per voi. Vi ho parlato della mia risposta. È importante che vi rispondiate, andando giù, giù e sempre più giù, dritti in fondo a voi stessi, per capire cosa volete realmente dalla scrittura. Saperlo vi aiuterà molto: in primo luogo a non tradirvi, in secondo luogo a migliorare il vostro processo.

 

Accendere una candela è gettare un’ombra :: Andrea

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