004 » La ideocultura

Lette le vostre opinioni, comincio dal punto più logico tra quelli più votati: l’ideazione.

 

Come tutte le cose animate, le idee nascono quando si trovano nel proprio habitat naturale e un insieme di fattori permette loro di nascere e crescere, di ramificarsi e unirsi… Contengono la scintilla di chi siamo così come un capello contiene il nostro DNA. Sono un minuscolo insieme dei mille e mille aspetti che ci rendono tutti unici e che è impossibile proporsi di censire: non sapremo mai tutto di noi stessi.

Ho letto parecchio sulla creatività. Allo stesso tempo sono un drogato di “interviste a scrittori” (e non solo), in cui quasi sempre si pone la tormentosa domanda: come ti vengono / da dove vengono le tue idee? Lo spazio che un’intervista concede è spesso poco, il tempo ne risulta schiacciato ed è difficile approfondire. Gli stessi scrittori finiscono per limitarsi alle banalità il più delle volte. Si sa, pochi hanno il dono della sintesi. Alcuni sì, però, e la stringatezza non toglie forza alle loro risposte, che a me sono sempre sembrate una sorta di lista di suggestioni – e forse proprio per questo le amo.

Per una volta il poco tempo ci fa un favore: le idee restano in mano… alle idee. Per “usare” una suggestione, comprenderla, è necessaria l’immaginazione, che è sovrana nel regno delle idee.

Allo stesso modo anche gli articoli hanno un lato oscuro e spesso banalizzano, pur se approfondiscono meglio delle interviste. Gira e rigira si dicono sempre le stesse quattro cose in croce quando si tratta del tema “idee” o tutt’al più si riceve il per ulteriori ricerche e riflessioni – ciò detto, se la maggior parte degli scrittori ripete le stesse cose, un perché ci sarà. (Altra cosa sono i saggi pubblicati sul tema, che sì sono di spessore, anche se a volte un po’ “troppo” tecnici, quindi a tratti difficili. Se avete tempo e voglia, vi consiglio questo: “Wired to Create” – di Scott Barry Kaufman e Carolyn Gregoire – lo sto ancora leggendo, ma quanto ho letto finora merita.)

Considero di avere una prospettiva tutta mia sulle idee e la premessa vuole dire questo: va bene, ma vorrei aggiungere un pezzetto che non sono riuscito a scovare altrove. Vorrei fare un passo di lato, dunque, cambiare binario e ragionare in una direzione parallela.

Troppo spesso si associa la mancanza di idee a qualcosa di superficiale, quando altro non è che il sintomo di una patologia più estesa: l’incapacità di ascoltarsi. Spesso questo “vuoto” viene definito il blocco dello scrittore, anche se bisognerebbe aprire una lunga parentesi, perché uno scrittore può bloccarsi per svariati motivi e in molteplici modi. Teniamo per buona la metafora del “fissare la pagina bianca”, perché utile alla digressione.

Per eliminare il blocco aiuta coltivare il bimbo che è in noi e, quindi, non smettere mai di giocare (per me “continuare a giocare” è stato passare dal fare il Master dei giochi di ruolo con gli amici a scrivere le stesse storie perché non finissero in farsa un’altra volta: smettetela di comportarvi in modo così assurdo e irrealistico! A me il potere! Tutti i personaggi sono miei… Mwahahahahaaah! – Scherzi a parte, raccontare è un gioco, anche se da adulti). Certo, ma se non lo si è fatto finora, difficile rimediarvi in tempi brevi. Inoltre, a parte il bimbo che c’è in noi… cosa?

Il silenzio.

Non siamo più capaci di restare in silenzio e di concederci tempi di silenzio quotidiani (non parlare e non ascoltare nulla). Il silenzio ci mette a tu per tu coi nostri pensieri e, se gli diamo il tempo, ci mostrerà cose meravigliose. La mia ricetta per chi dice di non avere idee è inculcargli la teoria del silenzio (è solo una questione di riequilibrarsi: tutti hanno idee, anche se non tutti possono trasporle in narrativa).

Esistono molti modi per coltivare il silenzio. Se non si è capaci di sedere con una tazza di tè e non far nulla, si può sempre andare a camminare in un bosco o sul lungomare in solitudine. Qualsiasi attività vi permetta di riflettere senza intoppi va bene.

L’unico modo certo per vincere il blocco dello scrittore è smetterla di fissare la pagina bianca. E cominciare a non far nulla.

L’iperattività, gli smartphone, internet, i mille impegni e una vita fatta di troppo intrattenimento e tempi sempre più ristretti per la riflessione… tutto questo causa la “mancanza” di idee, perché ci separa come un muro dal nostro mondo interiore, che sfuma via via, finché non ci ritroviamo di fronte a un foglio o a uno schermo bianco e non abbiamo la più pallida idea del perché lo stiamo fissando!

Questa deriva l’ho vissuta anch’io. Per lunghi periodi non ho fatto altro che guardare serie TV per non pensare. Pessimo. Mi sono sì fatto una cultura e ho goduto di “racconti” intelligenti, scritti e raccontati in modo magistrale (tutto ciò che racconta e si assorbe poi sarà parte della forza del noi scrittore), tuttavia non mi concedevo silenzio ed era proprio quello di cui avevo bisogno. Se vi capita di bloccarvi, smettetela di fare cose o di parlare o di ascoltare l’esteriore. Soprattutto, smettetela di fissare quella pagina bianca! È stupido e controproducente.

Ho avuto la fortuna caratteriale di essere ostinato e indipendente (che in scrittura sono pregi, meno se si parla di vita sociale…). La conseguenza è che ho perseguito scientemente la via della fantasia, applicando la creatività in ogni ambito. Ve lo dico senza presunzione, per semplice constatazione dei fatti: non so cosa sia la mancanza di idee (mentre so perfettamente cosa sia la mancanza di tempo o di volontà per metterle su carta per bene). Ho vissuto un “blocco” diverso, ma che portava comunque a non avere il minimo impulso a scrivere la prima parola e poi la prima riga e poi il primo paragrafo… E forse, proprio perché il mio blocco era di natura diversa, ho percepito una verità fondamentale se si vuole evitare di soffocare la propria creatività. L’interferenza continua, che spezza il segnale che proviene dall’interiore a tal punto da renderlo inintellegibile.

Le idee hanno bisogno di un terreno fertile. L’unico modo per non bloccarsi è dedicargli tempo. Se trascorrete le giornate in superficie, non saprete mai cosa c’è nelle vostre profondità, che sono il luogo in cui le idee vivono e crescono. Restare in superficie significa passare da un pensiero all’altro, senza posa, senza mai soffermarsi su uno di essi per un po’, prima di passare al successivo. Pensateci. La nostra società ci chiede sempre più spesso di pensare più cose alla volta, di essere multitasking (come sottolineava mia moglie e a ragione, gli annunci di lavoro chiedono alle persone la “capacità di lavorare sotto stress”: è assurdo! Oggi sappiamo che lo stress causa un sacco di conseguenze negative sulla salute e sulla psiche. Eppure…). I nostri bambini stanno crescendo così: fanno 3, 4 cose alla volta per tutto il giorno, ma quando gli chiedi di concentrarsi per bene su una sola… (Non lo dico io, ci sono svartiati studi che ne parlano. È mio preciso dovere insegnare a mia figlia Blu l’importanza di focalizzarsi su una cosa sola. Per ora tutto bene, ma sono certo che non sarà così facile più avanti – ha 5 anni.)

Dovete concedervi il tempo di raggiungere il substrato. Siate agricoltori di voi stessi, coltivatevi. Ancora una volta la natura c’insegna: prima di seminare un campo si rompe e smuove la terra con l’aratro, facendo emergere parte del substrato che dormiva sotto la superficie e attendeva di essere riportato alla luce del sole. Non è un caso e noi abbiamo imparato a creare le condizioni migliori perché il terreno dia i suoi frutti. Allo stesso tempo lasciamo i campi a riposare ad anni alterni, che è un po’ come dire che per scrivere non si può sempre e solo scrivere, è necessario anche stare fermi, in silenzio e aspettare che qualcosa affiori.

Ursula K. Le Guin diceva di se stessa: “Sono come un pozzo. Quando finisco un romanzo, mi sono prosciugata e devo attendere di riempirmi un’altra volta”. E mentre attendeva di “riempirsi” e scrivere un’altra, memorabile storia, si prendeva cura del giardino.

…e quando il “qualcosa” affiora, cosa fare? Be’, questo è argomento per la prossima considerazione.

 

Quest’approccio alla scrittura e alla creatività in generale è un mio pallino da sempre. La dedica del mio ultimo romanzo pubblicato, anno 2005, finisce così infatti: “Vi sono alcune cose senza le quali scrivere, per me, sarebbe molto più difficile. La musica […]. La Natura, che mi ha donato un temporale e la pioggia, quando le note sarebbero state di troppo. Il silenzio.

Se quindici anni dopo la penso ancora allo stesso modo, significa che almeno per me la questione è importante. Quando mi sono smarrito c’era assai poco silenzio nella mia vita.

 

Arrivati a questo punto potete individuare alcune cose precise del mio pensiero sulla scrittura e gli scrittori: scrittori si è, non si diventa; è fondamentale essere lettori forti; uno scrittore coltiva il silenzio come un potente alleato.

Ciò detto, se non siete d’accordo va bene lo stesso. Applico il 100% delle mie parole soltanto a me stesso. Dovreste già sapere anche questo.

Buona settimana!

 

Accendere una candela è gettare un’ombra :: Andrea

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