005 » Run Fast, Stand Still

Ray Bradbury una volta diede una definizione dell’approccio corretto alla scrittura secondo lui: “Run fast, stand still. This, the lesson from lizards. For all writers”. (Corri veloce, resta immobile. Questa la lezione delle lucertole per tutti gli scrittori.) Il grande scrittore statunitense parlava di come scrivere e del fatto che con maggior rapidità si scrive la prima stesura, più vera e onesta sarà. E che dopo aver corso liberi è bene immobilizzarsi e riflettere… prima di ripartire correndo.

Aggiungo all’illuminante riflessione di Bradbury un ulteriore significato: la narrazione stessa dovrebbe avere un’andatura da lucertola. La maggior parte del tempo si racconta a un buon ritmo, con una prosa rapida che scorrazza il lettore dappertutto, cambiando direzione sempre prima che quello possa reagire e volerne un’altra. Se il lettore desidera qualcosa che non gli diamo, l’abbiamo perso. Direi che lo scopo ultimo dello scrittore è riuscire a raccontare al lettore l’intera storia, epilogo incluso.

In scrittura quando si “corre” è importante essere precisi: un passo falso e il ritmo è spezzato. Le frasi devono essere dei nuclei perfetti e il loro fluire a valle ininterrotto e ordinato. Più si rallenta, invece, più è necessario dire qualcosa al lettore e dev’essere pertinente, deve c’entrare con la storia raccontata e in qualche modo arricchirla. A volte si leggono digressioni fini a se stesse nel bel mezzo di un romanzo: è il modo perfetto per annoiare. È complicato rallentare e non annoiare il lettore, cioè, ci vuole… sensibilità e mestiere – metto le prime due cose importanti che mi sovvengono, ma c’è molto di più in scrittura, sempre; è soltanto una questione di sintesi per amor di chiarezza. Il mio consiglio è di andarci piano con la digressione e limitarsi a quelle imprescindibili. È importante mantenere il ritmo alto, specie quando si è meno navigati – ed è già un compito arduo, ve l’assicuro (anche per chi è navigato). Ci sono romanzi in libreria che il ritmo pensano sia un’esclusiva della musica. Illeggibili. Si può soprassedere su certi svarioni grammaticali (anche se è piuttosto significativo che arrivino fino alla stampa), se la storia ha un buon ritmo e scorre. Non si può dire il contrario: datemi un testo impeccabile, ma privo di ritmo e lo cestino alla seconda pagina.

Corri veloce, resta immobile dunque è una legge che si può applicare in molti aspetti della scrittura, incluse le idee: quando ve ne viene una, affrettatevi (perlomeno ad annotarla).

 

Raccontare è un’arte e come tale guadagna in espressività col tempo all’affinarsi della tecnica dell’artista. Ovvero, cambiando la prospettiva, la tecnica non risolve il problema di cosa sviluppare e in che direzione, solo di come lo si fa.

È indubbio che le idee non siano tutte uguali, pur senza considerarne il “contenuto”. Hanno un potenziale ed è compito dello scrittore misurarlo prima di svilupparle. Non so quante volte ho sentito dire: «Avevo una buonissima idea, ma poi, scrivendo, mi sono reso conto che non era questo granché e l’ho abbandonata». Così, come un cane sul ciglio della strada: abbandonata. Poverina.

Che senso ha?

Non abbandonate le idee, usatele per quello che sono. Ve ne sono di grandi e di piccoline, ma tutte hanno la loro dignità e la loro giusta collocazione. Non tutte vanno bene per scrivere un’intera storia attorno a loro. Molte esistono per arricchire e rinvigorire un’idea maggiore.

Assecondare l’estro è buona cosa, ma non perché “artista” lo scrittore può permettersi il lusso di correre a destra e a manca come se il suo tempo fosse infinito. Gli scrittori non sono forsennati passionali che vivono di ciò che trasmette loro la pancia (Hemingway, ad esempio, era un passionale ed è risaputo: ha vissuto senza frenarsi. Eppure, quando scriveva: “Di ‘Addio alle armi’ ho riscritto la fine, l’ultima pagina intendo, trentanove volte, prima di trovare una soluzione che mi soddisfacesse.” – da un’intervista rilasciata alla Paris Review). Gli scrittori usano la testa, sforzandosi di non interferire col flusso creativo che sgorga dal loro interiore. Nonostante il rischio, riflettono, perché il lavoro da fare è molto e dispendioso. Non c’è tempo da perdere… e le soluzioni sono spesso complicate.

Ad esempio, non si prende la prima buona idea che ci sovviene e si comincia a scrivere un romanzo. Nemmeno qualcosa di meno dispendioso in termini di tempo come un racconto. La prima che passa può essere quella buona, ma è importante verificarlo. Non è una mera questione di pragmaticità e di “non perdere tempo”. Non solo. È bene essere cauti per evitare di frustrarsi, di soffocare l’ipsirazione. Scrivere così è avventato, proprio perché le idee non hanno tutte lo stesso potenziale. Quindi si resti immobili e si approfondisca.

Per capire bene cosa è meglio scrivere il metodo è semplice: bisogna sviluppare l’idea, prendendola per mano e facendo un pezzetto di cammino assieme, in modo immaginario. Ovvero quando ve ne sovviene una, correte!

Quando ho un’idea, ho la tendenza naturale a lasciarla libera di svilupparsi in qualsiasi direzione prenda. Non la castro, la… osservo. L’onda d’urto che segue lo “scoppio” iniziale – un’idea è un minuscolo, impercepibile Big Bang – non raggiungerà l’altro lato del pianeta. La forza si esaurirà abbastanza presto. Quindi correte con la mente e soltanto quando sentite di essere arrivati a un buon punto più in là annotate il tutto.

Vi succederà che mentre prendete nota l’idea spinga ancora e vi costringa a un piccolo tour de force: annotare e al tempo stesso pensare a nuove note. A me accade spesso e a volte è complicato star dietro alla propria immaginazione. È un po’ come essere stenografi nel bel mezzo di un dialogo a tre.

Quando diamo libertà d’espressione alle idee e le lasciamo essere e divenire almeno un po’, ci rendiamo presto conto di quali abbiano più potenziale. Una buona idea per un romanzo è quella che presenta “ramificazioni”, ovvero che ingenera altre idee, creando una specie di catena (di idee). L’idea giusta per un romanzo ci fa sentire che abbiamo molto da dire. Quella per un racconto che abbiamo qualcosa da dire. Quella sbagliata che non sappiamo… che non capiamo… be’, forse… Ecco.

Sentite cosa diceva Ursula K. Le Guin a proposito della scrittura: “L’intero processo d’invecchiamento… poteva essere organizzato meglio. Tuttavia si imparano alcune cose soltanto facendole una e un’altra volta e diventando vecchi facendole. Una di esse è che davvero si necessita meno. E non sto parlando di minimalismo, che è uno stile […] che non posso e non voglio usare. Sono prontissima a descrivere molto e infiorettare ed essere emotiva, ma lo si può fare con brevità e funziona meglio. […] A volte penso ai pittori anziani, diventano così semplici nei modi. Così piani ed essenziali. È perché sanno che non hanno tempo. Si diventa consapevoli di questo quando s’invecchia. Non c’è tempo da perdere.

Ancora una volta il tempo.

 

Quest’approccio alle idee è allineato al mio modo d’intendere la “scrittura intensiva” – che, mi ripeto, non è soltanto qualcosa che riguarda la revisione.

Ottimizzare il tempo significa anche non portare avanti idee che poi si rivelano sterili. Anche perché scrivere per davvero, con intenzione, passione e dedizione è un’attività impegnativa, oltreché edificante e meravigliosa. Nulla è gratuito in scrittura, men che meno un buon risultato finale. E tutto parte da una o più idee adatte a ciò che ci preme esplorare, sperando che il viaggio interessi anche al lettore.

Ursula K. Le Guin, di nuovo: “Non ho mai trovato un posto, nel dominio dell’arte, che non si raggiunga camminando. […] È una terra piuttosto selvaggia. Certo, la solcano strade. I grandi artisti le hanno costruite; i buoni insegnanti e i buoni compagni possono indicarvele. Tuttavia non esiste un viaggio premio. Non si può fare l’autostop. E se si vuole viaggiare in una nuova direzione, si va da soli. Con un machete in mano e il timore di Dio nel cuore.

 

Tante buone corse a tutti voi. 🙂

 

Accendere una candela è gettare un’ombra :: Andrea

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