006 » L’uso delle idee

Di idee parlando, e circa il come utilizzarle, la prima cosa importante che mi sovviene è che dipende molto dal tipo di scrittore che si è. Come dico nel non-corso di scrittura intensiva dedicato alla revisione, c’è chi scrive bene se pianifica il viaggio e chi se viaggia verso l’ignoto. È una questione di personalità.

Per essere onesto con voi, direi che il mio discorso si applica meglio a chi pianifica, perché unire molteplici idee in un’unica trama e far combaciare tutto (tempi, modi, contesti, evoluzione, senso) della storia non è cosa da improvvisazione. Gli scrittori alla Stephen King – quelli che non pianificano nulla – amano scrivere partendo da una e una sola idea per raggiungere poi la complessità: strada facendo ne aggiungono altre. Se si scrive così, la revisione è più pesante da svolgere, perché è necessario aggiungere al consueto lavoro la riflessione sull’intreccio che chi invece pianifica ha già fatto: i nodi della storia vanno risolti tutti.

I romanzi che scrivo sono corposi, con molti protagonisti e svariate sottotrame che normalmente confluiscono. Gioco con la varietà, non mi limito in nulla e amo complicare a tal punto l’ordito che il lettore è costretto a seguirmi per capirci qualcosa – a meno che non sia capace di cogliere i dettagli disseminati lungo l’intero arco della vicenda. Romanzi così è assai difficile scriverli di getto, senz’aver pianificato. Lo si può fare, ma bisogna mettere in conto una revisione durissima, che partirà dal “mettere ordine nel caos” prima di passare a lavorare il testo vero e proprio. Ovvero, la revisione strutturale sarà la prima, obbligatoria e importantissima fase della revisione.

Perché non amo una simile eventualità? In primo luogo so di non esservi tagliato. Non fa per me, non ne sono capace… mettetela come preferite. In secondo luogo, detesto le conseguenze del non aver pianificato e credo che sia normale detestarle, perché il mio modo di raccontare è incompatibile. E anche se esiste il modo di sistemare la storia, gli sforzi per renderla mia sarebbero insensati – spropositati – e il risultato tutt’altro che naturale.

Se il risultato non è naturale, è finita. Quando uno scrittore suona artificiale, è morto. Il modo migliore per suonare artificiali è forzarsi a scrivere in un modo che non ci è congeniale. Il bardo che c’è in me deve raccontare rispettando se stesso e la stessa cosa dovete farla voi (questo è il motivo principe per cui i corsi di scrittura creativa vanno evitati, quasi tutti, perlomeno durante i primi anni: per scoprire qual è il tipo di sentiero che amate battere).

Vi faccio un esempio concreto. Se non si pianifica, spesso si è costretti a tagliare parti “sbagliate” e riscriverne altre (editing strutturale, per l’appunto), con la conseguenza che il testo successivo è stato scritto senza sapere di quelle nuove parole al tempo della prima stesura. È un handicap; nel mio caso è un grosso handicap. Come narratore gioco molto nei miei testi, rimandando a scene precedenti, e così scrivendo il rischio è di collegarmi a parti che nella versione finale saltano. Correggere simili aspetti porta a una revisione francamente troppo invasiva per i miei gusti*. Preferisco regolare il momento della prima stesura, con pochi, chiari punti e poi lasciarmi andare a briglie sciolte. (Non è semplice trovare un equilibrio, vero, ma si impara a gestire i “paletti” in modo naturale, senza che questi blocchino l’estro e la fantasia. Ne riparlerò quando parlerò della prima stesura.) La mia revisione interviene solo per migliorare il come, quasi mai per rimpiazzarlo o sul cosa. Così io rispetto il mio estro e la genuinità e onestà dei miei scritti.

* Chi scrive senza pianificare di solito obietta che chi pianifica ammazza l’estro. La mia risposta è che a me succede il contrario: ammazzo la mia creatività se non pianifico. Non amo le “guerre di religione” e sono per il vivi e lascia vivere. Non ho mai detto che Stephen King scriva male – verba volant, scripta manent. Ho solo detto che io non posso scrivere così. E considero in errore chiunque voglia imporre una verità soggettiva circa la superiorità di un approccio rispetto all’altro. Scemenze miopi.

Aggiungo, e mi piace sottolinearlo, che mi sono messo in discussione anni fa: nel dubbio ho scritto un romanzo senza pianificare. Non mi piacque, il risultato mi parve risibile rispetto agli altri miei romanzi (anche volendo tralasciare le sensazioni d’inadeguatezza e fatica che vissi, mentre di solito io scrivo la prima stesura di un romanzo di 500 pagine in un paio di mesi). Tirai la teoria del “pianificare è male” nel cestino. Lo è per chi non vi è incline, e lo capisco e lo rispetto, così come per me è sbagliato scrivere nell’altro modo: la mia creatività ne esce malconcia.

Non siamo tutti uguali. Il messaggio che vorrei passarvi è semplice: non fatevi mai dire come dovete scrivere. Mai. Mettetevi alla prova seriamente, bandite la pigrizia, abbracciate l’abnegazione e traete le vostre conclusioni. Sperimentate e poi analizzate i vostri brani migliori e ripensate a come sono nati: che momento della vostra vita era, che ora era, dove vi trovavate, con che mezzi li avete scritti, qual era il vostro umore, eccetera. Siete voi che dovete sapere se vi siete impegnati, cosa vi lascia fluire e cosa vi blocca. Il modo per migliorarsi è studiarsi, non studiare qualcun altro e copiarlo. Sembra un’affermazione ovvia, eppure sembra che chi “insegna” scrittura creativa spesso ignori l’ovvietà.

 

Cosa fare con le idee?

Quanto detto è una lunga premessa a ciò di cui volevo parlarvi oggi: come usare le idee?

Negli ultimi anni, lo sappiamo un po’ tutti, hanno preso piede le serie TV. Anch’io le amo e ho un abbonamento a Netflix da parecchio tempo, anche se sarà un annetto che ho smesso di guardarne – ne ho viste molte, ma adesso che ho ripreso a scrivere non ho più tempo.

In ordine sparso, le mie serie preferite sono: sense8, Dark Matter, The 100, Suits, Stranger Things, 12 Monkeys, Black Mirror, Happy!, Dark, The Punisher, Daredevil, The Expanse.

Perché mi attraggono tanto? Perché sono una goduria per chi ama… tramare. Ora, “tramare” nell’accezione che gli do io non esiste. Non sono un’autorità e non posso creare neologismi, quindi il mio è solo un modo giocoso di usare il verbo. Pensate al suo significato come a “creare una trama” – è cugino di entrambe le accezioni, perché “ordito” è sinonimo di “trama” (non solo l’ordito dei tessuti) e perché “preparare di nascosto un intrigo” rende l’idea di ciò che uno scrittore fa, semplicemente non lo fa per delinquere, bensì per sorprendere il lettore. Insomma questo “tramare” vale solo qui, tra noi.

Sono un romanziere, se voglio definirmi con precisione. Mi piacciono i racconti, ma non amo scriverli. Ebbene, dal mio punto di vista le serie TV stanno ai film come i romanzi stanno ai racconti. Mi piacciono entrambi, ma da sempre amo uno sviluppo dall’ampio respiro, storie lunghe e dettagliate, che permettano un’evoluzione dei personaggi sensibile eppur priva di strappi, naturale. Ogni episodio di una serie TV è un capitolo del “romanzo”. Così, per deformazione professionale (anche se non lo sono), le guardo e analizzo e mi piace mettermi alla prova, vedere se capisco dove gli autori andranno a parare o quali soluzioni hanno adottato. Più la serie TV ha coerenza interna e la caratterizzazione dei personaggi è curata, più mi piace. Più i “colpi di scena” sono naturale evoluzione della storia, più rispetto chi l’ha scritta. Serie TV con episodi fini a se stessi di solito non mi piacciono (Black Mirror è un’eccezione, è come una raccolta di racconti… LOL – molti dei quali eccezionali).

Perché vi parlo delle serie TV? Perché sono un ottimo modo di studiare, se guardate con occhio critico. Certo, una cosa è una sceneggiatura, un’altra un romanzo. Eppure dietro quelle immagini c’è molta scrittura, intere squadre di scrittori le creano: l’esperto nei dialoghi, quello che pensa la trama o più d’uno per entrambi i ruoli o tutti assieme allo stesso tempo, nella stessa stanza, il consulente scientifico, quello storico e via dicendo… e chissà quante sessioni di “brain storming” – che si fanno per far emergere idee, guarda caso. Le situazioni sono svariate. È interessantissimo vedere come tutti assieme ottengono certi risultati (ed è per questo che m’annoia tutto ciò che non sia almeno ottimo, proprio perché le serie TV sono frutto di tanti autori ed esperti: se qualcosa fa crollare la storia, mi spiace, ma non vale il mio tempo). Ciò detto, noi siamo e restiamo scrittori, vero? Ebbene, il risultato finale di più menti creative è sempre spunto di riflessione e crescita personale come artisti.

Tutto è interessante. Il modo in cui viene gestita l’evoluzione dei personaggi in primis, se volete, è la parte più interessante; non soltanto come evolvono, ma anche cosa li fa evolvere. Quelle soluzioni sono idee, così come ne è zeppo l’intreccio e il modo in cui la storia viene sviluppata e cambia direzione e si ramifica: è una meraviglia. Amo gli scrittori e la creatività applicata al “racconto”! Personalmente mi colpiscono i dettagli, tutti quei particolari che danno profondità a qualsiasi aspetto della storia e che per me sono un po’ come la firma degli sceneggiatori. Ecco, dai dettagli si comprende l’uso delle idee. Ci sono cose geniali che durano 10 secondi e non tornano mai più. Un po’ come accade col Jack Vance di Lionesse: un’idea dietro l’altra, molte le usa e getta come se nulla fossero. Grande creatività, nessuna paura di restare “a secco d’idee”. Così si fa. Ed è uno dei motivi per cui scrittori si è: non tutti sono un proliferare continuo di idee. Non tutti sono così connessi alla propria immaginazione.

Guardando le serie TV mi sono spesso ritrovato a pensare a interi romanzi in seguito a scene di un minuto. È un po’ una di quelle cose che mi affascina degli scrittori: l’uso continuo delle idee dà profondità a ogni scena; se usate a decine, senza risparmiarsi e senza tentare di fare di ognuna di loro chissà quale grande cosa, il risultato è strabiliante e magico. L’ambientazione, i personaggi e la vicenda stessa ne escono arricchiti. Una scrittura lussureggiante lo è nelle idee, anche se la prosa è semplice e diretta.

Di idee parlando, non si economizza. In narrativa la carenza di idee di un testo è uno dei fattori principali che mi allontanano da un autore. Sono per l’uso indiscriminato delle idee e per la loro proliferazione. L’importante è capire che si usano per quello che sono. Un’idea può diventare il dettaglio di un’ambientazione in cui i protagonisti passano e non tornano mai più o può diventare un personaggio secondario (che magari si riprende in un romanzo successivo – quanti di voi l’hanno già letto?). A volte è il cardine di un romanzo.

Le idee danno spessore e sono la vostra firma. Siete voi che inventate quelle cose e se vi risparmiate o date loro troppa importanza, finite per infastidire il lettore. un’ideuzza spacciata per ideona fa quest’effetto. Avete l’idea principale della vostra storia, ma dovete aggiungervi altra carne, altrimenti non cucinate una grigliata per tutti i convenuti, bensì state cucinando per voi e mangerete da soli.

Dato che mi sono ripetuto molto, mi ripeto ancora. Insisto. LOL. Non limitatevi. Non tenetevi le idee: usatele. Ficcatele dappertutto. Fate sì che il lettore non sappia cosa aspettarsi a ogni pagina del vostro romanzo. Perché narrare è creatività allo stato puro, non soltanto nell’inventarsi una storia o addirittura un’ambientazione (come capita nei generi fantastici), lo è anche nell’uso delle parole, nella prospettiva che date a una certa scena, nel modo in cui un personaggio si presenta la prima volta e poi in come evolve e perché succede, nell’intreccio, nei dialoghi. Un’idea può essere tutto. Sta a voi lanciarvi a briglie sciolte durante la prima stesura e usare tutto ciò che vi sovviene, se attinente. Non pensate che un’idea sia solo “m’è venuta un’idea per il prossimo romanzo”; così è limitante e sterile. Noi esseri umani siamo molto più immaginativi di così.

In conclusione, le idee sono gli appigli grazie ai quali raggiungerete la vetta. Sono certo che ne vogliate molti.

Lascia un commento