008 » L’inizio della fine

L’idea se ne sta lì e ci fissa. Cosa vuoi fare di me? ci chiede e l’unica cosa che sappiamo al momento è che l’abbiamo scelta e vogliamo usarla per scrivere il nostro prossimo romanzo. Continua a fissarci curiosa. Cosa facciamo? Giochiamo?

La risposta può essere cercata in due modi: cominciando a scrivere, senza direzione e senz’alcuna meta in mente per il gusto della scoperta, oppure iniziando a parlarle… Come? Be’, tanto per cominciare rispondendo alla domanda che ci sta ponendo. Scriverò un romanzo ambientato nell’Italia degli anni ’80, ad esempio.

Lo sapete, posso parlarvi soltanto di ciò che faccio io. Non credo il mio metodo sia migliore di altri. È il migliore per me e secondo me. Nel contempo amo la ricchezza data dalle molteplici prospettive che ingenerano ancor più approcci a una questione: c’è sempre da imparare dagli altri, anche sia solo perfezionare il proprio metodo grazie alla riflessione di quacun altro. È per questo che sono un drogato di interviste a scrittori e per la stessa innata curiosità continuo a leggere articoli su tematiche che conosco molto bene.

C’è sempre da imparare. Siate sempre aperti, specie quando pensate di sapere tutto di una cosa.

È bello – e a volte orrendo – scoprire come la nostra specie vede l’altro, il mondo… l’universo e quali soluzioni crea. Quindi vi parlo di quello che faccio io quando l’idea scelta mi fissa e mi chiede: «Ora che si fa?» Ha sempre quell’espressione tra il divertito e il preoccupato; e molta speranza nel tono di voce.

E ora? Che si fa? Vi parlo di quello che faccio io nell’immediato. Comincio a scrivere un riassunto e nella fase successiva lo organizzo in una sinossi, quando mi sembra che il cerchio si chiuda e l’idea abbia ingenerato una storia che meriti d’essere raccontata.

Il riassunto

Considero il riassunto una specie di mini prima stesura. L’approccio è lo stesso: scrivo e mi lascio andare. Dove va lo scritto, va. Non ha alcuna importanza all’inizio controllarne la direzione. Anzi, è bene non controllarla affatto.

Parto dall’idea o, più spesso, dall’idea e alcune idee che essa ha già cominciato a ingenerare. Anche così, però, i collegamenti sono vaghi, la cronologia non esiste, i personaggi non hanno un volto. Quindi non mi complico la vita e sviluppo l’idea principale e silenzio le altre, al massimo le uso come sottofondo.

In questa fase scrivo, scrivo e scrivo ancora. Di solito mi basta un giorno per terminare la prima stesura del riassunto, ma non è una cosa dovuta, né m’importa di riuscirvi. Se per qualsiasi motivo ci metto dieci giorni, va bene lo stesso.

Cosa metto nel riassunto? La storia. Ovvero parlo dei protagonisti, del punto di partenza, di cos’accade loro durante il dipanarsi della vicenda, dell’epilogo. Strada facendo, mi sorprendo di alcuni colpi di scena (impossibile inserirli tutti durante la stesura del riassunto, ne aggiungerò altri più ragionati, più maliziosi e giocosi col lettore in una seconda fase). Scopro il volto e la voce dei personaggi che mi accompagneranno nei prossimi mesi, il carattere, le ambizioni, i sogni, i difetti di ciascuno dei presenti… perché sì, già cominciano a manifestarsi e ad aleggiare attorno a me come presenze. Tutto in una specie di grande, caotico non detto.

I dettagli nel riassunto sono un disturbo e sarebbe meglio ignorarli del tutto. Gli unici che è naturale inserire sono quelli che cambiano la storia, ovvero dettagli che non sono dettagli. Faccio molta attenzione a non confondere mai una cosa fondamentale, pur se piccola piccola: a volte i dettagli crescono d’importanza e diventano cardini su cui la storia gira. Devo essere pragmatico, non artistico. I dettagli allungano il brodo e confondono quando si deve creare una trama. Un riassunto dev’essere funzionale, non una digressione senza né capo né coda o, peggio, uno scritto che si autocompiace della propria creatività.

L’idea è scoprire quali sono i fronti d’azione, ovvero le sottotrame, e abozzare la struttura. In modo discorsivo descrivo accadimenti, momenti in cui la vicenda rallenta, quando accelera… Considerate il (mio) riassunto come la spina dorsale dello scheletro che verrà, che è la sinossi. È il testo che mi permette di pianificare il romanzo, ragionando su ogni singolo aspetto, personaggio, situazione, conseguenza… Ma non su tutto: sul senso no, ad esempio, perché il senso del romanzo si scopre soltanto a fine prima stesura. Il senso è qualcosa che non può emergere da un riassunto, né tanto meno da una sinossi.

Il senso di un romanzo non lo conosce nemmeno lo scrittore, all’inizio.

Alla fine della corsa a perdifiato mi ritrovo con la prima bozza del riassunto. Un testo divertente, ma sconclusionato, zeppo di lacune e qua e là punteggiato da cose ingiustificate.

A questo punto passo alla revisione del riassunto. Sì, avete letto bene. L’obiettivo finale – che è la versione definitiva del riassunto – è avere ben chiaro che romanzo sarà: struttura, protagonisti, trame e sottotrame, il ritmo della storia nel suo complesso, l’ambientazione, i colpi di scena, eccetera.

Il mio primo editore, Gianfranco Viviani, mi disse: «Se un autore non sa riassumere il proprio romanzo, significa che non sa scrivere». Col senno di poi mi sembra un po’ azzardato, ma c’è molta verità in quello che diceva. Se non sono capace di riassumere in modo cristallino e interessante / divertente la mia storia, saprò farlo con un intero romanzo?

Non fraintendete quanto ho scritto sinora, dunque. La versione finale del riassunto dev’essere scritta bene. Non è un semplice esercizio di scrittura sregolata: quel testo mi servirà in svariate situazioni e curarlo, mentre lo rivedo, mi permette di chiarire l’idea iniziale, metterla a fuoco, mi evita equivoci, scandisce e semplifica il lavoro che ancora m’aspetta. Non ultimo, forse avrò bisogno di riutilizzarlo per produrre testi altri, come la descrizione del romanzo una volta che lo pubblicherò online, una presentazione per gli editori che contatterò (già sapete che questo non lo faccio più, sono indie).

Insomma, dopo la fase iniziale comandata dall’estro e dalla libertà sfrenata, devo far ordine, riflettere, trovare le soluzioni adeguate, aggiungere quanto manca, tagliare quanto è sciocco o sconveniente, cambiare l’ordine dei fattori e via discorrendo. Di lavoro da fare ce n’è molto, ma in realtà produrre il riassunto non dovrebbe durare settimane o mesi. Di solito mi concedo una settimana, non di più – come limite che posso oltrepassare se necessario, ma devo darmi una regolata per evitare il rischio di dilungarmi, cui sono felicemente incline.

Vantaggi e svantaggi

Il principale vantaggio di scrivere il riassunto è semplice: dar forma precisa a un’idea informe. Renderla reale e in un certo senso sentirla. Non posso garantire che a voi faccia lo stesso effetto benefico che fa a me; siamo tutti diversi.

A me il riassunto chiarisce se davvero l’idea vale la pena di essere trasformata in un romanzo.

Dal momento che so quanto costa scriverne uno, in termini di tempo e di impegno, non mi piace l’idea di prendermi in giro: sarebbe uno scherzo costoso, che porterebbe acqua al mulino delle frustrazioni e della disistima. Uno scrittore è sempre piuttosto sensibile ai prorpi risultati, siano essi dati in pasto ai lettori o meno. L’esperienza aiuta soltanto in parte a sentirsi più sicuri. Cambia il livello a cui si valutano le cose, ma non può cambiare il fatto assodato che un testo può essere sempre migliore. Bisogna fare attenzione a come s’impiega il tempo, anche perché non è il caso di sperperarlo, dato che è limitato – da qui non si esce vivi, come diceva Mark Twain.

Di conseguenza il riassunto è anche lo strumento migliore per valutare più di un’idea, nel caso in cui non so bene quale sviluppare perché ne ho alcune in mente che mi sussurrano “scegli meee…” (inquetante).

Altro grande vantaggio è quello di poter calibrare la storia. Dimenticate la questione del “castrare la creatività”, perché è un problema inesistente. Chiunque sappia attingere alla propria creatività non avrà alcun problema a contraddire riassunto e sinossi mentre scrive la prima stesura. A me succede di continuo: non importa quanto pianifichi, mentre scrivo e anche mentre rivedo la prima stesura accade sempre che mi sovvenga qualcosa di meglio in qualche punto; o una qualche aggiunta che farebbe un figurone; o ancora che qualcosa del pianificato non funzioni messo nero su bianco. È normale, inutile sorprendersi o abbattersi nel morale: non è null’altro che un po’ di lavoro in più. A volte un bel po’ di lavoro in più, ma non fa nulla, si sopravvive.

Niente di ciò che scriviamo è immutabile e categorico fino a quando non va in stampa.

Aggiungo: nel 2019 nemmeno quello, dato che se si pubblica come autori indipendenti si ha sempre la possibilità di aggiornare la versione dell’ebook pubblicato nei vari store online. E gli autori lo fanno. Pubblicano un libro, ricevono opinioni e segnalazioni di refusi o problemi di coerenza interna, e dopo un po’ li raccolgono tutti e spediscono la nuova versione agli store.

 

Gli svantaggi? Essenzialmente lo svantaggio principale che vedo è la perdita della scoperta, di parte di quell’emozione che diverte gli scrittori che non pianificano. Soltanto parte, perché resta il fatto che la prima stesura del romanzo si basa su pochi punti fissi e tutto il resto è da scoprire. I colpi di scena, be’, quelli nella maggior parte dei casi me li brucio durante il riassunto. Al lettore arriveranno duri e puri, perché saranno ben studiati e scritti.

Un romanzo è il frutto di mille riflessioni, non è mai un monologo spontaneo. C’è tempo e modo di fare le cose per bene.

Una verità che vale per chi pianifica e per chi non pianifica.

Ciò che c’è di negativo secondo me è tutto qui. Capisco chiunque mi dica che perdere parte dell’avventura vissuta “alla cieca” non è accettabile. C’è chi senza quello stimolo non riesce a scrivere. Quando io scrivo so già in che direzione mi sto muovendo e cosa succede più avanti, grossomodo. Ma sono cresciuto scrivendo così e non ho alcun problema a vivere la prima stesura come un’avventura.

Se vi sembra un prezzo troppo alto da pagare, dovrei farvi l’elenco dei prezzi che si pagano se non si pianifica. Eppure non ci penso nemmeno, perché ognuno ha il proprio sentire e la scrittura è una cosa personale. È una cosa intima. E va lasciata in mano allo scrittore.

Il riassunto, quale che sia l’idea che alla fine decidiamo di sviluppare, è anche l’inizio della fine: non ci sarà più modo di tornare indietro. L’idea che si sceglie ci accompagnerà per il resto della nostra vita. Non c’è ancora un solo personaggio di cui ho scritto di cui non ricordi chi sia, quasi che fosse una persona in carne ed ossa. Scelta l’idea, non vi resta che arrivare alla meta.

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