Il punto di vista

…nella revisione de “Il giorno dopo”

Durante la rilettura integrale della prima stesura del 2006 de Il giorno dopo (metà romanzo) ha evidenziato una certa confusione nella gestione del punto di vista. Va bene, la prima stesura non dev’essere controllata. Capisco. Il problema però viene adesso, mentre sto lavorando alla revisione integrale – leggi, la revisione di un vecchio testo per resuscitarlo e portarlo alla sua versione finale.

Ho preso parecchi appunti durante la rilettura integrale, purtroppo non mi sembrano tutti attinenti al contesto ora che ho cominciato a fare sul serio. Il problema è il punto di vista onnisciente, che io amo usare in un modo preciso: senza pensieri dei personaggi. Per questo motivo lo chiamo cinematografico: si vede tutto di tutti, ma non si sa tutto di tutti, perché non si possono percepire i pensieri dei personaggi, semmai quelli del narratore. Come al cinema: si vedono le espressioni, le reazioni e in qualche modo si sa cosa sta accadendo a ogni personaggio, interiormente. Eppure si è in parte limitati.

Ora, la maggior parte delle scene di uno dei due fronti d’azione dei Nani hanno il punto di vista onnisciente, pensieri inclusi. Immagino fosse una scelta, perché non è possibile che sia uno svarione ripetuto. Va bene, si può cambiare… Ma, c’è un ma, perderei troppe cose interessanti circa i Nani, il loro modo di pensare e la relazione tra i personaggi coinvolti.

Di conseguenza ho deciso di non trasformare tutte le scene onniscienti in un punto di vista in terza persona, al contrario di quanto pensai a fine rilettura integrale – che prevedeva di farlo sempre e di decidere di volta in volta a quale personaggio è meglio affibbiare la soggettiva.

Nel contempo, però, trasformo l’onnisciente in cinematografico. Questo è d’obbligo, perché non sopporto tutti questi pensieri che s’intrecciano o, peggio, che vi siano solo quelli di uno dei personaggi nonostante l’onniscienza… confonde il lettore e non va bene.

Quello che sto facendo è tentare di trasformare sempre la scena in terza persona. Così agendo limito le scene che useranno il cinematografico. E quando trovo qualcosa di interessante, tento di trasmutarlo da narratore a pensieri nella mente del personaggio che “comanda” la scena – diretti o indiretti ha poca importanza; di solito indiretti.

Vi sono però casi in cui è impossibile, a meno che non si voglia trasformare il personaggio in un indovino o in un mago con conoscenze altre o in uno storico, antropologo e sociologo espero di Nani (cosa che oltretutto distruggerebbe parte della storia, perché la vicenda ha un tema principale che è la ricerca della verità, e se il Nano già sa qual è…). Non va, ovviamente. I personaggi sono quello che sono e non possono trasformarsi in base alle esigenze della narrazione, soltanto in base alla vicenda narrata e all’esperienza che vivono.

La cosa mi sta costando assai più tempo del previsto, nondimeno è un passaggio necessario. Aggiungo, mi piace l’idea di inserire il punto di vista cinematografico qui e là. Permette di guardare alla storia da una prospettiva diversa, più riflessiva e acuta, meno ignorante – come i protagonisti sono, almeno in parte. Somma e non sottrae nulla, perché i punti di vista dei singoli personaggi coesistono e sopravvivono e vengono usati in abbondanza.

Certo, è complesso gestire l’intero fronte d’azione in quest’aspetto. Quando avrò finito, dovrò rileggerlo un’altra volta e valutare l’equilibrio dato ai vari punti di vista e tentare di capire se vi è qualche squilibrio strutturale.

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Non ho regole precise per il punto di vista, ma da sempre scrivo romanzi con molti protagonisti. La conseguenza è che ho sempre molti punti di vista attivi nelle mie storie. Piuttosto sto molto attento a non squilibrare la “quantità” delle scene. Ovvero se un fronte d’azione ha due punti di vista, non posso assegnare nove scene su dieci a uno solo dei due. Non è saggio, perché i lettori hanno le loro preferenze (anche senza pensarci) ed entrambi i personaggi devono avere una buona dose di protagonismo, se sono protagonisti. Non è un grande problema se su dieci scene si assegnano quattro a uno e sei all’altro. Va bene anche tre e sette – a volte è inevitabile (in questi casi tendo a scrivere tre scene importanti con il personaggio che meno “appare”). Tuttavia usare un punto di vista una sola volta è… sbagliato. Meglio non usarlo mai, allora.

Ora, qualcuno potrebbe sollevare la questione dell’uniformità del racconto. Ovvero che sarebbe meglio decidere per un tipo di punto di vista e quello mantenere lungo l’intero arco della vicenda (o perlomeno all’interno di un intero fronte d’azione).

Lo trovo noioso. E poco creativo. E ancora una volta castrante e quindi sciocco. Sono cose da corso di scrittura creativa, che evito come la peste.

Nei miei romanzi uso principalmente il punto di vista in terza persona soggettiva, che permette di limitare la visione, di usare l’ignoranza e le credenze del personaggio, dà la possibilità di approfondire la caratterizzazione, di rendere qualsiasi personaggio molto umano. Allo stesso tempo però non disdegno il cinematografico in certe scene e uso anche la prima persona in alcuni casi, perché è più intima e aiuta a dare ulteriore spessore al personaggio in questione e a creare l’atmosfera giusta – uno dei fronti d’azione comincia con una pagina di “diario”, ad esempio. Chi mi dice che bisognebbe limitarsi a un tipo di punto di vista perde questa libertà d’azione e posso assicurare che il lettore, a meno che non sia uno sciocco, non ha alcuna difficoltà a leggere romanzi così scritti, di tecnica parlando.

L’importante è usare il punto di vista in modo corretto (oserei dire perfetto) all’interno della stessa scena. È la scena quella che blocca il lettore, se qualcosa va storto. Se il punto di vista cambia in quella successiva, non è un problema.

Cambiare il punto di vista all’interno della stessa scena è pericoloso e va fatto con cognizione di causa e in modo limitato. In Dune, ad esempio, Frank Herbert usa spesso cambiare il punto di vista a fine scena, nell’ultimo e negli ultimi paragrafi. Così è libero di assestare al lettore alcuni “colpi di scena” e nel contempo non lo confonde – perché il finale della scena, non torna mai sui suoi passi, al punto di vista precedente.

Chiunque sia inesperto, però, dovrebbe tentare di usare un solo punto di vista per scena. Meglio cominciare con qualcosa di normale. E lasciare i trucchi a Frank Herbert…

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