Durante i miei cinque anni “NotOneWord”, durante i quali non sono riuscito a scrivere una sola riga di prima stesura, me lo sono chiesto spesso: perché scrivere un altro romanzo?

Le risposte erano inizialmente trancianti: non ha senso recitavano in coro, se si vuol coglierne l’essenza. Un paio d’anni di lagna. Poi i primi dubbi si sono intrufolati: sei sicuro di voler gettare la spugna così? Avresti ancora molte porte aperte… Sai che se vuoi puoi farlo. Per l’appunto, sapevo di poterlo fare, perché lo sapevo fare. Il resto non contava. O sì? Ecco. Quei dubbi erano lamentele da bar. Il nocciolo stava altrove.

Il cuore del problema era sentire di non essere ancora riuscito a scrivere Il Romanzo, quello che infine includeva il proprio spirito ribelle, la propria singolare visione della realtà, esplodendo la ricchezza di un mondo interiore cui io per primo non ero ancora riuscito a dar voce sino in fondo. Quello era il problema, ma per capirlo mi ci son voluti altri tre anni di lagne, via via più flebili e dopo un grande silenzio pensieroso.

Nel mezzo della tempesta che era la mia vita del tempo: rivoluzionata! E qui vi risparmio i dettagli. Non contano. È solo per dire che il silenzio era interiore. Esteriore nel senso che non ne parlavo, come se i quattro romanzi pubblicati non fossero mai esistiti e così tutte le esperienze vissute, le persone conosciute, le scoperte sul mondo editoriale, le gioie, i dolori. Il declino. Era rimasto soltanto quel silenzio che mi schiaffeggiava: “Parla! Cane!” sembrava sputacchiarmi in faccia. In silenzio. Finché qualcosa è emerso.

Senzanome è il risultato. E, cosa più importante, è la risposta alla domanda che mi aveva tormentato per cinque anni.

Perché scriverlo, dunque, un altro romanzo?

Per poter finalmente smettere di scrivere senza rimpianti.

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