Cos’è la scrittura è difficile dirlo. È un’arte con delle regole precise ma elastiche e perciò influenzabile dalla personalità dello scrittore. Non c’è spazio per l’interpretazione, se si tratta di grammatica e sintassi, eppure le regole stesse sono così tante e interconnesse che il loro uso corretto e intreccio può produrre milioni di risultati diversi. Il risultato di solito lo chiamiamo “stile”. La scrittura è nobile, ovvero si adatta a qualsiasi contesto; i limiti sono sempre e solo quelli dello scrittore. È creativa, quando introduce nuovi contesti. È, insomma, infinitamente potente.

Ciò che a me sta a cuore è la narrativa, ovvero il contesto narrativo (che contiene altri contesti). È una galassia dell’universo scrittura, un sottoinsieme, ma quanto detto nel paragrafo precedente vale lo stesso. Microcosmo e macrocosmo.

D’accordo, ho scritto abbastanza definizioni e ora posso dedicarmi a ciò che davvero conta: il racconto in senso lato, il suo stretto e amoroso legame col nostro spirito, con il nostro vero io. Il nostro amore per raccontare storie, non importa di quale genere o estensione: storie. Intesa così, ai miei occhi appare già lampante che si tratti di un gesto tecnico soltanto in parte. Vi è molto di più, la parte che fa la differenza, quella che rende ogni scrittore unico e lo apre a una definizione popolare: sono i lettori che decretano quando qualcuno dice cose che meritano d’essere ascoltate – per le motivazioni più svariate. E perché i lettori amino uno scrittore e lo seguano, la sua unicità deve esprimersi in libertà e con sapienza al tempo stesso, affinché il suo essere trasudi da ogni frase, ogni parola… ogni pausa. La tecnica dev’essere appresa per potersi esprimere, per avere una gamma di scelte espressive ampia e dominarla a tal punto che nell’atto di scrivere la tecnica stessa non esista. Uno scrittore scrive pensando alla storia, no ai congiuntivi, alle virgole o al “show, don’t tell”, perché la tecnica è solo uno strumento. Il focus che vorrei dare a questi miei scritti è quindi ciò che riguarda la relazione tra noi e uno degli istinti più antichi dell’uomo, ruotandovi attorno quasi che fosse un’invisibile perno filosofico, la colonna vertebrale di queste mie riflessioni.

È indubbio che per me tutto è partito da una storia. Prima venne la storia, poi la consapevolezza che essere uno scrittore era il mio sogno. Essere, non diventare. Fu quello che mi proposi di scoprire, scrivendo. In qualche modo ero già consapevole che scrittori si è, perché la parte tecnica è la minore: ciò che chiunque può apprendere conta soltanto in parte. Altrimenti saremmo tutti scrittori. E non lo siamo, la maggior parte di noi non ci pensa nemmeno. E no, non basta pensarci: una nobile aspirazione che tradisce le vostre vere inclinazioni è una dispendiosa illusione, in termini di tempo.
Sto dicendo una cosa precisa: i corsi di scrittura creativa possono soltanto aiutarvi a saper tenere in mano la penna, se mi permettete una metafora, non a trasformarvi in qualcuno che non siete. In questo stesso concetto risiede il mio scetticismo, a meno che “lo scrittore” che dà il corso non faccia piazza pulita del grosso inganno che di solito si vende: tutti possono diventare uno scrittore.

Non è così.

Non è così se si parla di narrativa. Suppongo non sia così nemmeno per il contesto dei manuali tecnici, ma non lo conosco. Quello che a me appare chiaro è il contesto narrativo.
Ho letto scritti inediti di ogni genere, anche se non molti. Ma ne ho letti a suo tempo e nel corso degli anni ho sbirciato e sbircio tuttora in posti come Wattpad o leggo blog di sconosciuti che raccontano. Sono trent’anni ormai. Vi faccio due esempi chiari e opposti: ho letto storie scritte da cani, ma brillanti, e racconti brevi tecnicamente ineccepibili capaci di annoiare alla terza riga. Quale delle due tipologie di autori è più vicina a poter dire di sé “sono uno scrittore”? Nonostante quanto detto più sopra, non parto mai da preconcetti quando si tratta di una persona che vuole scrivere. In entrambi i casi il candidato all’Olimpo dei Best Seller potrebbe essere o meno uno scrittore. Il primo potrebbe non esserlo, se non ha la forza di volontà di applicarsi sul serio sulla tecnica e, allo stesso tempo, non ha una personalità abbastanza forte da mantenersi impermeabile alle mille sciocchezze che i presunti scrittori ti spacciano per verità, rimanendo così centrato nella propria unicità. Il secondo potrebbe esserlo e ciò che gli manca è imparare ad ascoltarsi e a liberarsi da qualsiasi cosa lo stia costringendo a un’espressività passiva, piatta… a risultare così distante. Oppure è tutto al contrario.

Uno scrittore è qualcuno che nasce dotato della capacità di pescare a piene mani in se stesso, senza ostruzioni interiori di sorta, impavido nello spingersi a fondo in sé stesso alla ricerca di come lo stanno trasformando il mondo e la vita, per riemergere e intrigare chi lo “ascolta” con una prospettiva unica su quello stesso mondo e quella stessa vita, perché contaminata da ciò che ha pescato, e infine affabulare mentre mostra grazie a un uso sapiente e armonico delle parole. Ovvero dev’essere perlomeno introspettivo, originale e preparato. Cose a cui se ne aggiungono sempre altre, non secondarie, ma che a mio avviso non sono pilastri portanti quanto le prime tre.

Ora mettetevi per un attimo dall’altra parte: non siete qui in veste di aspiranti o affermati scrittori, ma di semplici lettori senz’alcuna aspirazione letteraria. Quando prendete in mano un volume all’interno di una libreria non sapete chi avete di fronte, potete soltanto dedurre cosa avete in mano: un romanzo del tal genere scritto dal tal scrittore sconosciuto, però giovane e con un paio di cose interessanti nella biografia circa la sua esperienza, ad esempio. Capite a grandi linee se si tratta di qualcuno che vuole risultare comico o professionale o altro ancora. Ma quella è soltanto una posa, non sapete chi vi parlerà.

Presentandosi alla cassa, la prima cosa che un lettore forte spera è che la storia sia scritta bene (gli è sembrato di sì, ma sa che spilluzzicare qui e là qualche frase non è sapere), spera, perché altrimenti avrà speso male il proprio denaro e, soprattutto, soffrirà. Non c’è nulla di peggio di un brutto romanzo, specie se siete di quei lettori che s’impongono di finirlo nonostante gli risulti pesantissimo – non ho più tempo per essere magnanimo, io, invecchio. Il motivo per cui si spera, prima di attaccare con una nuova lettura di un autore sconosciuto, è perché se ci piacerà avremo vissuto il doppio e trovato un nuovo amico: quello scrittore, che finalmente non è più un tal qualsiasi.

Pensate di potervi fare amico qualcuno grazie a qualche migliaio di parole scritte senza mettere il vostro vero spirito pulsante, la vostra emozione, la passione, il dolore… i vostri sentimenti per ciò che accade tra quelle pagine? Non siete voi, ma siete voi. Meno di così e la vostra storia non vale né il tempo né il vile denaro.

Eccovi servito il primo puntino sulla “i”. Parlo di lettore forte perché chi legge poco non può essere uno scrittore (salvo i soliti, rarissimi casi di scrittori illuminati: esisteranno, ma se siete qui a leggermi voi già non lo siete, come non lo sono io). Si è prima lettori, poi scrittori. Se non si ama chi racconta è difficile che si sappia raccontare, specie crescendo: col tempo chi legge con continuità da anni sarà fuori dalla portata di chi non lo fa (ciò detto, il tempo può anche aiutare a colmare le proprie lacune, ma ci vuole… tempo, per l’appunto). Avrà in sé un bagaglio assai più ricco, molte più prospettive in mente quando riflette, maggior empatia e una più sviluppata intelligenza sociale, un senso più acuto riguardo alle dinamiche tra personaggi e alle trame di un intreccio; dulcis in fundo un cervello allenato alle parole… In breve, avrà assistito a e metabolizzato parecchi corsi di scrittura creativa senz’averne frequentato uno solo.

Avete quindi una prima domanda a cui potete rispondere con facilità: siete lettori forti? Se sì, ci leggiamo presto, da queste parti, con un secondo brano de “Tu, la vera storia”, il Primo Corso sulla Scrittura e il Nulla. Se no, spero mi abbiate letto attentamente. Ci sono un sacco di cose meravigliose da fare a questo mondo.

Scrivere è un’attività sfaccettata, complessa, che assorbe lo scrittore e non lo lascia mai solo, lo segue come un cane fedele e nel contempo come un’ombra vagamente minacciosa. È un’attività solitaria, intensa, di cui dall’esterno si vede soltanto la punta, quasi che fosse un’iceberg. Ciò che accade sotto la superficie è la parte su cui vorrei riflettere.

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