La reincarnazione del Primo Ciclo Minore

La reincarnazione del Primo Ciclo Minore

Il Primo Ciclo Minore è l’opera di una vita, nelle premesse e nelle intenzioni originarie. Si tratta di una saga che prevede 17 romanzi e non so più cosa pensare al rispetto, se non che mi sembrano troppi per me, oggi. Nel contempo so qual è il vero traguardo che mi prefiggo: completare l’Ennalogia, ovvero scrivere i primi 9 Libri della saga (il che significa riscrivere daccapo i primi tre). Questo è ciò che mi propongo, senza preoccuparmi dei restanti otto Libri. Se arriverò lì, saprò se avrò voglia di continuare o meno, sicché non mi preoccupo ora.

I primi tre romanzi che scrissi mi formarono come artista. Non è tanto questione d’aver assorbito grammatica e sintassi grazie ad anni di scrittura. È proprio la costanza e durata di quello sforzo: mi fece comprendere cos’è l’abnegazione, mi mostrò che dedicarsi quotidianamente sia l’unica maniera per ottenere risultati duraturi, mi fece sentire che l’amore per la propria arte è innato e s’alimenta di se stesso, che il talento non basta “averlo”, va sedotto e guidato… infine mi convinse di quanto sia supremo non smettere di sognare. Nove anni tra scrittura e revisione prima di proporre la trilogia all’Editrice Nord: non ero un tipo che amava considerarsi saputo e prima di considerare quegli sforzi leggibili dovetti ampliare i miei orizzonti culturali, crescere il mio spirito critico di conseguenza e non aver pietà dei miei risultati, di sfinirmi se fosse necessario per arrivare alla decenza e, magari, qualcosa di più.

Ricordo che spedii la trilogia spinto dalla frustrazione di scoprire che una certa Fabiana Redivo (ehi, sorella di penna!) aveva non solo pubblicato un’intera trilogia, ma che il suo successo era tale da spingerla a pianificarne una seconda. “Beffa nella beffa” era nata e abitava nella mia stessa città: ero convinto che per una questione statistica fosse assai difficile che tra i pochi italiani editi dall’Editrice Nord potesse apparirne un altro e per giunta di Trieste! Di nuovo. Non ero arrabbiato con quella donna, ero arrabbiato con me stesso… Perché non sono ancora lì?  mi chiedevo. Perché?! Fu così che mi convinsi di quanto segue: Se non provo a mandare i romanzi ora, può essere che perda il momento perfetto per far breccia e non mi si presenti mai più l’occasione. Un po’ melodrammatico, se volete, però era così che mi sentivo. Non avevo ancora capito che non sono gli altri a toglierci la possibilità di riuscire, siamo noi stessi.

A metà tra il frustrato a causa della stessa qualità dell’opera (che sapevo ancora insufficiente) e l’offeso con me stesso per non credere a sufficienza nel mio talento (applicare alle mie azioni il concetto di “cogliere l’attimo” significava ammettere che i miei scritti necessitassero di quell’attimo propizio e che altrimenti erano destinati a essere ignorati), mandai un plico enorme contro qualsiasi saggio consiglio che chiunque di voi potrebbe trovare e leggere in abbondanza in internet. Ciò nonostante ricevetti risposta e in breve firmai il mio primo contratto editoriale. Com’è già stato ampiamente dimostrato, i consigli servono solo a sbagliare con la testa di qualcun altro. È l’atteggiamento mentale a fare la differenza.

Così cominciai un secondo apprendistato: dopo aver imparato a usare gli strumenti in mano mia, imparai a usare quelli in mano ad altri… Ovvero, assorbito il processo di scrittura, passai al mondo editoriale. Ne parlavo con un amico scrittore venezuelano non molto tempo fa: alla fine ciò che mi resta è l’esperienza, un bagaglio di ricordi e conoscenza che sono il frutto del bene e del male di quel periodo. Sono insegnamenti complementari, le due facce della stessa medaglia e nessuna può essere considerata separatamente (questo concetto suona trito e ritrito perché è vero e molti l’hanno compreso: la banalità non c’entra). La verità di fondo è che nonostante me ne sia andato sbattendo la porta, è grazie a quei 4 anni che so come comportarmi oggi (del resto pochi sono passati per il piccolo-medio editore e per il grande – quindi senza sganciare un quattrino – con distribuzione su tutto il territorio nazionale: il gruppetto di cui faccio parte è ristretto, considerando quanti ambiscono a “diventare scrittori” – si nasce, non si diventa, a meno che non lo si fosse già in parte in modo innato).

Ebbene, tutto quello che ho scritto ora è davvero il mio passato. Non mi appartiene più, la parte che faceva da zavorra è stata sganciata e mi resta soltanto l’esperienza, priva di sentimenti intensi. È qualcosa che è esistito, ma che non c’è più da così tanto tempo che il mondo stesso è cambiato molto da allora e la mia vita ancor di più: posso finalmente guardare avanti.

Il progetto Ennalogia non può che cominciare dalla riscrittura integrale della mia trilogia d’esordio, il Primo Ciclo Minore. Nel prossimo articolo parlerò del metodo tecnico che userò. Per ora, invece, mi limito al senso del progetto e mi concentro sulla succitata riscrittura.

La prima cosa che si dovrebbe spiegare è perché riscrivere daccapo e integralmente, anziché rimaneggiare o riscrivere soltanto alcune parti. Be’, perché cambierà molto: è necessario attualizzare quel racconto, che sembra scritto da mio nonno quando ancora non conosceva bene la lingua italiana. La storia, l’intreccio, l’originalità dell’ideazione, chi mi conosce sa che le difendo a spada tratta; ma anche sotto quest’aspetto posso fare meglio e perché non migliorare ciò che già è buono, dato che in ogni caso lo riscriverò da zero?

Vi sono alcune questioni scottanti. Il punto di vista, ad esempio, che imperversa onnisciente lungo l’intera trilogia, anche se la sua presenza va scemando man mano che maturo e scrivo il Libro II e poi, un paio d’anni più tardi, il Libro III. La maturità dei dialoghi e della caratterizzazione dei personaggi, aspetti cruciali e che, sebbene non scentrati nell’originale, hanno sensibili margini di miglioramento – in fondo avere 14 anni e cominciare a scrivere da zero il primo racconto della tua vita non è la stessa cosa di farlo a 46, con alcuni romanzi alle spalle, la maggior parte editi. Il ritmo, qualcosa di cui ero ancora poco cosciente scrivendo il romanzo conclusivo della trilogia, figuratevi al tempo di quello d’esordio.

Le cose da dire sarebbero molte, ma già da queste prime tre capite che la riscrittura dev’essere integrale. In caso contrario sarebbe un inutile calvario, avendo la certezza d’ottenere risultati peggiori (sì, ho di queste certezze grazie all’esperienza – anche se questa mi sembra quasi una banalità, devo dire, per chiunque abbia un minimo di scrittura alle spalle).

Vi è qualcosa che viene ancor prima di quanto appena detto, per assurdo che possa sembrare: l’Ennalogia. La sua coerenza interna come opera unica è fondamentale, non posso avere il primo terzo di una saga scritto in modo completamente diverso. È una cretineria pensare di poter proporre qualcosa del genere, sicché la mia unica possibilità di scrivere almeno la prima parte della mia personale “saga della vita” (9 dei 17 libri pensati) passa per lo stravolgimento della mia trilogia d’esordio.

Sarà talmente diverso che è come se fosse un’altra storia, anche se quanto di grande c’è nel Primo Ciclo Minore è proprio la storia, la sua struttura nascosta, i suoi mille dettagli sparsi qui e là, la sua grande coerenza interna e la sua prospettiva apertissima, che respira a pieni polmoni e contiene un’originalità ben al di sopra della media del Fantasy del tempo (non dico odierno perché proprio non so a che punto sono arrivati gli autori contemporanei – e fa lo stesso).

Vi sono poi tutta una serie di questioni che trascendono il Primo Ciclo Minore, se si vuole. Questioni che hanno a che fare con il salto in avanti che il me scrittore si appresta a fare: dal mio ultimo romanzo a oggi sono trascorsi 13 anni e il mio approccio sarà assai differente e difforme. Ma è meglio parlare dell’approccio generale in un testo a parte, con tanto di dichiarazione d’intenti.

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