ICM: 2, fine rilettura

ICM: 2, fine rilettura

Il 1º ottobre ho terminato la rilettura del Primo Ciclo Minore, ovvero ho guadagnato 22 giorni di tempo. Ottimo. Durante le scorse settimane ho lavorato attorno al progetto della “riscrittura integrale”, perché prima di (ri)cominciare a scrivere c’è del lavoro da fare.

Ma prima veniamo all impressioni generali circa la mia trilogia d’esordio.

Per certi versi acerba, per certi altri notevole. La conseguenza è che m’aspetta un duro lavoro, perché dovrò scrivere migliorando tutto il brutto e mantenendo tutto il bello. E non è facile, specie perché la trilogia è un crescendo qualitativo e non potrò applicare un metodo unico all’intero testo. Ci sono scene di cui non salvo quasi nulla e altre di cui salverei quasi tutto. E nel mezzo qualsiasi sfumatura possibile. Dovrò procedere scena per scena, valutando il da farsi.

L’intenzione è di proporre qualcosa di assai più snello e rapido. L’immaturità del tempo ha sortito effetti negativi soprattutto sul ritmo narrativo – è la mancanza che più m’è pesata mentre rileggevo –, ma anche sull’approccio alla narrazione a grandi tratti (ripetitività, prolissità, punto di vista inefficace, sciocchezze concettuali, pesantezza, eccetera). Tutto ciò si traduce in una sola parola: cestinabile, così com’è. Fossi stato io l’editore, non l’avrei pubblicata, suggerendo una riscrittura.

Oggigiorno ho la pretesa di rendere giustizia a ciò che avevo in mente al tempo. Non ero capace di tradurre la grandezza della storia e delle idee in qualità narrativa. Oggi so di poterlo fare e la cosa mi affascina. È quasi come se stessi per scrivere un nuovo romanzo… Quasi.

Come detto, nelle scorse settimane ho lavorato ad alcune cose fondamentali.

Anzitutto ho inserito i “meta-data”, così chiamati, di ogni singola scena (le scene sono all’incirca 350). Il che significa che ho assegnato a ogni testo i personaggi che vi partecipano (e quelli che solo “osservano”), i luoghi, il fronte d’azione (o “arco” della storia) e il punto di vista che utilizzerò durante la riscrittura. Fatto questo in Scrivener, sono passato ad AEON Timeline e ho creato la linea temporale dell’intera trilogia, scena per scena, aggiungendo così ai succitati meta-data anche una data, un’ora e una durata a ogni singolo evento (all’interno dell’Antico Lunario, ovvero il calendario del Mondo Interno).

Ho finito non molti giorni fa, perché la mole di dati da inserire era notevole (oltre tutto una buona parte l’ho dovuta rifare, perché era la mia prima volta con AEON Timeline e ho sbagliato approccio. LOL!) Questo mi dà la base perfetta per giocarmela ad armi pari con la mole di dati della saga, da qui in avanti. Non tanto durante il Primo Ciclo Minore, che era già un orologio svizzero (cosa sempre dichiarata e confermata dall’analisi fatta in questi giorni grazie al programma di cui sopra), quanto per il progetto dell’Ennalogia.

Devo ancora inserire alcune cose: la climatologia (le perturbazioni si muovono in modo realistico per il Mondo Interno durante l’intera Trilogia delle Sette Gemme), gli eventi storici (tutto ciò che avviene prima del prologo del ICM). Ma queste sono azioni meccaniche, che non richiedono alcun ragionamento e saranno eseguite velocemente.

Ciò che invece preme alle porte (ho già cominciato) è l’analisi delle annotazioni scritte durante la rilettura. Le questioni sollevate sono molte e devo sciogliere tutti i nodi venuti al pettine prima di scrivere una sola riga del nuovo ICM. La sfida intellettuale prevede la rilettura di tutte le annotazioni, la redazione di una “lista di questioni in sospeso” e la conseguente ricerca delle soluzioni migliori. Il tutto nel minor tempo possibile, anche se non andrò di fretta: l’obiettivo è che non mi resti alcun dubbio sulla bontà di quanto deciderò.

Dulcis in fundo, m’attende l’ennesima rilettura degli appunti relativi ai seguenti Cicli Minori, perché devo sapere bene verso dove sto andando. Mi sono dato carta bianca e la conseguenza è che in questa ultima fase potrebbero venirmi nuove idee e non esiterò a inserirle nel nuovo ICM, se necessario. In pratica rileggerò il materiale relativo al Secondo, Terzo e Quarto Ciclo Minore. Buona fortuna! (È un sacco di roba…)

Finito anche questo e deciso il da farsi, non mi resterà che ricominciare a scrivere. Amen.

ICM: 1, prime riflessioni di rilettura

ICM: 1, prime riflessioni di rilettura

I miei continui silenzi in passato sono stati il riflesso della mia confusione interiore e della conseguente incapacità di rimettermi a scrivere sul serio. Oggi, invece, vanno interpretati in altro modo: la scrittura viene prima e sempre prima di qualsiasi altra cosa – ovvero, anche prima di s3nzanom3.com, che è riflesso della scrittura e quindi segue.

Durante quest’ultimo silenzio ho lavorato sodo, ma so che non sono più credibile. Devo dimostrare coi fatti che ho ricominciato a scrivere sul serio. Ed eccomi qui: cominciamo.

Sono ormai a metà rilettura del Primo Ciclo Minore (d’ora in avanti, ICM). Durante il primo mese ciò che ha maggiore priorità della scrittura ha ritardato la mia marcia “trionfale” attraverso il passato. Mi sono guardato allo specchio e mi sono detto che a quel ritmo potevo anche smettere subito. Pretendo tempi stretti e certi dal mio nuovo corso, sicché ho tarato di nuovo il piano di rilettura e ora sono soddisfatto. La nuova data di fine rilettura è il 23/10/2018. Conto di finire prima.

Come spiegato la “rilettura integrale del ICM” è una cosa complessa. Non si tratta di rileggere e basta, ma di sottolineare, evidenziare, annotare1 continuamente. Mi sto preparando a una riscrittura integrale, non rileggo “soltanto” per scrivere i romanzi successivi.

Considerate questo testo il primo capitolo di un diario di scrittura on-line, in cui vi parlerò di questo e, più avanti, degli altri progetti. Passo dopo passo, fino alla meta. Andrò in ordine sparso, ometterò molto di quanto annotato in queste passate settimane e parlerò più che altro delle sensazioni generali e del “grosso” che c’è da fare.

~ ∞ ~

Volendo definire con un solo aggettivo il mio rileggere, ponderare e annotare la trilogia d’esordio a quindici anni di distanza, direi che è strano. Dato che non bastavano le mie sensazioni, più d’una persona mi ha già detto che il mio intendimento è… strano. Immagino che parte della “stranezza” dipenda dall’idea che uno scrittore “guarda avanti”, quando si analizza la sua parabola artistica, mentre io non soltanto sto guardando “all’indietro”, bensì mi sto letteralmente “immergendo nel passato”. La giustificazione è però forte, come già detto: rileggo integralmente per riscrivere da zero, non è cosa comune (non ho mai letto di nessun altro scrittore che l’abbia fatto; non penso di essere il solo, ma immagino siamo in pochi).

Intendo andare fino in fondo e valutare per bene. L’idea è riscrivere daccapo, ma davvero sento il progetto scorrere nelle mie vene? Per saperlo non ho altra scelta che agire come sto agendo. Il divertimento iniziale è già scemato un po’, ma resta un impegno interessante e utile, dato che mi permette di analizzare quanto e come sono cambiato rispetto ai miei inizi e di riprendere in mano l’italiano, lingua che nel quotidiano uso assai poco (solo parlando con mia figlia, spesso sentendomi inadeguato, lo ammetto).

Vi spiego perché ho sensazioni positive.

Il narratore onnisciente che imperversa lungo l’intero arco della vicenda è così diverso da un contemporaneo punto di vista soggettivo in terza persona che la narrazione cambierà radicalmente. È come se mi apprestassi a scrivere una nuova storia. In fondo manterrò soltanto ciò che merita del testo originario: il resto è solo una “scaletta” (quasi) uguale. La “voce” che racconterà sarà un’altra, giacché la “prospettiva” è un’altra: ho il doppio degli anni e frattanto il mondo è cambiato.

Amo l’idea d’eliminare tutte le stupidaggini che sono rimaste nella versione definitiva della trilogia (quella pubblicata), così come di migliorare gli aspetti immaturi e aggiungere nuove idee. Il tasso tecnico acquisito negli anni a venire farà una grande differenza: c’è un abisso tra “Senzanome” e “Le sette gemme” (che tornerà al titolo originariamente pensato, suppongo; pace all’anima di Gianfranco Viviani). Non mi pongo limiti, insomma, anche se la storia raccontata sarà la stessa. Potrei dire che considero il nuovo ICM la versione 2.0 dello stesso, ma spero si tratterà del vero ICM, così come la mia mente lo concepiva – e il me scrittore del tempo era incapace di concretizzare.

Tutto rose e fiori? Direi di no. Vi sono parecchi problemi da risolvere.

Il cambio di punto di vista ha pesanti conseguenze. Se lo stile e la narrazione guadagneranno in qualità e fluidità, allo stesso tempo corro il rischio di allungare e appesantire nel tentativo di rendere più maturo il contenuto. Maturità del come e maturità del cosa fanno un po’ a pugni nel caso del ICM, perché vi sono interi “aspetti” (fondamenta della “sospensione dell’incredulità”) che mancano all’appello. Un esempio su tutti, anche per farvi capire di cosa sto parlando: perché diamine nessun personaggio ha dei genitori? Non è cosa che incida sulla storia in sé, ma è difficile credere che nessuno pensi ai propri genitori quando rischia la vita allontanandosi da casa, che non vada a salutare nessuno prima di partire, eccetera. Non parlo di dialoghi banali o delle reazioni puerili dei personaggi, insomma: questi non sono problemi, dato che si tratta di una riscrittura integrale e spariranno senza che me ne occupi. Contrappongo un altro esempio: vedo assai più complesso costruire un “carattere” ecologista credibile da affibbiare al gruppo di protagonisti che vivono in un mondo in cui l’inquinamento non esiste! Non m’ero reso conto di quanto suonasse ridicolo? Qualche popolo che taglia troppi alberi non può essere un problema per un interno pianeta! Esempi per farvi capire quali sono le mie reali preoccupazioni e quali, invece, sono soltanto rumore di fondo.

Nel contempo – e per fortuna! – vi sono aspetti meravigliosi del mio esordio che m’invogliano a far fronte a qualsiasi problematica (vi prendo in giro: da sempre adoro risolvere problematiche narrative, sono sempre state le sfide intellettuali che più m’invogliano a impegnarmi; diciamo che se il contesto è piacevole, le sfide m’allettano ancor di più).

Il bello, dicevo… La struttura della saga è un orologio svizzero, come ho avuto modo di dire più d’una volta ai tempi dell’Editrice Nord. Tutti gli ingranaggi sono precisi, i dettagli corretti, le situazioni studiate e oliate. M’ha sorpreso scoprire cose di cui non mi ricordavo affatto con un ghigno di piacere – e al tempo stesso sbuffare per la semplicioneria con cui nascondeva le verità della vicenda: negli anni sono diventato assai più sottile e astuto nel giocare col lettore (perché di un gioco si tratta, specie se si parla di un genere Fantastico). La vicenda è un po’ lenta soltanto all’inizio e la cosa mi aiuterà a sospingere i “nuovi” lettori. Troverò il modo di accorciare, velocizzare, sintetizzare… rendere la narrazione densa, come amo da quando sono diventato un autore maturo. Sono anche compiaciuto dalla continuità con cui eventi inaspettati cambiano le carte in tavola: al tempo non me ne rendevo conto, perché il parto è durato anni e sapevo troppo, ricordavo tutto… Oggi la lettura del ICM – spesso affrontata con poca memoria dei dettagli – mi dona un’esperienza a tratti sorprendente: in pochi casi la vicenda è davvero lineare. Ottimo! È un crescendo perfetto, che potrei riassumere così: partii dal nucleo e me ne allontanai sempre più, disgregandolo per poi seguire gli archi impazziti delle schegge ingenerate. In pratica la storia comincia in sordina e via via si aggiungono strati e ancora strati di complessità. (Ed è per questo che voglio riscriverla: perché gli strati migliori non sono stati sviscerati, dato che appartengono ai romanzi successivi al ICM.) Se possibile oggi la struttura della trilogia mi piace ancor più d’allora, forse perché mi rendo conto del suo potenziale più di quanto me ne rendessi conto mentre lottavo con la lingua italiana, la brama di pubblicare e la finale, rovinosa corsa a ostacoli dell’essere infine diventato una specie schiva di “personaggio pubblico” (senz’averlo realmente voluto, infatti).

Al momento sto rileggendo la parte centrale del secondo romanzo. Le riflessioni ormai sono assai meno di quelle annotate a tu per tu coi primi capitoli. Mi sono abituato alla mia vecchia scrittura, che oltre tutto migliora gradualmente e mi lascia sempre più libero di ragionare sul contenuto.

A ottobre tirerò le somme e valuterò un’eventuale scaletta aggiornata, anche se ritengo che per amor di efficienza ragionerò sul da farsi mentre stenderò la nuova prima stesura: una scena alla volta. Quali saranno i tempi della riscrittura non posso saperlo, ma sono ottimista: punto a produrre con continuità, perché non ho alcuna intenzione di annoiarmi. Voglio divertirmi e l’intenzione porta con sé numerosi aspetti positivi, che implicheranno una maggiore velocità di scrittura.

Non manca molto al giorno in cui ricomincerò a scrivere davvero e la cosa mi eccita, devo dire. Inoltre, non c’era modo migliore di ripartire da zero: dal punto di partenza, per l’appunto. Lo considero un nuovo, importante inizio, in cui non scorgo aspetti negativi. In fondo, se m’annoierò passerò ad altro: non ho alcuna pretesa, questa volta, né grilli per la testa – anche se continuo a sognare e sarebbe grave altrimenti. I miei progetti sono molteplici, lo sapete, e questa saga è soltanto il primo tassello di cui sento di volermi occupare: necessito regalarmi alcuni “punti finali” a cui non sono mai giunto per svariati motivi. La rilettura del ICM mi conferma che c’è del lavoro da fare, ma non vedo più una montagna insormontabile ora che ho ricominciato sul serio. Vedo la Gola tra i Monti Ostici, i venti che la spazzano temibili… ma so, come sapeva la Congregazione, che posso arrivare dall’altra parte sano e salvo.

Al prossimo aggiornamento.

La reincarnazione del Primo Ciclo Minore

La reincarnazione del Primo Ciclo Minore

Il Primo Ciclo Minore è l’opera di una vita, nelle premesse e nelle intenzioni originarie. Si tratta di una saga che prevede 17 romanzi e non so più cosa pensare al rispetto, se non che mi sembrano troppi per me, oggi. Nel contempo so qual è il vero traguardo che mi prefiggo: completare l’Ennalogia, ovvero scrivere i primi 9 Libri della saga (il che significa riscrivere daccapo i primi tre). Questo è ciò che mi propongo, senza preoccuparmi dei restanti otto Libri. Se arriverò lì, saprò se avrò voglia di continuare o meno, sicché non mi preoccupo ora.

I primi tre romanzi che scrissi mi formarono come artista. Non è tanto questione d’aver assorbito grammatica e sintassi grazie ad anni di scrittura. È proprio la costanza e durata di quello sforzo: mi fece comprendere cos’è l’abnegazione, mi mostrò che dedicarsi quotidianamente sia l’unica maniera per ottenere risultati duraturi, mi fece sentire che l’amore per la propria arte è innato e s’alimenta di se stesso, che il talento non basta “averlo”, va sedotto e guidato… infine mi convinse di quanto sia supremo non smettere di sognare. Nove anni tra scrittura e revisione prima di proporre la trilogia all’Editrice Nord: non ero un tipo che amava considerarsi saputo e prima di considerare quegli sforzi leggibili dovetti ampliare i miei orizzonti culturali, crescere il mio spirito critico di conseguenza e non aver pietà dei miei risultati, di sfinirmi se fosse necessario per arrivare alla decenza e, magari, qualcosa di più.

Ricordo che spedii la trilogia spinto dalla frustrazione di scoprire che una certa Fabiana Redivo (ehi, sorella di penna!) aveva non solo pubblicato un’intera trilogia, ma che il suo successo era tale da spingerla a pianificarne una seconda. “Beffa nella beffa” era nata e abitava nella mia stessa città: ero convinto che per una questione statistica fosse assai difficile che tra i pochi italiani editi dall’Editrice Nord potesse apparirne un altro e per giunta di Trieste! Di nuovo. Non ero arrabbiato con quella donna, ero arrabbiato con me stesso… Perché non sono ancora lì?  mi chiedevo. Perché?! Fu così che mi convinsi di quanto segue: Se non provo a mandare i romanzi ora, può essere che perda il momento perfetto per far breccia e non mi si presenti mai più l’occasione. Un po’ melodrammatico, se volete, però era così che mi sentivo. Non avevo ancora capito che non sono gli altri a toglierci la possibilità di riuscire, siamo noi stessi.

A metà tra il frustrato a causa della stessa qualità dell’opera (che sapevo ancora insufficiente) e l’offeso con me stesso per non credere a sufficienza nel mio talento (applicare alle mie azioni il concetto di “cogliere l’attimo” significava ammettere che i miei scritti necessitassero di quell’attimo propizio e che altrimenti erano destinati a essere ignorati), mandai un plico enorme contro qualsiasi saggio consiglio che chiunque di voi potrebbe trovare e leggere in abbondanza in internet. Ciò nonostante ricevetti risposta e in breve firmai il mio primo contratto editoriale. Com’è già stato ampiamente dimostrato, i consigli servono solo a sbagliare con la testa di qualcun altro. È l’atteggiamento mentale a fare la differenza.

Così cominciai un secondo apprendistato: dopo aver imparato a usare gli strumenti in mano mia, imparai a usare quelli in mano ad altri… Ovvero, assorbito il processo di scrittura, passai al mondo editoriale. Ne parlavo con un amico scrittore venezuelano non molto tempo fa: alla fine ciò che mi resta è l’esperienza, un bagaglio di ricordi e conoscenza che sono il frutto del bene e del male di quel periodo. Sono insegnamenti complementari, le due facce della stessa medaglia e nessuna può essere considerata separatamente (questo concetto suona trito e ritrito perché è vero e molti l’hanno compreso: la banalità non c’entra). La verità di fondo è che nonostante me ne sia andato sbattendo la porta, è grazie a quei 4 anni che so come comportarmi oggi (del resto pochi sono passati per il piccolo-medio editore e per il grande – quindi senza sganciare un quattrino – con distribuzione su tutto il territorio nazionale: il gruppetto di cui faccio parte è ristretto, considerando quanti ambiscono a “diventare scrittori” – si nasce, non si diventa, a meno che non lo si fosse già in parte in modo innato).

Ebbene, tutto quello che ho scritto ora è davvero il mio passato. Non mi appartiene più, la parte che faceva da zavorra è stata sganciata e mi resta soltanto l’esperienza, priva di sentimenti intensi. È qualcosa che è esistito, ma che non c’è più da così tanto tempo che il mondo stesso è cambiato molto da allora e la mia vita ancor di più: posso finalmente guardare avanti.

Il progetto Ennalogia non può che cominciare dalla riscrittura integrale della mia trilogia d’esordio, il Primo Ciclo Minore. Nel prossimo articolo parlerò del metodo tecnico che userò. Per ora, invece, mi limito al senso del progetto e mi concentro sulla succitata riscrittura.

La prima cosa che si dovrebbe spiegare è perché riscrivere daccapo e integralmente, anziché rimaneggiare o riscrivere soltanto alcune parti. Be’, perché cambierà molto: è necessario attualizzare quel racconto, che sembra scritto da mio nonno quando ancora non conosceva bene la lingua italiana. La storia, l’intreccio, l’originalità dell’ideazione, chi mi conosce sa che le difendo a spada tratta; ma anche sotto quest’aspetto posso fare meglio e perché non migliorare ciò che già è buono, dato che in ogni caso lo riscriverò da zero?

Vi sono alcune questioni scottanti. Il punto di vista, ad esempio, che imperversa onnisciente lungo l’intera trilogia, anche se la sua presenza va scemando man mano che maturo e scrivo il Libro II e poi, un paio d’anni più tardi, il Libro III. La maturità dei dialoghi e della caratterizzazione dei personaggi, aspetti cruciali e che, sebbene non scentrati nell’originale, hanno sensibili margini di miglioramento – in fondo avere 14 anni e cominciare a scrivere da zero il primo racconto della tua vita non è la stessa cosa di farlo a 46, con alcuni romanzi alle spalle, la maggior parte editi. Il ritmo, qualcosa di cui ero ancora poco cosciente scrivendo il romanzo conclusivo della trilogia, figuratevi al tempo di quello d’esordio.

Le cose da dire sarebbero molte, ma già da queste prime tre capite che la riscrittura dev’essere integrale. In caso contrario sarebbe un inutile calvario, avendo la certezza d’ottenere risultati peggiori (sì, ho di queste certezze grazie all’esperienza – anche se questa mi sembra quasi una banalità, devo dire, per chiunque abbia un minimo di scrittura alle spalle).

Vi è qualcosa che viene ancor prima di quanto appena detto, per assurdo che possa sembrare: l’Ennalogia. La sua coerenza interna come opera unica è fondamentale, non posso avere il primo terzo di una saga scritto in modo completamente diverso. È una cretineria pensare di poter proporre qualcosa del genere, sicché la mia unica possibilità di scrivere almeno la prima parte della mia personale “saga della vita” (9 dei 17 libri pensati) passa per lo stravolgimento della mia trilogia d’esordio.

Sarà talmente diverso che è come se fosse un’altra storia, anche se quanto di grande c’è nel Primo Ciclo Minore è proprio la storia, la sua struttura nascosta, i suoi mille dettagli sparsi qui e là, la sua grande coerenza interna e la sua prospettiva apertissima, che respira a pieni polmoni e contiene un’originalità ben al di sopra della media del Fantasy del tempo (non dico odierno perché proprio non so a che punto sono arrivati gli autori contemporanei – e fa lo stesso).

Vi sono poi tutta una serie di questioni che trascendono il Primo Ciclo Minore, se si vuole. Questioni che hanno a che fare con il salto in avanti che il me scrittore si appresta a fare: dal mio ultimo romanzo a oggi sono trascorsi 13 anni e il mio approccio sarà assai differente e difforme. Ma è meglio parlare dell’approccio generale in un testo a parte, con tanto di dichiarazione d’intenti.

“La Mano” è il mio nuovo piano

“La Mano” è il mio nuovo piano

La Mano è il mio pentagono di progetti narrativi per questo 2018.

  • Trilogia dell’Utopia .: Oliver (Ideazione)
  • I Silenzi .: Il giorno dopo (Tomo II)
  • La Triade .: Riscrittura del Primo Ciclo Minore (Libri I, II e III)
  • Tu, la vera storia .: Primo non-corso sulla Scrittura e il Nulla
  • Il Viaggio .: Cronache di una vita parallela (la Serie degli Infiniti Intrecci)

Cinque Dita, una Mano.

Non è un concetto nuovo, anzi, è pari pari copiato dalla rinomata The Hand della Marvel, la cui conoscenza alcuni di noi hanno rinvigorito grazie alle recenti serie TV (alcuni diranno a causa). Niente di speciale, insomma; mi serviva una sintetizzazione simbolica che mi aiutasse a mettere a fuoco l’essenziale di un piano talmente folle per vastità che sembra destinato a fallire nel 99% dei casi prima ancora di cominciare – e non solo a causa dei miei trascorsi -: troppo da scrivere!

Di recente ho appreso che non è saggio limitare la propria ambizione, a meno che la conseguenza non sia fare del male a qualcun altro (questo è il mio limite, almeno). E io sono ambizioso, da sempre e lo sarò sempre. Non penso in piccolo, semmai in troppo grande. E va bene così, dato che quanto ho ottenuto finora dipende dall’aver voluto ottenere ancora di più.

Il piano è folle, sì, ma nel contempo è fluido e si adatterà alle esigenze del momento. Le priorità dei vari progetti sono stabilite per intralciarsi il meno possibile. Quello che ora mi preme comunicare è semplicemente perché tutti e cinque sono importanti per me in questo presente. In breve, presi tutti assieme sono complementari. In questo presente, sì, quindi non c’è alcuna promessa di ultimazione di opere a getto continuo in quanto ho scritto più sopra (le priorità non stabiliscono deadlines, bensì quantità di tempo da dedicare al singolo progetto, e capirete che è cosa ben diversa). La Mano è una dichiarazione d’intenti e di prospettive. Meglio, è un unico intento a cui tendo attraverso cinque prospettive differenti. A latere, ma di pari importanza, c’è la promessa a me stesso che scriverò con continuità (senza questo patto il “folle piano” diventa “una pagliacciata”).

Tutte le prospettive sono utili alla mia crescita personale e quindi nessuna può essere scartata a priori, solo rallentata. Abbandonata, dimenticata per troppo tempo… Nessuna prospettiva soffrirà un simile destino, non più, perché ora so cosa devo fare e come farlo, dopo un (lungo) tempo di confusione. (In un passato non troppo lontano lo chiamavo tempo di riflessione. Buon segno, il cambio di prospettiva: la verità è sempre salvifica.) Vi è un’unica possibilità negativa: che decida di smettere di scrivere un’altra volta. Sono aperto anche a questa eventualità: ciò che conta è il mio entusiasmo. Se evaporerà di nuovo, smetterò. Quindi la smetto di bluffarmi allo specchio da subito e vi dico su cosa lavorerò e perché, null’altro. 

Passo a descrivervi l’unicità di ognuna delle prospettive che le Dita mi danno.

La saga de I Silenzi vuole riflettere sulla complessità della realtà e con essa affrontare temi che ci portiamo appresso fin da quando esistiamo, quali il razzismo, la diffidenza (quando va bene) verso ciò che non conosciamo, la nostra incapacità di apprendere o anche solo ricordare le lezioni storiche. E ancora, e più in grande, l’eccezionalità che rappresenterebbe una società fondata su una reale comunione d’intenti imperniata su valori inviolabili, rispettati e fatti rispettare senza eccezioni. D’altro canto l’impatto della tecnologia e più in generale della conoscenza sugli equilibri sociali a livello globale. È attuale, in un certo senso. Una peculiarità della saga importante in quest’elenco di progetti, è che già dal Tomo II emergerà la coesistenza delle razze classiche del fantasy con altre aliene in una stessa ambientazione.

I Silenzi è una saga con un approccio assai differente rispetto a La Triade, che invece ha nel suo DNA una continua riflessione sulla complessità dell’interiore umano, della psiche, del perché siamo vivi e di ciò che ci rende vitali. Ha un’impronta decisamente più mistica ed esistenziale. Esprime il mio credo, che nulla ha a che fare con religioni o convinzioni altrui. È mia, fin dai tempi in cui cominciai a scrivere, più di 30 anni fa. La Triade sono io. Ed è, in fondo, la grande battaglia tra il Bene e il Male, rappresentata nel modo più sfaccettato e onesto di cui io sia capace, con un preciso focus sull’essere umano e l’impressionante diversificazione di “risultati” che la nostra specie ingenera. Sulla Terra Uhda’estolaêy “sono tutti della stessa razza” (niente di simile alle differenze tra Uomini e Elfi o Nani, per esempio) e ciò che li divide sono le stesse cose che dividono noi, qui, sul pianeta Terra: i personaggi che l’animano sono tutti persone e tutti unici, come nella realtà. Noi ci etichettiamo secondo logiche difformi, che non appartengono a una schematica divisione in “razze”. È un fantasy meno anticonformista oggi di come lo era allora, ma ho la soluzione per donargli nuova linfa e colpire: attualizzarlo, ricostruirlo da zero oggi. Se si osserva La Triade da questo punto di vista se ne ottiene una bizzarra commistione di logiche, complementare a I Silenzi.

Oliver è il secondo romanzo della Trilogia dell’Utopia in cui, in soldoni, mi vendico di tutto il male che i mezzi d’informazione mi hanno vomitato addosso nei decenni (!) e la generale incapacità dei popoli, almeno apparente, di reagire alle logiche che le “maggioranze silenziose” già sanno sbagliate, di abbattere le regole che danno ai pochi e tolgono a quasi tutti, di contrastare chi ha l’onere e l’onore di poter decidere, di isolare chi sposa tali logiche, finendo per denigrare e spesso annullare l’unico straccio di vita che ognuno di noi possiede, fino a prova contraria, soprattutto quando non si ha avuto la fortuna di nascere in un Paese del “primo mondo” (definizione discutibile, perché basata su valori discutibili). Fortuna, non merito. È un’utopia, lo dichiaro, ma comunque può mostrare una via e invita a prendere posizione. Ancora una volta il suo senso completa quelli degli altri progetti.

Resta il primo Non-corso sulla Scrittura e il Nulla, che tra i miei scritti è forse quello che meno continuità necessita. Sono riflessioni che ruotano attorno a un singolo aspetto della scrittura, con un approccio all’arte essenziale, volto a non perdere più tempo con quello che ormai migliaia e migliaia di scrittori hanno già detto e stradetto, con più o meno autorevolezza. Eviterò, cioè, di aggiungere a concetti triti e ritriti, spesso opinabili (il “tutti possono diventare scrittori…” è la falsità somma, da cui discendono molte altre. Sfortunatamente non la smettono di mentire, in molti). La conseguenza è il titolo che m’è parso più appropriato per smarcarmi da chi non si fa scrupoli – o non è cosciente – e pensa a vendere.

Infine Il Viaggio, il cui embrione è stato fecondato molto tempo fa, poco dopo l’uscita de La Rocca dei Silenzi. È un’idea ancora grezza e dalla sua nascita a oggi, un decennio più tardi, la funzione del viaggio e la natura del viandante sono cambiate. Rispecchiano il segno dei tempi e del mio presente, sicché non può che essere un viaggio assai più in lungo di quanto avessi previsto nel 2006. Non vi svelo cos’è la Serie degli Infiniti Intrecci. Vi rimando a quando apparirà il primo brano.

Oh, bene. Nuova dichiarazione d’intenti, anno 2018. Adesso non mi resta che fare, dopo il semplice dire. Alla prossima!

Scrittura creativa: essere o non essere

Scrittura creativa: essere o non essere

Cos’è la scrittura è difficile dirlo. È un’arte con delle regole precise ma elastiche e perciò influenzabile dalla personalità dello scrittore. Non c’è spazio per l’interpretazione, se si tratta di grammatica e sintassi, eppure le regole stesse sono così tante e interconnesse che il loro uso corretto e intreccio può produrre milioni di risultati diversi. Il risultato di solito lo chiamiamo “stile”. La scrittura è nobile, ovvero si adatta a qualsiasi contesto; i limiti sono sempre e solo quelli dello scrittore. È creativa, quando introduce nuovi contesti. È, insomma, infinitamente potente.

Ciò che a me sta a cuore è la narrativa, ovvero il contesto narrativo (che contiene altri contesti). È una galassia dell’universo scrittura, un sottoinsieme, ma quanto detto nel paragrafo precedente vale lo stesso. Microcosmo e macrocosmo.

D’accordo, ho scritto abbastanza definizioni e ora posso dedicarmi a ciò che davvero conta: il racconto in senso lato, il suo stretto e amoroso legame col nostro spirito, con il nostro vero io. Il nostro amore per raccontare storie, non importa di quale genere o estensione: storie. Intesa così, ai miei occhi appare già lampante che si tratti di un gesto tecnico soltanto in parte. Vi è molto di più, la parte che fa la differenza, quella che rende ogni scrittore unico e lo apre a una definizione popolare: sono i lettori che decretano quando qualcuno dice cose che meritano d’essere ascoltate – per le motivazioni più svariate. E perché i lettori amino uno scrittore e lo seguano, la sua unicità deve esprimersi in libertà e con sapienza al tempo stesso, affinché il suo essere trasudi da ogni frase, ogni parola… ogni pausa. La tecnica dev’essere appresa per potersi esprimere, per avere una gamma di scelte espressive ampia e dominarla a tal punto che nell’atto di scrivere la tecnica stessa non esista. Uno scrittore scrive pensando alla storia, no ai congiuntivi, alle virgole o al “show, don’t tell”, perché la tecnica è solo uno strumento. Il focus che vorrei dare a questi miei scritti è quindi ciò che riguarda la relazione tra noi e uno degli istinti più antichi dell’uomo, ruotandovi attorno quasi che fosse un’invisibile perno filosofico, la colonna vertebrale di queste mie riflessioni.

È indubbio che per me tutto è partito da una storia. Prima venne la storia, poi la consapevolezza che essere uno scrittore era il mio sogno. Essere, non diventare. Fu quello che mi proposi di scoprire, scrivendo. In qualche modo ero già consapevole che scrittori si è, perché la parte tecnica è la minore: ciò che chiunque può apprendere conta soltanto in parte. Altrimenti saremmo tutti scrittori. E non lo siamo, la maggior parte di noi non ci pensa nemmeno. E no, non basta pensarci: una nobile aspirazione che tradisce le vostre vere inclinazioni è una dispendiosa illusione, in termini di tempo.
Sto dicendo una cosa precisa: i corsi di scrittura creativa possono soltanto aiutarvi a saper tenere in mano la penna, se mi permettete una metafora, non a trasformarvi in qualcuno che non siete. In questo stesso concetto risiede il mio scetticismo, a meno che “lo scrittore” che dà il corso non faccia piazza pulita del grosso inganno che di solito si vende: tutti possono diventare uno scrittore.

Non è così.

Non è così se si parla di narrativa. Suppongo non sia così nemmeno per il contesto dei manuali tecnici, ma non lo conosco. Quello che a me appare chiaro è il contesto narrativo.
Ho letto scritti inediti di ogni genere, anche se non molti. Ma ne ho letti a suo tempo e nel corso degli anni ho sbirciato e sbircio tuttora in posti come Wattpad o leggo blog di sconosciuti che raccontano. Sono trent’anni ormai. Vi faccio due esempi chiari e opposti: ho letto storie scritte da cani, ma brillanti, e racconti brevi tecnicamente ineccepibili capaci di annoiare alla terza riga. Quale delle due tipologie di autori è più vicina a poter dire di sé “sono uno scrittore”? Nonostante quanto detto più sopra, non parto mai da preconcetti quando si tratta di una persona che vuole scrivere. In entrambi i casi il candidato all’Olimpo dei Best Seller potrebbe essere o meno uno scrittore. Il primo potrebbe non esserlo, se non ha la forza di volontà di applicarsi sul serio sulla tecnica e, allo stesso tempo, non ha una personalità abbastanza forte da mantenersi impermeabile alle mille sciocchezze che i presunti scrittori ti spacciano per verità, rimanendo così centrato nella propria unicità. Il secondo potrebbe esserlo e ciò che gli manca è imparare ad ascoltarsi e a liberarsi da qualsiasi cosa lo stia costringendo a un’espressività passiva, piatta… a risultare così distante. Oppure è tutto al contrario.

Uno scrittore è qualcuno che nasce dotato della capacità di pescare a piene mani in se stesso, senza ostruzioni interiori di sorta, impavido nello spingersi a fondo in sé stesso alla ricerca di come lo stanno trasformando il mondo e la vita, per riemergere e intrigare chi lo “ascolta” con una prospettiva unica su quello stesso mondo e quella stessa vita, perché contaminata da ciò che ha pescato, e infine affabulare mentre mostra grazie a un uso sapiente e armonico delle parole. Ovvero dev’essere perlomeno introspettivo, originale e preparato. Cose a cui se ne aggiungono sempre altre, non secondarie, ma che a mio avviso non sono pilastri portanti quanto le prime tre.

Ora mettetevi per un attimo dall’altra parte: non siete qui in veste di aspiranti o affermati scrittori, ma di semplici lettori senz’alcuna aspirazione letteraria. Quando prendete in mano un volume all’interno di una libreria non sapete chi avete di fronte, potete soltanto dedurre cosa avete in mano: un romanzo del tal genere scritto dal tal scrittore sconosciuto, però giovane e con un paio di cose interessanti nella biografia circa la sua esperienza, ad esempio. Capite a grandi linee se si tratta di qualcuno che vuole risultare comico o professionale o altro ancora. Ma quella è soltanto una posa, non sapete chi vi parlerà.

Presentandosi alla cassa, la prima cosa che un lettore forte spera è che la storia sia scritta bene (gli è sembrato di sì, ma sa che spilluzzicare qui e là qualche frase non è sapere), spera, perché altrimenti avrà speso male il proprio denaro e, soprattutto, soffrirà. Non c’è nulla di peggio di un brutto romanzo, specie se siete di quei lettori che s’impongono di finirlo nonostante gli risulti pesantissimo – non ho più tempo per essere magnanimo, io, invecchio. Il motivo per cui si spera, prima di attaccare con una nuova lettura di un autore sconosciuto, è perché se ci piacerà avremo vissuto il doppio e trovato un nuovo amico: quello scrittore, che finalmente non è più un tal qualsiasi.

Pensate di potervi fare amico qualcuno grazie a qualche migliaio di parole scritte senza mettere il vostro vero spirito pulsante, la vostra emozione, la passione, il dolore… i vostri sentimenti per ciò che accade tra quelle pagine? Non siete voi, ma siete voi. Meno di così e la vostra storia non vale né il tempo né il vile denaro.

Eccovi servito il primo puntino sulla “i”. Parlo di lettore forte perché chi legge poco non può essere uno scrittore (salvo i soliti, rarissimi casi di scrittori illuminati: esisteranno, ma se siete qui a leggermi voi già non lo siete, come non lo sono io). Si è prima lettori, poi scrittori. Se non si ama chi racconta è difficile che si sappia raccontare, specie crescendo: col tempo chi legge con continuità da anni sarà fuori dalla portata di chi non lo fa (ciò detto, il tempo può anche aiutare a colmare le proprie lacune, ma ci vuole… tempo, per l’appunto). Avrà in sé un bagaglio assai più ricco, molte più prospettive in mente quando riflette, maggior empatia e una più sviluppata intelligenza sociale, un senso più acuto riguardo alle dinamiche tra personaggi e alle trame di un intreccio; dulcis in fundo un cervello allenato alle parole… In breve, avrà assistito a e metabolizzato parecchi corsi di scrittura creativa senz’averne frequentato uno solo.

Avete quindi una prima domanda a cui potete rispondere con facilità: siete lettori forti? Se sì, ci leggiamo presto, da queste parti, con un secondo brano de “Tu, la vera storia”, il Primo Corso sulla Scrittura e il Nulla. Se no, spero mi abbiate letto attentamente. Ci sono un sacco di cose meravigliose da fare a questo mondo.

Scrivere è un’attività sfaccettata, complessa, che assorbe lo scrittore e non lo lascia mai solo, lo segue come un cane fedele e nel contempo come un’ombra vagamente minacciosa. È un’attività solitaria, intensa, di cui dall’esterno si vede soltanto la punta, quasi che fosse un’iceberg. Ciò che accade sotto la superficie è la parte su cui vorrei riflettere.

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