Settimana 0 – Il vento

Settimana 0 – Il vento

Da qualche parte bisogna pur cominciare e la terza settimana di settembre mi sembra un buon momento. Tutto ha un inizio, un momento scatenante. Il mio è stato così tanto tempo fa che non ricordo nemmeno il periodo, più o meno, approssimativamente… Niente. Pero era da qualche parte, laggiù, prima dell’adolescenza… o dopo che era già cominciata. Anche se, dandomi il tempo di riflettere e ricordare meglio, potrei dire che tutto è cominciato quand’ero piccolino, 5, 6 anni. Il Lego, lo Hobbit, l’Editrice Nord e il vento che mi ha portato lontanissimo e cambiato, in due folate, il 2005 e il 2006.

Tre anni più tardi ho ricominciato a ideare Senzanome da qualche appunto e due capitoli, e dopo ulteriori due anni, nel 2010, a scrivere.

Ora, a quattro anni dall’ultimazione, nella terza settimana di settembre del 2017, muovo un altro passo. Il ritmo ricorda un bradipo in fin di vita.

Sapete qual è il problema? Che sono perfettamente conscio che quando pubblicherò su Amazon il mio romanzo arriverà un’altra folata di vento. Cercavo anonimato assoluto e aver preso atto che non mi è possibile mi costringe a forzarmi. Ho capito, ma mi costa muovere questo passo. Guardo il lato positivo, nulla di meglio per spingere un po’ questo benedetto bradipo!

La questione è, in che direzione?

Indipendente. Se intellettualmente lo sono sempre stato, i miei unici romanzi pubblicati sono emersi dalle nebbie sotto il cappello di qualcuno, ereditandone la “forza”, ma anche i “nemici”. Con gli editori va così: vieni visto e puoi essere apprezzato o attaccato. Non parlo del diritto di critica dei lettori, punto il dito contro quella parte di critica che travalica i confini del testo in esame e infila nella discussione di tutto, magari a partire da un’opinione tranchant sull’editore che fa da cappello. È successo a me, è successo a molti.

Questa volta l’unico cappello sarà il mio nome. E avevo sognato nemmeno quello. Almeno le ragioni per fuorviare il discorso saranno minori.

Senzanome sarà mio e soltanto mio, ad eccezione della copertina. Ogni virgola presente e ognuna di quelle mancanti sarà una mia decisione o un mio errore. Non ci saranno discussioni sterili sull’editor, né sull’editing, né sulle malefatte dell’editore, perché nulla di tutto ciò è mai esistito per il mio ultimo pargolo. Il romanzo è frutto di scrittura e revisione dell’autore, così come papà l’ha fatto. 🙂

Ciò detto, qui ripartirò da dove avevo finito. Da un non-corso di scrittura creativa. E questa volta parlerò della creatività e della scrittura in senso artistico, senza considerare gli aspetti profilattici, l’organizzazione e l’approccio pianificato o non al testo. Quello l’ho già fatto abbastanza bene con “Un nuovo mondo”. Questa volta sarà un testo un po’ meno chiaro, ma di più ampio respiro.

2017

2017

Molti anni fa un’indovina disse a mia madre che nel 2017 mi sarei finalmente affermato come scrittore. Era la fine degli anni ’90, quindi immaginerete come la presi. Fra vent’anni?! Solo l’idea mi faceva incazzare! Pubblicai qualche anno dopo con l’Editrice Nord, proprio la Casa Editrice che avevo sognato e ancora oggi vedere il numero 200 della Fantacollana assegnato a “La Rocca dei Silenzi” mi fa sentire bene. Sono stato parte del tramonto, se volete, e certo uno degli autori che con meno merito è entrato a far parte di quella schiera di Maestri del Fantastico. Non mi illusi, no, ma pensavo d’aver schivato la sciocchezza dell’indovina. Strano déjà vu quello di essere a tu per tu con una profezia nella vita reale, dopo decenni di letture fantastiche. Isn’t it ironic? 🙂

Non considero affatto la cosa importante, ma una parte di me vuole credervi. E sente l’urgenza di fare quel passo che ormai rimando da anni: pubblicare come autore indipendente (e mi perdonerete se d’ora in avanti dirò semplicemente indie).

La mia ritrosia, ostinata, non è dovuta al testo: se di un romanzo sono soddisfatto, quello è Senzanome. Ciò che mi ferma è il contorno. Tuttavia sono trascorsi anni, oggi sono un marito e padre, vivo all’estero, parlo tre lingue correntemente e le uso quotidianamente (mia figlia Blu ha ripescato dalle profondità della mia mente l’italiano parlato, in una vita fatta di spagnolo e inglese: sono già in debito con lei). La mia mente non è più la stessa. Sono cambiato e considero certi fatti della mia vita storia: qualcosa che insegna, ma ormai è acqua passata. Di conseguenza eccomi qui, a tu per tu con il 2017.

Ho in mente un po’ di cose, ma uno degli insegnamenti della mia storia è che devo smetterla di annunciare chissà che e poi non riuscire a rispettare nulla di quanto promesso. Saprete cos’ho in mente quando avrò materiale da mostrarvi. Una cosa è certa: sarà istruttivo, per me. Ho voglia di tornare a parlare di scrittura dal punto di vista dello scrittore, di una testa pensante libera da ogni condizionamento e sinceramente attratta dall’esprimere se stessa. Voglio parlare del senso. E in questo non sono cambiato, ma ora ho un’altra forza. Ho vissuto di più, ho letto di più, ho visto di più. Ad ogni modo tutto ha un senso, anche la tecnica. E dare il giusto senso a ogni cosa della scrittura porta al senso profondo dello scritto. Ho l’impressione che ne riparleremo.

Il mio tempo libero è ormai pochissimo e il lavoro mi stanca sul serio (congiuntamente alla furia dai boccoli biondi e il nome angelico!), forse perché mi manca l’entusiasmo d’un tempo (e sfiderei chiunque a avere entusiasmo dopo 26 anni da informatico in questo Mondo, dei quali ben 22 da precario o, qui in Spagna, a tempo indeterminato tanto ti possono dare un calcio in culo da un giorno all’altro, ovvero precario con altro nome). Ma, insomma, è il 2017 o no?

In qualche modo questa volta esco dal buco.

Mi rimetto in gioco.

Mi rimetto in gioco.

Mi rimetto in gioco. Basterebbe dire questo, se volessi riassumere.

Preferisco spiegare almeno a grandi linee, però, considerando che non sono un esordiente, che ho un passato, che tra di voi ci saranno “miei vecchi lettori”, che…

Ho avuto dieci anni per riflettere e sono cambiato.

Ho riletto qualcosa della mia passata onnipresenza in rete, più alla ricerca del mio pensiero d’allora, che al navigare tra lodi e imprecazioni varie. Sono cambiato, sì. Ciò che ho letto mi appartiene solo in quell’ostinata ricerca di dare un senso alle cose. Quanto ai metodi e in certi casi, ahimè, alle parole… stringo le labbra in silenzio.

Non sono tornato per ripartire da dove avevo finito. Riparto da zero e l’interazione con i miei lettori andrà di pari passo. Sarò me stesso, solo e quindi libero, seduto nell’angolo buio della taverna, vicino al sottoscala, come ai vecchi tempi del Fantasy. Evil grin. Resterò bello trincerato nella mia zona di comfort, insomma. Qui. Perché questo sono io e non giocherò più d’azzardo con la mia anima.

Il piano era l’anonimato più assoluto. Ed è fallito: era impossibile non esistere, legalmente, a meno che io non fossi già uno scrittore affermato. Paradossale. (E l’anima tremó… No, dai, non è così grave, mi son solo perso un bel po’ di spasso, ma mi sono anche tolto di dosso un vago senso d’incomodità e di colpa. Sono schivo se si parla di me, ma sono una persona amichevole, sociale.)

Piano B. Torno col mio nome, ma indie. Cos’ho da perdere? In fondo ho sputato sangue su Senzanome per cinque anni, me lo devo, prim’ancora di doverlo a qualcun altro.

Eppure son già passati quattro anni da quando l’ho finito e non sono ancora riuscito a pubblicarlo online. Sembra patologico. È che dovevo metabolizzare le conseguenze della mia decisione di auto eliminarmi dal gioco e le conseguenze di scegliere di tornare, ma come scrittore indie. Dovevo cambiare.

Senzanome ci metterà ancora qualche mese a uscire. Gli manca una cover degna, ma i miei fondi sono a zero e intendo farla realizzare da qualcuno che sa il fatto suo. Quindi abbiamo del tempo per conoscerci senza che il mio romanzo s’intrometta. La mia ottica è parlare a (molto meglio se con) persone appassionate di scrittura a partire dalla mia esperienza: posso parlare solo di me. Se voi vorrete parlare di… voi, sarà perfetto. Non credo ci sarà nulla di strutturato, perlomeno all’inizio. Scriverò qui sul mio sito, aprendo gli articoli ai commenti. Non farò da moderatore, non ne ho il tempo. Siate gentili l’uno con l’altro. Opinioni schiette, parole moderate. Se praticate lo zen è ancora meglio!

La rabbia distrugge la gioia.

Perché scrivere un altro romanzo?

Perché scrivere un altro romanzo?

Durante i miei cinque anni “NotOneWord”, durante i quali non sono riuscito a scrivere una sola riga di prima stesura, me lo sono chiesto spesso: perché scrivere un altro romanzo?

Le risposte erano inizialmente trancianti: non ha senso recitavano in coro, se si vuol coglierne l’essenza. Un paio d’anni di lagna. Poi i primi dubbi si sono intrufolati: sei sicuro di voler gettare la spugna così? Avresti ancora molte porte aperte… Sai che se vuoi puoi farlo. Per l’appunto, sapevo di poterlo fare, perché lo sapevo fare. Il resto non contava. O sì? Ecco. Quei dubbi erano lamentele da bar. Il nocciolo stava altrove.

Il cuore del problema era sentire di non essere ancora riuscito a scrivere Il Romanzo, quello che infine includeva il proprio spirito ribelle, la propria singolare visione della realtà, esplodendo la ricchezza di un mondo interiore cui io per primo non ero ancora riuscito a dar voce sino in fondo. Quello era il problema, ma per capirlo mi ci son voluti altri tre anni di lagne, via via più flebili e dopo un grande silenzio pensieroso.

Nel mezzo della tempesta che era la mia vita del tempo: rivoluzionata! E qui vi risparmio i dettagli. Non contano. È solo per dire che il silenzio era interiore. Esteriore nel senso che non ne parlavo, come se i quattro romanzi pubblicati non fossero mai esistiti e così tutte le esperienze vissute, le persone conosciute, le scoperte sul mondo editoriale, le gioie, i dolori. Il declino. Era rimasto soltanto quel silenzio che mi schiaffeggiava: “Parla! Cane!” sembrava sputacchiarmi in faccia. In silenzio. Finché qualcosa è emerso.

Senzanome è il risultato. E, cosa più importante, è la risposta alla domanda che mi aveva tormentato per cinque anni.

Perché scriverlo, dunque, un altro romanzo?

Per poter finalmente smettere di scrivere senza rimpianti.

Pin It on Pinterest