Fiero

Senzanome e senza meta.

Photo by Christopher Campbell on Unsplash

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14 Marzo 2021

“Senzanome” è finito.

Mi appresto a spedirlo agli editori italiani. Si merita il massimo e mi forzo controvoglia a questo passo: non sarò io a precludergli la possibilità di diventare grande.

Un detto spagnolo recita: “Caminante, no hay camino. Se hace camino al andar”. Ovvero: “Viandante, non esiste un cammino: lo si crea camminando”.

Quando si comincia a sentire che il tempo si accorcia, si comincia ad assaporare la vita. Non siamo infiniti, quindi ciò che conta è sempre più l’ora e sempre meno il domani.

Spedirò “Senzanome”. Poi conterò sei mesi esatti dalla data dell’invio e segnerò una deadline per gli editori. Scaduta quella, andrò per conto mio.

Creerò il mio cammino andando, non aspettando.

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Ho già scritto una carta di presentazione. Una delle mie: strana.

A un certo punto dico: “Fisserò negli occhi il rifiuto, qualora rifiuto fosse. Il fallimento non è altro che una parte del percorso: se la pioggia m’inzuppa le calze, non posso smettere di camminare.” Dico tante altre cose – quando i tempi saranno maturi, pubblicherò l’intera lettera di presentazione – e non mi pare ve ne sia una sola di minor importanza.

La scrittura, quando sentita, non si capisce mai per chi sia, infatti. Se stia lì a fissare te o voglia fissare il lettore non è chiaro. Entrambe le possibilità sono cammini che si snodano, lì, tra le righe.

Il senso di un testo non è mai l’evidenza, bensì sempre l’ombra che essa proietta. Allo scrittore spetta il compito di scrivere nel modo più terso possibile, affinché le ombre siano scure e nette; precise.

Qualsiasi cosa di meno è nebulosa.

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Ora mi manca la sola sinossi, tutt’altro che semplice da scrivere, perché la storia è ricca di personaggi, intrecci e risvolti. Dopo svariati tentivi insoddisfacenti, cui non posso affezionarmi, credo di aver trovato la quadra.

Una sorta di parabola. Una parabola quadra.

Allorché sarà scritta, spedirò, senza tante cerimonie. E il conto alla rovescia partirà: 179 giorni, 23 ore, 59 minuti, 59 secondi… 58… 57… …………. … .

La scrittura è curativa. Lo dicono in molti e io ne sono testimone. Ti sutura, lenisce, rinforza, alimenta; ti cura gradualmente, ma inesorabilmente, se ti fidi e t’affidi. Il momento in cui ti puoi dichiarare guarito è quando chiudi un progetto. È come se la vita fosse rimasta in sospeso, paziente, e t’avesse atteso all’angolo.

Spedisci, la saluti e svolti l’angolo a braccetto.

Una nuova strada da calcare, un nuovo tratto del cammino che si fa all’andare.

Saluterò “Senzanome”, la chiusura di un altro ciclo. Doloroso. Per fortuna è finito, anche se sei certo che un altro comincierà. È come se in realtà non ci fosse fine al dolore.

O, forse, che il dolore non esista. È soltanto una prospettiva, uno scrutare strabico. Una scelta sbagliata. A ogni modo l’unica cosa che si può fare è continuare a camminare, un passo dopo l’altro. A testa alta e schiena dritta.

Fieri.

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