Ha senso?

Brandello, #2

Photo by Dave Hoefler on Unsplash

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5 Febbraio 2021

Ha senso star lì a scrivere tanto? di continuo? con quella sensazione addosso che sembra parlarti dell’eternità? come se fosse sempre e per sempre?

Anche quando non scrivi ti ritrovi a pensare a quello che hai scritto o a quello che devi ancora scrivere. A volte a quello che potresti scrivere. Tante, troppe cose. Molte scivoleranno a valle come foglie cadute in un ruscello montano.

Altre idee, poche, ti restano aggrappate.

S’incastrano in una rientranza, tra una roccia e il terriccio della sponda. Restano lì, ondeggiando; a volte mulinano. Sembrano sempre sul punto di liberarsi, ma poi tornano indietro. Tentano e ti tentano. “Prendimi!” ti sussurrano. “Portami via con te, per favore!”

Che tu lo faccia o meno poco importa. Quella danza prigioniera delle correnti ti rimane dentro e tu lo sai che prima o poi riaffiorerà. Quel giorno la foglia sarà già affondata. Si sarà adagiata sul letto del ruscello e lì sarà marcita. Sarà limo e avrà fertilizzato la tua mente, oltreché il ruscello.

A tratti scrivere sembra un sempre, quando invece è un mulinare finito, che si fa liquido e s’intrufola nei pertugi della tua mente, scivolando tra i tuoi pensieri ossessivi. Apre crepe nella calce delle tue sottili credenze e convinzioni, perché la sua funzione è rivelarti la pietra solida di cui sei fatto.

Quindi sembra sensato, per te stesso se non per gli altri. Quando lo capisci, smetti di badare al tempo che passa, all’utilità della cosa, ai vantaggi, alle tue stesse, mere ambizioni. Scrivi perché quello è il modo in cui vedi il mondo e senza ti sentiresti cieco.

La scrittura illumina il mio cammino, per questo quando smisi ero accerchiato dall’oscurità. Mi sentivo solo e perso. E nulla aveva più un senso.

Povero illuso, sto mentendo! Ora ce l’ha? No.

Scrivo per sentirmi vivo? Ancora no, scrivere non è vivere. Eppure se non scrivo non ho dirittura, sbando e finisco per andare alla deriva galleggiando su questa vita che, forse, non ha alcuna spiegazione, né direzione. Invero scrivere mi aiuta a illudermi che le risposte siano alla mia portata; mi permette di sopportare l’infinito istante che rappresentiamo senza impazzire.

Finisce che non ho la più pallida idea di cosa significhi questo testo. E mi chiedo se ha importanza. No, non ce l’ha. Era un modo come un altro per scrivere ancora un po’, forse.

Comincio a pensare che il nulla esista. Sono io. Sono polvere, è soltanto questione di tempo. Basta aspettare. Non resterà nulla di me. La vita è vivere e scrivere è uno dei modi più intimi di spiegarsela, ma non è che abbia un gran senso. Ogni risposta genera mille domande. È un gioco a perdere. Poetico, virtuoso, ma da sospensione dell’incredulità. Bisogna essere creduloni, più che crederci.

È inutile darle tutta questa importanza. Almeno io non ci riesco più, pur se amo il gesto, l’intenzione, la passione che v’immetto. Ciò che risveglia in me, chi mi permette di essere.

Forse sto soltanto dicendo che ha ragione il più giovane protagonista del mio romanzo. Ecco. Quando, raggiunta la fama grazie ai suoi quadri straordinari, l’amico gli chiede e dice: «Si può sapere cosa vuoi fare, se non farai il pittore? Voglio dire, come dice mio papà, uno deve sapere cosa vuole dalla vita.»

Lui non esita e risponde: «Farò il fotografo».

 



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