Il miglior me • 29

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2 Aprile 2021

“La scrittura è la cosa più vicina alla magia che conosca. Ne sono ammaliato.” — Io, me medesimo

Ieri dovevo scrivere alcune scene di un capitolo de “Il giorno dopo” che mi sembrava un po’ in sordina rispetto agli altri. Eppure sapevo che c’erano alcuni aspetti importanti per il prosieguo della vicenda da far affiorare. Evitarli significava scalfire la caratterizzazione dei personaggi: non commetto di certi errori, non più. Allora mi son detto: “D’accordo, è necessario, ma che siano scene brevi. Va’ dritto al punto e usa una narrazione ridotta all’osso. Il lettore deve bersele in pochi minuti.” E così ho fatto.

Sapevo che il forte del capitolo era la sua scena finale. E già: sono un dannato pianificatore. Uno che “ti si ammoscia la biro”, come ha scritto una collega scrittrice ieri – ho riso parecchio, quando l'ho letto. Molto visiva, lo ammetto!

Soltanto che, be’… Mi pare che non s’ammosci proprio nulla. Ormai pianifico per darmi una direzione e basta, perché quasi sempre parto per la tangente creativa. L’importante non è pianificare o non pianificare, infatti, ma entrare nel flusso e lasciarsi fluire quando si scrive, non importa cosa s’è pensato prima. È come darsi il la prima di abbandonarsi a un'improvvisazione jazz. E così quell’unica scena è esplosa in tre. E quella che la precedeva? Sorprendente è poco.

Ma andiamo con ordine, che sono un pianificatore. Ecchecaspita! Un po’ di rispetto per la mia precisione svizzera versione latina.

La prima scena carina, ma nulla di speciale. Inizio in sordina. Tutto sommato in linea… Bene, ma finisce lì. Ah, no? Non finisce lì? Eh, no. Non hai ancora scritto l’ultima scena. Cosa c’entra ’sta roba? Calma. Continua.

Seconda scena. “Maggot! Ma cosa stai dicendo?!” E perché questa santa donna pensa ‘ste cose? Incredibile. S’è nascosta fino a questo momento, ha fregato pure me! Ci ha preso in giro tutti! Bella lì: ottima suggestione, anche perché resta sottotraccia e la cosa mi pare perfetta. Suggerisce, ma mantiene la direzione. Come? Quale direzione? Eh, quella che ancora non ho preso!

La terza scena? Sarà l’ultima?! Forza. “Crystallize” di Thomas Bergersen in cuffia e scrivo.

Riprendo quello che ho scritto a inizio brano: la scrittura è la cosa più vicina alla magia che io conosca. Incredibile cosa m’è uscito. Da dove? Da dentro, dal profondo… Non lo so! Ma è uscita. Così, nel bel mezzo di una scena che doveva essere ”soltanto” sorprendente (per il lettore) e che, invece, è divenuta qualcosa di assai più sentito.

Be’, quasi del tutto. C’è molto altro in quella scena. Come sempre sono i dettagli a fare la differenza, almeno per quanto riguarda la mia scrittura. Forse è così per me perché credo la vita riveli la propria poesia proprio coi dettagli. È la mia prospettiva.

Morale, non importa cosa stia scrivendo, quando scrivo mi sorprendo spesso, anziché sorprendere il lettore – andiamo bene!

Un capitolo che m’era parso di transizione, un passaggio doveroso da affrontare con mestiere, per transitare il lettore verso eventi più significativi, è divenuto caro.

Poi l’ho riletto – la mia II stesura – e anche quelle scene veloci di cui parlavo all’inizio e la scena d’apertura… Eppoi quella città, che avevo sempre immaginato in altro modo – santa pianificazione! – e m’è apparsa stravolta, immersa in uno scenario da puro “sense of wonder”. Che meraviglia!

È come se d’improvviso avessi compreso perché il fantasy è il mio pane quotidiano, oggi più ancora di quand’ero un giovane di belle speranze. Vado di senso del meraviglioso e mi meraviglio per primo. È una droga, ‘sta roba!

Sia chiaro, non sto dicendo che i lettori grideranno all’incredibile correndo per le strade nudi, preda di uno stato d’esaltazione che è soltanto mio. Quello che s’immagina e si sente non è detto si riesca a farlo emergere senza musica, senza effetti speciali, senza immagini… Be’, ma in fondo siamo scrittori e quello è il mestiere: si tratta sempre di attuare una revisione di qualità. Nulla più.

L’atto creativo, però, è magico. Non fa altro che ribadire che siamo tutti molto di più di ciò che pensiarmo di essere. E io non mi sono ancora stufato di ribadirlo. Anzi, ci sto prendendo di nuovo un gran gusto.

Forse è per questo che ci vuole umiltà: bisogna sapersi annullare per poter attingere al meglio di sé. Ognuno ha il suo modo. Il mio è raccontare una storia.

Racconto e sono il miglior me.

 


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