Incapace è soltanto chi crede di esserlo

Abbraccia l’imprevisto e i tuoi talenti affioreranno

Photo by Anukrati Omar on Unsplash

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12 Luglio 2021

La scrittura è come uno specchio: quello che vi vedi dipende da come ti senti. E come ti senti, dipende da come ti tratti. Il modo in cui ti tratti è frutto di quanto ti ami, ovvero della libertà che ti concedi.

Quando si scrive letteratura, spesso non si ha la minima idea di come si scriverà la prossima scena. Un romanzo è un profluvio d’incognite. Nondimeno, grazie all’esperienza certi aspetti della scrittura diventano normale amministrazione, perché credi in te: sai che sei all’altezza perché l’hai già fatto centinaia di volte.

Dopo tanti anni di scrittura, più di quanti mi piacerebbe, so che l’esperienza è in buona parte consapevolezza dei propri mezzi.

È vero che certe capacità si acquisiscono soltanto col tempo, ma esiste una forte componente psicologica che influisce sul modo in cui si fluisce a valle. Raccontare è una predisposizione dell’animo. Ovvero l’inesperienza può essere fonte d’insicurezza, non dell’incapacità.

Incapace è soltanto chi crede di esserlo.

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A volte ti metti nei guai da solo, mentre racconti.

Un dialogo mi aveva preso la mano. A tu per tu con una bibliotecaria, uno dei protagonisti del mio prossimo romanzo s’era visto assegnare una considerevole quantità di testi da leggere.

Come spesso accade, a fine scesa restai immobile, fissando lo schermo. Che fare? Tagliare per ridimensionare la sfida o lasciare quella meraviglia così com’era?

Per fortuna o purtroppo amo le sfide narrative, quindi decisi di non toccare nulla. Anche perché esiste sempre un motivo per cui l’istinto guida uno scrittore in una certa direzione. Sapevo il perché di tutti quei testi: erano necessari per raccontare quasi nove secoli di storia.

Perfetto. Anzi no: come gestire una simile quantità d’informazione senza distruggere dalla noia il lettore? Complicato. Necessitavo di riflettere e, come sempre, il modo che preferisco è camminare nel bosco.

La soluzione, come altrettanto spesso accade in scrittura, è venuta strada facendo e strada scrivendo. Varie immersioni tra gli alberi e varie sessioni di scrittura.

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Una parte del romanzo racconta di un lungo viaggio in cerca della verità. La prospettiva del protagonista è che gli uomini hanno perso tutto per colpa dell’ignoranza. Ma vuole comprovarlo.

Raggiunta con grande difficoltà una delle poche biblioteche ancora esistenti di un mondo decaduto e ostico, i bibliotecari gli offrono con generosità il prezioso sapere che custodiscono. Tuttavia lo avvertono: “La verità è una prospettiva”.

Quella frase s’è rivelata emblematica. Rappresenta la soluzione di questa mia sfida narrativa. Una volta di più, mi dimostra che la letteratura è maestra di vita. Pesca in profondità inaspettate; dimenticate. Conteniamo tutti una ricchezza di cui non abbiamo coscienza.

Insomma, compresi non soltanto cosa raccontare e come farlo, ma anche perché. L’unica cosa che il lettore necessita è una prospettiva, non un’analisi esatta. E per farsi un’idea e nel contempo godersi la lettura il modo migliore era alleggerire il percorso formativo, renderlo variegato.

Un unico resoconto storico, tre parti molto diverse tra loro per raccontarla.

Nella prima parte il protagonista è nella biblioteca. Legge. Circondato da antichi tomi, storici a lui sconosciuti gli raccontano dei tempi andati, quelli che disconosce e che gli Uomini tutti hanno dimenticato. È a tu per tu con la tanto agognata verità. Vi s’immerge, ne viene inghiottito. Il testo alterna brani “originali” a sue riflessioni.

Legge e studia finché la stanchezza lo fa crollare dal sonno. E col sonno termina la prima parte.

Nella seconda parte, finalmente lui esce dalla biblioteca e raggiunge i compagni di viaggio che lo attendono all’esterno. Com’è ovvio che accada, comincia a raccontare cos’ha scoperto.

La parte che il lettore già conosce non viene ripetuta pedissequamente, ma approfondita. Trattandosi di un dialogo, è una cosa disordinata, ma il lettore già sa. Grazie alle domande dei personaggi che non sono entrati nella biblioteca ripasso i momenti salienti ma sempre aggiungendo dettaglio. La diversione è garantita dalle diverse prospettive.

Il dialogo si dilunga e sfocia nella seconda parte storica, quella che il lettore ancora non conosce. Tuttavia a un certo punto s’interrompe. I personaggi raggiungono la cima della collina che stavano ascendendo e si ritrovano di fronte una costruzione. Smettono di parlare.

La scena racconta di come la oltrepassano in preda alla tensione e si allontanano con circospezione. Il dialogo non riprende. O, meglio, riprende, ma io non racconto quella parte al lettore in diretta. Semplice.

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A questo punto mi trovo di fronte una sfida nella sfida.

Come variare? So d’aver già scritto troppo e di dover stringere, riassumere. La mia Stella Polare è la “prospettiva” da dare al lettore. “Ricorda. Non necessiti del dettaglio,” penso.

La soluzione è confidare in sé stessi. L’esperienza me l’ha insegnato. Temo di essere una persona insicura in molte cose, fallace e vittima dei troll interiori di cui Yvonne Varta parla. Ma quando scrivo sono Dio.

E come divinità che si rispetti, abbraccio forte l’imprevisto. Non vacillo. Lo stringo forte, sorrido, e dandogli una pacca sulla spalla gli dico: “Allora, vecchio mio? Tutto bene? Vieni.”

Eccomi all’ultima parte, dunque. Non so ancora cosa farò, ma non ci penso su un minuto di più. Le immagini cominciano a sgorgare. Nell’oscurità totale del mio flusso assoluto mi teletrasporto sul luogo. Vivo.

I miei personaggi arrivano in cima al crinale e si trovano di fronte il pianoro che conduce alla città verso cui stanno viaggiando. Due giorni di marcia e saranno arrivati a destinazione. Il romanzo sta per finire. Io sono lì, giusto dietro di loro, e li osservo.

D’improvviso sono dentro uno di loro. Osservo il panorama. Un dialogo scarno scaturisce dal nulla. È quasi un mormorio; è timido, debole. Troppa la meraviglia per essere arrivati sin lì.

La prima cosa che scopro è che il protagonista ha già raccontato tutto. Lo so per certo: sono lui. Sembra una fregatura bell’è buona, ma io sono Dio, ricordate? Non per niente ho il dono dell’ubiquità. Quindi continuo a fluire.

Anche perché pe necessario: il lettore non ne sa ancora nulla. Si starà chiedendo se mi son dimenticato una parte. Mentre procedo, capisco che non avevo proprio alcuna intenzione di riprendere il dialogo della seconda parte e allungare il dialogo. Era già abbastanza corposo: sarebbe diventato noioso.

Funziona un po’ così, quando si scrive. Sei lo scrittore, la prospettiva esterna, il personaggio e allo stesso tempo il lettore. È un po’ complicato, ma la schizofrenia non c’entra affatto.

D’un tratto il compagno di viaggio alla mia destra ricomincia ad avanzare e se ne esce con una delle sue battute. Si riferisce direttamente alla terza parte del resoconto storico che il lettore ancora non conosce. Percepisco un cambio repentino nel mio stato d’animo e mi ritrovo immerso nei ricordi del protagonista.

Ricordo in prima persona la parte mancante di ciò che ho letto.

Così la terza e ultima parte della storia pregressa del mondo emerge. Eh, già, parla proprio dell’ignoranza e di come sia assai vero che causi tutti i mali.

In un momento di dissociazione dalla dissociazione penso all’Olocausto e alla Giornata della Memoria. Allora mi fermo e capisco perché amo la letteratura, specie quella di genere. Mi permette di scendere a fondo e capire cose che ho sempre e soltanto sentito dire.

Quando finisco vado a farmi una doccia. È tardi. Dormirò sonni tranquilli e l’indomani sarò stanchissimo, perché in fondo questa storia di essere Dio è un’esagerazione.

Stanco, sì, ma felice d’aver gestito l’ennesima sfida abbracciando l’imprevisto.

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Quando uno scrittore racconta, confida nella propria creatività e dà per assodata la capacità di risolvere problematiche narrative. Una storia lunga quanto un romanzo lo mette di fronte a trappole, risvolti imprevisti, dettagli stonati… E chi più ne ha, più ne metta!

Il racconto è una cosa viva quando si giunge al dettaglio — la prima stesura.

Per chi ha esperienza non è una novità: ha già affrontato queste situazioni centinaia o migliaia di volte — a secondo di quanto tempo è che scrive. Ha già risolto situazioni simili, in cui doveva rendere naturale l’artefatto.

Il mio esempio vuole sottolineare il modo in cui si affrontano i nodi narrativi: ci si lascia andare. Le cose devono seguire il proprio corso. A volte ci si dilunga un po’, ma si può sempre accorciare in revisione.

In pratica l’autore costruisce dei piccoli ponti che collegano un blocco logico della storia a quello successivo, di modo che tutto fluisca e il lettore non se ne accorga.

La chiave di volta è comprendere che non sono soluzioni razionali, edificazioni logiche. Nascono dal nulla. E come tali non puoi star lì fermo a inventartele, se le pretendi efficaci.

Lo scrittore trova una soluzione raccontando. Vivendo la storia.

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Una breve riflessione finale.

Simili soluzioni narrative non sono e non possono essere frutto delle tecniche di scrittura creativa. I “piccoli ponti” costruiti servono a rendere l’andamento della storia sinuoso. Fanno parte dell’armonia e dell’equilibrio del raccontare. Non sono cose che si studino, bensì emergono, come se fossero sempre state lì.

La tecnica è importante, ma serve ad altro. È una delle componenti necessarie a prendere il lettore per mano e guidarlo fino alla fine del romanzo. Non è uno scherzo far leggere a qualcuno centinaia di pagine.

Mentre la tecnica evita che il racconto presenti spigoli, che la voce narrante singhiozzi e che la fluidità del racconto ne risenta, lo sviluppo della storia dipende dalla capacità artistica e creativa dell’autore. Le due cose non vivono in antitesi, bensì in simbiosi.

Il talento esiste. Naturalmente, va sviluppato e potenziato, ma non è una cosa che si possa insegnare. Lo si fa per conto proprio e a modo proprio. È importante capire il perché un corso di scrittura creativa è limitato.

A ogni modo, quando si ha un talento lo si usa e lo si fa con convinzione, fluendo in libertà e lasciando che cresca. Non dico sia un dovere, ma è mia convinzione che sia molto importante per ognuno di noi seguire chi siamo. E i nostri talenti dicono molto di noi.

Non è un caso che spesso chi si sente un incapace è perché si giudica in base al metro altrui. Sarebbe invece saggio ascoltarsi e seguire le proprie pulsioni, perché è assai probabile che quelle cose ci riusciranno assai meglio delle altre.

La mia spinta interiore è da sempre raccontare. La tua?

 


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