La Rocca dei Silenzi

La seconda versione del romanzo è pronta. Si tratta dello stesso testo, che ho dovuto rileggere per forza di cose, e perché la versione in mio possesso non era quella andata in stampa e perché era importante controllarne la coerenza interna in previsione del seguito, “Il giorno dopo”.

Illustration by Andrea D’Angelo

· ★ ·

 

20 Marzo 2022

E così ho completato anche questo progetto. Marcio speditamente verso gli obiettivi che mi sono prefisso per il 2022.

Soprattutto, mi lascio alle spalle la pesantezza di dover rileggere da cima a fondo un testo vecchio di diciotto anni, già rivisto e corretto svariate volte nel 2005.

Ma veniamo al dunque: sono soddisfatto? È un degno “Tomo primo” della saga de “I Silenzi” o no? Diciotto anni sono tanti per chiunque e per uno scrittore sono un abisso: è quasi come se tra l’Andrea D’Angelo di allora e quello di oggi fossero più le differenze che i punti di contatto.

Una cosa è certa: oggi non avrei scritto “La Rocca dei Silenzi“ così. Ora che ho finito di prepararlo, però, aggiungo: la mia è un’affermazione inutile.

In primo luogo, perché oggi sto scrivendo “Il giorno dopo”, che è opera di ben altro spessore e, comunque, molto diversa. Molto più “mia“, ancorata saldamente ai principi e valori che credo la letteratura di genere debba rappresentare. Insomma, artisticamente parlando sono ad anni luce di distanza. In secondo luogo, perché fa parte di un percorso e, in quanto tale, va rispettata per ciò che rappresenta.

Fa la sua figura. A me il contenuto soddisfa oggi come allora. La difficoltà vissuta riguarda l’atteggiamento narrativo, la prospettiva sul mondo, con quelle sue tonalità così cupe e assolute, scurissime. È un testo disincantato, per certi versi cinico, e rispecchia il me del 2005.

Oggi non sono né così arrabbiato, né così spietato. E, soprattutto, non sono così disilluso. Artisticamente parlando, nel 2005 stavo precipitando, nel 2022 viaggio a gonfie vele. Sono due prospettive quasi opposte che si specchiano nella letteratura prodotta.

In poche parole, considero “La Rocca dei Silenzi” un romanzo degno che, però, ormai mi rappresenta soltanto in minima parte e come scrittore e, soprattutto, come uomo.

Ma, certo, ci sono io tra quelle pagine. Anzitutto c’è il mio sempiterno legame con la natura, specie con la montagna e l’inverno.

Inoltre, come scrittore, c’è quella forma di trattare i protagonisti che m’è propria da sempre. Prima che venisse dato alle stampe, dissi che era un romanzo di personaggi e lo è. Ed è proprio questo che me lo fa amare, perché nonostate tutti i ceffoni che si permette di tirare – varie sono le guance che colpisce, anche se non tutte quelle che vorrebbe – dà il meglio di sé perché profondamente onesto. Viaggia a testa alta nel solco della (sua) verità.

Insomma, sì, è un degno “Tomo primo” della saga.

Di più. Direi che è l’inzio adatto, un po’ nevrotico e piuttosto violento. La vicenda ha un carattere che oserei definire perfetto per ciò che rappresenta all’interno della saga: l’antefatto che dà il via a una serie di reazioni a catena.

Certo, lo so, è un antefatto di 450 pagine. Non una bazzecola.

Mi rendo anche conto che un qualsiasi lettore, se dovesse fermarsi a “La Rocca dei Silenzi” e decidesse di non leggere “Il giorno dopo”, non saprebbe chi è Andrea D’Angelo come scrittore. Insomma, è un rischio. Ed è concreto, proprio per il tipo di opera.

Eppure, nell’idea alla base della saga, nel modo in cui la stessa si sviluppa, “La Rocca dei Silenzi” è il primo, fondamentale tassello di un affresco molto più grande e complesso, che la linearità della sua trama non permette di sospettare.

Basti pensare che “Il giorno dopo” avviene nove secoli dopo gli eventi de “La Rocca dei Silenzi”, ma è comunque indissolubilmente legato a ciò che avviene nelle sue pagine.

Il mio volere è stato quello di rispettarne la natura, senza stravolgerla, e renderlo appena più fluido con piccoli accorgimenti, senza mai mettere mano al testo del 2005 in modo pesante. Mai.

Del resto è un romanzo che arrivò secondo al Premio Italia, dietro soltanto a quel “Magdeburg” di Alan D. Altieri che è un signor romanzo. Quindi non è che si tratti di una robetta facilmente migliorabile.

Eppoi, le opere passate non si rimaneggiano sensibilmente: si lasciano come sono e, tutt’al più, se ne esaltà la natura del tempo, togliendo di mezzo alcune sbavature di troppo – che, comunque, non si riuscirebbe mai a eliminare del tutto: in un romanzo l’imperfezione è sempre presente ed è bene che sia così.

La mia impressione è che il racconto regga benissimmo gli anni che ha e resti all’altezza della situazione. E, spero, invoglierà i lettori a intraprendere il vero viaggio che li attende, attaccando con “Il giorno dopo” dopo aver letto “La Rocca dei Silenzi”.

A ogni modo, preoccuparsi non serve a nulla in letteratura. Infatti io non sono preoccupato: spero, semplicemente, che queste mie opere raggiungano quanti più lettori è possibile col passaparola.

Il mio dovere è scrivere opere che dicano qualcosa e che lo facciano bene, permettendomi di affermare che ho dato tutto me stesso e meglio di così, al tempo della pubblicazione, non potevo fare.

Tutto il resto viene se è destino che venga. È giusto che le proprie opere vivano con le loro forze e si facciano strada da sole.

Buon viaggio a “La Rocca dei Silenzi”.

Commenta