La saga de “I Silenzi”

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16 Marzo 2022

N el 2003, con la vendita dell’Editrice Nord al GeMS, il terzo volume della mia trilogia d’esordio veniva dato alle stampe. A quel punto il mio sentire rispetto al “La Triade”, ovvero alla saga a cui quel mio esordio apparteneva, era mutato.

Sentivo di voler concentrare la raggiunta maturità artistica con un romanzo singolo. L’idea di una trilogia mi sembrava un’atrocità: era stanco di tante cose e pure piuttosto frustrato; in parte arrabbiato. Per fortuna il mio furore artistico era ben lungi dall’essersi spento. Avevo perciò bisogno di un cambio d’orizzonte. Così proposi all’Editrice Nord un romanzo singolo, che sarebbe stato l’inizio di una nuova saga fantasy.

Non avevo, cioè, la più pallida idea di cos’avrebbe fatto germogliare quel piccolo seme. Ero molto attratto dall’idea di scrivere romanzi singoli, uno dopo l’altro e di poter così cambiare soggetto continuamente, pur se all’interno dello stesso filone.

Ma la mia creatività accetta difficilmente limitazioni – lo so oggi meglio di quanto lo sapessi allora. E quel sentire in apparenza specifico, invero strisciante e ramificato, altro non era che il sintomo di un malessere maggiore: il fantasy per me era il primo amore, ma non l’unico. Le isterie e manie del fandom italiano mi avevano chiarito quanto fossi un autore dall’intenzione trasversale, avulso a certe logiche di nicchia. In poche parole, “scrittore fantasy” mi stava stretto.

La mia ambizione era essere uno scrittore di genere tout court. E il modo migliore per riuscirvi, perché sono sempre stato bizzarro nelle mie scelte, era scrivere un fantasy diverso. Non una cosa rivoluzionaria, ma una cosa che sfidava proprio le isterie e manie del fandom. Come dire: “Ne siete proprio sicuri?

Tutto nacque da uno dei pochi racconti che scrissi in vita mia – ne scrissi sei, forse sette in tutto durante i primi anni. Non so neppure dove siano, perché li ho sempre ritenuti roba da quattro soldi. A parte uno, che in qualche modo mi stuzzicava.

Ricordo che l’avevo mandato a un concorso, non so quale, e che era arrivato finalista con mia grande sorpresa. La cosa avvenne prima ancora di firmare il contratto per la mia trilogia d’esordio con l’Editrice Nord. Perché sì, quando Gianfranco Viviani mi mandò le carte, io stavo già scrivendo “La Rocca dei Silenzi”.

Il racconto finalista di cui sopra divenne il prologo del romanzo.

Ricordo che la spinta iniziale furono le continue diatribe e dichiarazioni di stanchezza dei lettori appassionati di fantasy circa le razze classiche utilizzate da Tolkien: gli Elfi, i Nani, eccetera – anno 2000, così prendete la misura a quanto impaludato sia il discorso nel fandom italiano, che vent’anni dopo ancora si lamenta delle stesse cose. Pazzesco.

C’era questo sentimento diffuso che se si usavano le razze classiche, allora il romanzo era una copia de “Il Signore degli Anelli” o, peggio ancora, una roba alla Dungeons ’n’ Dragons. E io, tanto per cambiare, ero in totale disaccordo con quel sentire comune.

Tutto dipende da come usi certe cose, in letteratura, e da come le racconti. Non c’entra niente la presenza degli Elfi e dei Nani col fatto che la storia sia una copia o abbia un sapore di roba vecchia, che non dice nulla di nuovo.

Insomma, partii per una delle mie personali crociate: dimostrare che non era il nome delle cose a contare, ma la prospettiva con cui le si osservava – nonché il modo in cui quella prospettiva la si raccontava, ovviamente.

La Rocca dei Silenzi

Così estrassi dal cassetto quel racconto e lo resi prologo.

Avevo in mente soltanto la storia de “La Rocca dei Silenzi” e per me non esisteva alcuna saga. Scrissi, divertendomi parecchio, e pubblicai i primi sei capitoli in una loro versione non definitiva, all’interno della mia web di allora, negrore.com.

Così, tornando al 2003, proposi proprio quella storia che avevo soltanto cominciato e di cui, sinceramente, non conoscevo la trama esatta. Sapevo di cosa parlava, cosa voleva dimostrare e dove andava a parare per riuscirci. Nient’altro.

Volevo qualcosa che usasse il classico, a differenza della mia trilogia d’esordio, e che per contrasto parlasse di un tema contemporaneo, meglio ancora se col fantasy non avesse nulla a che fare – apparentemente. Non soltanto, pretesi che si scontrasse anche contro la lagna spossante dei lettori che attaccavano il tema del “viaggio” e con la moda allora imperante e per me insopportabile, perché stupida, dell’ambientazione dettagliatissima e, soprattutto, super coerente secondo la scienza di mille manuali che presuntamente rappresentava le fondamenta di un “buon fantasy” – frattanto la coerenza interna della storia andava a puttane, il sense of wonder non esisteva, la caratterizzazione dei personaggi era risibile, eccetera. Dicevo, manie

Così nacque “La Rocca dei Silenzi”. E, nonostante l’insuccesso di vendite, so che dimostrai esattamente quanto volevo dimostrare. Non vi dico cosa, perché se non l’avete letto, forse vorrete leggerlo e quindi evito anticipazioni.

Il giorno dopo

Come mio solito, perché così funziona la mia creatività, raccontando quella storia, nacque l’idea del seguito, “Il giorno dopo”. Ancora non avevo ben chiaro cosa fosse, ma presi nota delle idee che mi sovvenivano.

Nel marzo del 2005 lo sfortunato “La Rocca dei Silenzi” uscì in tutte le libreria d’Italia, ma vendette nel primo anno soltanto 1.052 copie, meno di un terzo di ogni singolo volume della mia trilogia d’esordio. Un flop.

Durante quel primo anno, avevo preparato la sinossi dettagliata de “Il giorno dopo”, che avevo presentato alla mia editor, Cristina Prasso. Ero però già in piena crisi e le email che spedivo trasmettevano la mia sfiducia.

Ricordo che Cristina mi rispose, riferendosi alla sinossi che le avevo mandato: “E questa tu la definiresti una crisi di creatività?”

Mi sentii lusingato, ma sapevamo molto bene entrambi che le sorti de “Il giorno dopo” dipendevano dalle vendite de “La Rocca dei Silenzi”. E così, è storia, non se ne fece nulla.

La saga de “I Silenzi”

Siamo ormai nel 2022 ed è dalla fine del 2020 che ho ripreso in mano “Il giorno dopo”. Diciassette anni dopo la scrittura del primo romanzo della saga, dopo averci girato attorno a più riprese, ho finalmente capito cos’avevo per le mani.

Non sono un amante delle etichette, ma nel caso di questa saga ora mi aiuteranno a spiegarvi perché definisco “I Silenzi” una “saga che attraversa i generi”.

“La Rocca dei Silenzi” è un high-fantasy. Oggi, credo, molti lo definirebbero grimdark. Ha certamente una fortissima componente splatter e horror, nonché sconfina vagamente nella fantascienza; sottolineo vagamente. È un romanzo sicuramente frutto delle mie molte influenze: come lettore, da sempre amo spaziare.

Ma, insomma, per me è un high-fantasy molto cupo e duro, che non prende nemmeno in considerazione l’idea di far sconti.

“Il giorno dopo”, invece, è un low-fantasy con una forte componente epic, in parte forse pure heroic e lievemente science-fantasy.

Tra i seguiti che ho in mente – sempre tutti rigorosamente romanzi singoli – un eventuale terzo romanzo potrebbe essere interamente science-fantasy e un quarto una space opera. Potrei tornare all’high-fantasy, mescolandolo al science-fantasy o al low-fantasy, potrei spingermi fino alla fantascienza più pura, anche se mai a quella più dura, perché anzitutto non ne sarei capace – non la capisco – e inoltre non ne subisco il fascino – probabilmente per una questione di limiti personali.

Insomma, “La Rocca dei Silenzi” già a fine prima stesura, era nelle intenzioni un portale che, spalancato, conduceva a un universo di possibilità virtualmente infinite.

Una breve precisazione, doverosa: non penso ai miei romanzi in base alle etichette. Quella sopra è un’analisi a posteriori per spiegare cosa sono “I Silenzi”. Tuttavia è ovvio che io decida la trama dei singoli romanzi in base a una riflessione sulle vicende e saldamente aggrappato alla coerenza interna della saga. Penso al significato e alla direzione dei miei scritti. Non è che penso: “Ah, adesso una space opera!” soltanto perché così mi va. O l’idea è sensata o la scarto. E quanto sopra elencato ha senso – mi dovete credere sulla parola; per questo “La Rocca dei Silenzi” è un portale.

Con gli anni ho vissuto tante cose e tante ne ho lette e si sono così aggiunte al mio bagaglio personale. Soprattutto, s’è aggiunta la mia maturazione come persona e una maggiore esperienza come scrittore. Se ai tempi della Rocca mi sarei definito uno ”scrittore di genere”, pur rigettando l’etichetta di “scrittore fantasy”, oggi mi definisco fieramente uno scrittore, punto e basta.

Chi sa di cosa parlo, comprenderà l’affermazione senza che debba spiegarla.

L’intenzione letteraria

Capita o meno l’antifona – conta poco – “Il giorno dopo” per me è un romanzo di genere, che mantiene e rispetta le buone cose dei generi: la sacrosanta impostazione volta a intrattenere – impossibile prendere per mano il lettore e guidarlo attraverso tutte le 1.070 pagine della vicenda senza avvincere –, una giocosità fatta non soltanto d’azione, ma anche da numerosi personaggi e una varietà di situazioni che strizzano l’occhio al sense of wonder, come nella migliore tradizione.

Resta però forte l’intenzione letteraria e quel mio dirigermi con decisione nella direzione che già ai tempi de “La Rocca dei Silenzi” mi premeva: disintegrare senza pietà l’idea che la narrativa di genere debba attenersi a dei canoni – cosa già ampiamente dimostrata, ma che è bene reiterare, specie per tutte le schiere di lettori monotematici che leggono sempre e solo le stesse cose e che, di fatto, instaurano una ghettizzazione della letteratura di genere assieme agli autori che quelle stesse logiche sposano. Non è una nicchia, peggio: è un ghetto!

Per riuscire nel mio intento, decisi di usare il classico per parlare del contemporaneo, e di usare il genere per parlare di temi solitamente attinenti agli scrittori “realisti”.

Nel contempo creai un affresco sempre più grande del mio mondo, ed espansi la saga a partire dal Big Bang che fu “La Rocca dei Silenzi” – piuttosto silenziosamente, considerato il flop di vendite, ma ferocemente.

Mi piace pensare che “Il giorno dopo” metta le cose in chiaro su quale sia la visione che mi sospinge. Per la prima, vera volta emerge la mia prospettiva circa il ruolo fondamentale della letteratura di genere come riflessione profonda e attiva nel contesto culturale.

Era già emersa ai miei esordi, a dir il vero, ma ero uno scrittore acerbo e la forza di quel messaggio si perse nel fandom.

Chi considera di serie B i generi non ha ancora capito quale sia il loro potenziale e quanto potente possa essere il messaggio grazie all’astrazione della distanza.

Naturalmente non sto dicendo che vi sia riuscito io: dico che quella è la mia intenzione genuina. Poi sono i lettori che giudicano le opere, non gli autori. In fondo è già stato dimostrato, dacché ci sono esempi lampanti e alti di come certe opere, tutte apparententi all’enorme calderone che il Fantastico è, possano influenzare masse di persone. Ogni genere vi è riuscito nel tempo.

Per quanto riguarda me, sono convinto che “Il giorno dopo” sia il mio punto più alto e che “I Silenzi” siano una saga che riserverà parecchie sorprese a chiunque abbia la volontà di non farsi trascinare qui e là dai pregiudizi e si lasci guidare in un viaggio che per sua stessa definizione varca i confini in modo perentorio e deliberato.

Chiunque creda che “La Rocca dei Silenzi” inizi l’ennesima saga fantasy con Elfi e Nani prende un abbaglio grande come una casa.

Non si tratta di Elfi e Nani, infatti, ma sempre e soltanto di noi.

Si tratta di capire chi siamo, quale sia il nostro potenziale – nel bene e nel male – e perché la letteratura di genere sia una cosa seria, che andrebbe trattata come tale.

E che, per pretenderlo, andrebbe scritta con la stessa serietà.

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