La terza revisione

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27 Marzo 2022

C hi mi segue da un po’ conosce il mio processo di scrittura, che è cambiato nel tempo, ottimizzandosi e adattandosi alla mia maturità artistica.

Giova comunque riassumerlo.

In seguito alla fase di preparazione, durante la quale mi racconto a grandi linee la storia per iscritto e, in seguito, produco la scaletta — cronologica, essenziale e indicativa della sola direzione (tutto può cambiare in fase di stesura) — passo alla scrittura vera e propria. Le fasi sono le seguenti:

  • Prima stesura
  • Seconda stesura
  • Prima revisione
  • Seconda revisione
  • Lettori beta
  • Terza revisione
  • Lettura a voce alta
  • Meno di così comporterebbe il non poter raggiungere una qualità accettabile, men che meno ragionando come indie e facendo tutto da solo.

    Sottolineo che due stesure e tre revisioni, più una quarta che la lettura a voce alta rappresenta, è una cosa che soltanto chi ha esperienza può attuare con buoni risultati. Quand’ero agli inizi le revisioni erano molte di più. Se non ricordo male, il mio primo romanzo lo corressi quasi venti volte.

    Il processo di scrittura, comunque, sottostà a diversi aspetti, che vanno soppesati con attenzione.

    La maturazione di uno scrittore, ad esempio, vive il cruciale passaggio che l’accettazione dell’imperfezione è. S’impara a demarcare un confine, quello oltre il quale il tempo speso in un’ulteriore revisione non giustificherebbe le poche migliorie apportate al testo.

    Ovvero lo scrittore maturo sa quand’è bene fermarsi. Non soltanto, ma anche sa come farlo senza patemi d’animo.

    Cosa c’entra? Semplice, le fasi di cui sopra sono definite a mia misura, perché so quanto lavoro necessito per ottenere i miei migliori risultati senza esagerare col perfezionismo.

    La terza revisione

    Finito di preparare la seconda edizione de “La Rocca dei Silenzi”, da qualche giorno sono a tu per tu con la terza e ultima revisione de “Il giorno dopo”.

    Invero sto ancora attendendo il resoconto dei lettori beta che stanno gentilmente leggendo il romanzo — non era semplice trovare qualcuno disposto a farlo, vista la mole del racconto.

    L’ideale sarebbe che gl’impavidi lettori terminassero e discutessero con me delle loro impressioni, permettendomi di analizzare eventuali punti deboli della narrazione. Quindi, soltanto dopo aver apportato puntualmente le necessarie modifiche al testo, affrontare la terza revisione.

    Purtroppo, proprio considerata la mole e gli obiettivi che mi sono prefisso per quest’anno, devo procedere o non ce la farò. Cosa accadrà, dunque? Be’, che qualsiasi cambiamento mi costringerà a rileggere per bene le parti modificate, se ve ne saranno.

    Confido che non sarò costretto a stravolgimenti, anche se non si sa mai. Del resto a questo servono i lettori beta: vedono cose che tu non vedi o che, perlomeno, hai valutato male. Quindi attendo con malcelata impazienza.

    Fremo, perché è tanto che lavoro a questo romanzo nella mia mente — sedici anni — e nutro per ciò che racconta un sentimento d’amore profondo. Ritengo sia il romanzo che più mi rappresenta, sia come scrittore che come essere umano — assieme a “Senzanome”.

    Ora, il testo conta 305.000 parole, quasi due milioni di battute, che tradotte in numeri comprensibili significa 1.070 cartelle standard. Consta di tre parti e lo pubblicherò in due volumi: nel primo ci saranno la Parte I e II, nel secondo la Parte III.

    A tutt’oggi ho affrontato l’introduttiva Parte I, in cui imposto il romanzo, perché, chi avrà di leggerlo noterà, l’idea alla base del testo non è quella di un romanzo convenzionale. Diciamo che “Il giorno dopo” contiene un romanzo convenzionale, ma il testo può essere letto in almeno tre modi diversi. Naturalmente la sua lettura integrale è quella che preferisco.

    In questo senso riflette l’ampio respiro della saga de “I Silenzi”, di cui ho spiegato la natura in quest’altro articolo.

    A cosa guardo durante la III revisione

    La terza revisione e la quarta, ovvero la rilettura a voce alta, si occupano della prosa, dello stile, sono quelle incentrate sull’amore per la parola.

    I miei obiettivi sono presto detti: fluidità, chiarezza, ricerca dell’essenzialità, eleganza scevra d’ampollosità. Insomma, in una parola, sottrazione.

    Ogni scrittore che si rispetti sottrae e ricerca, pur all’interno dello stile scelto e della tipologia di racconto adottata. L’obiettivo è che il superfluo non macchi, non spezzi, non rallenti eccessivamente la narrazione.

    Inutile dire che la perfezione non esiste. Inoltre, il dono della sintesi non m’è proprio. Quello che io ricerco è la densità del racconto. Pretendo, cioè, di raggiungere quell’ideale in cui ogni scena fa avanzare la storia e che, qualora qualche paragrafo esista per aggiungere dettaglio e spessore alla storia — cose senza la quale la storia vivrebbe lo stesso —, sia armonico e di una bellezza letteraria il più oggettiva possibile.

    Insomma, qualora decida per una digressione, il lettore deve sentirsene gratificato, non rallentato. Ovviamente che vi riesca tutte le volte è pretendere troppo; per questo è importante limitarsi.

    Ma io, come mi scrisse qualche tempo fa un cattedrattico statunitense a proposito dei miei articoli in inglese, scrivo senza paura alcuna. Ed è vero: non temo nulla, perché confido nelle mie capacità, faticosamente maturate.

    Va anche detto che io, in tutta sincerità, delle regole moderne della narrativa me ne infischio. Scrivo in terza persona soggettiva — in apparenza seguendo l’imperante moda odierna. Tuttavia lo faccio per scelta, prova ne è che il romanzo possiede anche scene che hanno un punto di vista onnisciente, introduzioni storiche scritte in prima persona plurale, pagine di diario in prima persona singolare. Comincio persino il romanzo con un racconto lungo in cui i dialoghi sono davvero pochi, molto introspettivo e descrittivo.

    Insomma, io pretendo di usare tutte le possibilità che la letteratura mi dà. Pretendo che la mia creatività possa galoppare a briglia sciolta. La stessa struttura de “Il giorno dopo”, ad esempio, è un affronto a quei lettori che o rientra in ciò che leggono sempre o “è brutto”.

    Concettualmente, osservato da una certa distanza, “Il giorno dopo” è anticonvenzionale, ribelle e a tutti gli effetti una provocazione intellettuale. Poi, certo, l’abilità sta nel renderlo godibile lo stesso e camuffare questo suo scheletro alieno. Come? Be’, questo è il compito della quattro revisioni.

    Appianata la questione del contenuto durante le prime due revisioni — pur attendendo al varco i lettori beta —, ora mi armo di cesello e m’illumino dell’amore per la scrittura, che nessun manuale trasmetterà mai e che nessun corso riuscirerebbe a far sbocciare.

    La revisione, nel mio caso le quattro fasi che la compongono, è il momento della verità. Quello che decreta la maturità dell’autore.

    Ci vuole il tempo che ci vuole.

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