L’essenza dei miei scritti

Il mio dovere è testimoniare. Ambisco a lasciare un’impronta indelebile nell’immaginario dei miei lettori. È la mia missione, il motivo profondo per cui scrivo. Ho un’essenza sfaccettata, infatti, quando racconto. Che sia pensiero, lamento interiore o sublimazione, la mia prospettiva si fa inno ambientalista, cantico di una società planetaria, ode all’individuo che fa del più onesto presente il suo credo.

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16 Febbraio 2021

Ero ancora un adolscente quando partii per un lungo viaggio. Il mio immaginario erano le Dolomiti e la natura ancora incontaminata delle Alpi.

In partenza, i miei personaggi s’incontravano in un’alba nebbiosa, vicino a una fontana che era la copia di quella che stava a lato della mia casa, in Via Faloria 56, a Cortina d’Ampezzo. Una bella fontana dal legno ormai grigio, tanto era vecchio. Era solida, però, solidissima, con quattro travi verticali agli angoli che sorreggevano un tetto a spiovere affinché la neve non la rendesse inutilizzabile.

Quanta ne cadeva! Un anno nevicò così tanto che il paese diventò un labirinto. Si camminava in strada e i muri sui lati erano talmente alti che a tratti non si vedevano i tetti delle case.

Quattro metri di neve compatta. Quell’anno nevicarono in totale dodici metri e cinquantasei centimetri di neve. La roccia dello schuss sulle Tofane, ove già allora si disputava la discela libera di Coppa del Mondo di sci alpino, ha le tacche che segnano i livelli.

Ricordo. E le mie emozioni sono indescrivibili.

L’acqua della fontana usciva a getto continuo, inesauribile. I miei amici e io facevamo a gara contando chi riusciva a tenere il braccio immerso fino al gomito nell’acqua gelida per più tempo. Non si resisteva molto. Lo facevamo anche in inverno, ma in estate non era molto diverso: quell’acqua scendeva dal monte Faloria, freddissima e cristallina.

Poi le cose han cominciato a cambiare. Ricordo ancora il primo Natale senza neve. Ero tristissimo. La neve è così: una volta che te la fai amica, ti entra dentro e non ti abbandona più. Se non c’è ti manca, come se il cane che ti ha accompagnato per vent’anni a camminare i sentieri boschivi muore e ti lascia solo, a chiederti com’è che non ce la fai più a goderti il cammino.

L’inverno è presente in tutti i miei romanzi fantasy. Forse ora risulta chiaro il perché. Nella realtà, per via di ciò che vissi quand’ero un bambino e poi un ragazzino, il mio “senso del meraviglioso” è associato alla neve, all’inverno, alla maestosità delle Dolomiti, a quei fiumi impetuosi, a quei colori, quei boschi… quella natura.

Quando nevica l’atmosfera che cala su tutto e tutti è magica. Quella è magia, per me.

Altri ricordi affiorano. Le macchine si fermavano, a Cortina d’Ampezzo – che non era quella di oggi, ve l’assicuro! – c’era silenzio. Si udivano rumori lontanissimi come se fossero dietro la casa di fronte. Se un cane abbaiava dall’altro lato della valle era possibile sentirlo, a volte, se la brezza gelida ti veniva incontro. Le nuvole erano basse, tutto diveniva bianco, ovattato, e il tuo respiro emetteva nuvolette che i fiocchi di neve grossi quanto una moneta da un euro trapassavano quasi aleggiando, tanto facevano resistenza nell’aria. Mi divertivo a osservarne da vicino la foggia, ogni tanto, sacrificandone qualcuno sul dorso delle mie mani.

Ricordo le mattine in cui mi svegliavo in un mondo fatato, bianco, che brillava sotto un sole perfetto che compiva un arco in un cielo azzurro privo della benché minima nube. Quelle mattine straordinarie corrispondono al risveglio dei protagonisti a Gourh Tjalm, dopo la tormenta di neve che quasi li ha uccisi.

Ogni volta che penso alla magia che erano le Dolomiti di quegli anni, penso a quanto fortunato sono stato a poterla vivere.

Il Primo Ciclo Minore era un omaggio a tutto questo. Un inno alla natura incontaminata, ai boschi di conifere, alla neve. Nel contempo, perché cominciai a scriverlo per davvero all’età di 19 anni, il grido d’allarme ambientalista iniziava a levarsi con insistenza.

Sono trascorsi 30 anni. Trenta. I miei appunti aprono con una serie di frasi e articoli che trascrissi. Cose che leggevo su National Geographic, su Airone e su altri mensili che denunciavano i disastri che già allora avevamo cominciato a perpetrare. Alcune cose sembrano le stesse che si dicono oggi. Pazzesco.

Che scempio.

Lo spirito che mi animava allora s’è sopito in me. Gli orrori che in tre decenni abbiamo vissuto e di cui siamo parte in causa hanno stroncato il mio “sense of wonder” fanciullesco, mi hanno segato le gambe, mi hanno acciaccato, costretto su una sedia a fumare per dimenticare, per troppo tempo.

Per fortuna ho reagito, anche se troppo tardi per salvare tutto. Qualcosa è andato perduto per sempre. Così è la vita.

Quando, non molto tempo fa, quella tormenta di vento ha abbattuto non so nemmeno io quante conifere nel Cadore, nelle mie valli, ho pianto. Da qui, da Sant Cugat del Vallés in Catalogna, Spagna, ho versato lacrime amare per la terra che considero la mia vera casa.

Quando eravamo bambini ci portavano una volta all’anno a piantare un pino o un abete nei boschi. Ancora ricordo quella cosetta di venti centimetri che mettevamo nel buco già pronto per noi – perché non si poteva piantarli a caso. I forestali sapevano dove e come. Diventavano di venti o trenti metri d’altezza.

Lì ho piantato un pezzo del mio cuore.

Quella era un insegnamento speciale, conoscenza, senso d’appartenenza, un rispetto al limite della venerazione, un valore che non dimenticherò mai. Forse non tutti i miei compagni di classe ricordano o sentono queste cose nel mio stesso modo. Fa niente. Ognuno ha la propria sensibilità. Quello che so è come mi sono sempre sentito io al cospetto di quei boschi di conifere.

Parlavo con gli alberi. E loro mi rispondevano, a modo loro.

Ancora oggi lo faccio, anche qui, anche se non sono le mie sorelle conifere. I miei pini dalle fronde folte, i miei abeti imponenti o i miei larici che in autunno si vestono di giallo e di rosso, colorando le valli. Gli alberi tutti sono miei amici. E quella di qualche tempo fa per me è stata una strage.

Di cui siamo tutti colpevoli, nel Primo Mondo.

Perché scrivo questo brano? Sento di dovermi caricare a poco a poco per riscrivere il Primo Ciclo Minore. Manca tempo, ma sarà necessaria una lunga rincorsa. Non è la stessa cosa scrivere quell’opera con l’illusione di un ventenne, pur se già contaminata dal dolore che la mancanza di rispetto già allora mi procurava. Non è la stessa cosa quando sei diventato un cinquantenne, il mondo si sta definitivamente ribellando e il tempo sembra precipitarsi verso un destino già scritto, circondanti dalla decadenza, dalla plastica, dai metalli, dai veleni, dai pesticidi, dalla deforestazione selvaggia, dalle disastri ecologici petroliferi e dalle miniere per le batterie delle auto elettriche, perché non ci basta mai, dobbiamo inventarcene di nuove di cose per ferire e deturpare l’unica casa che abbiamo. Non è facile, circondati come siamo da sin troppe persone che non sanno nemmeno di cosa sto parlando, perché non hanno avuto la stessa fortuna che ho avuto io di vivere una natura che si poteva ancora godere. È complicato, quando vedi le nuove generazioni lottare strenuamente, ma anche studiarti come se fossi un folle, perché non sanno, non hanno visto, né vissuto… Troppo giovani, non hanno avuto la mia fortuna.

Le Dolomiti hanno cominciato a sgretolarsi e cadere.

“Sarebbe accaduto lo stesso”, dicono quelli che qualcuno chiama negazionisti e che io, invece, chiamo ciechi imbecilli – perché un cieco non ha alcuna colpa, ma chi non vuol vedere, ostinato, cos’abbiamo fatto e continuiamo a fare allora è corto di comprendonio.

Sarebbe accaduto lo stesso, sì. È vero. Ma non a questa velocità! Non trovandoci così impreparati, gretti, incapaci di usare tutto ciò che i milgiori di noi hanno scoperto e continuano a scoprire, da subito, facendo piazza pulita di qualsiasi stortura, sia interesse politico o economico o di altra natura ha poca importanza.

Imbecilli? Complici, perché quelli sono criminali.

Ho una figlia di sette anni e ogni volta che penso al mondo che le stiamo lasciando mi vien voglia di gridare. E non scherzo.

Allora mi chiedo cosa sarà questo nuovo Primo Ciclo Minore, a distanza di trent’anni, dacché era un’opera dall’impianto ambientalista. Cosa ne uscirà?

Ho come l’impressione che la rabbia, la frustrazione, il senso di colpa che ho dentro soffochino la potenza che le mie parole dovrebbero sprigionare e che io vorrei, anzi no… che io pretendo sia di segno positivo.

Un inno era, attutito da una scrittura acerba, da un’esperienza di vita ancora limitata, ma era un inno puro e bello e senza tempo, perché non ci sono epoche per certi valori. Sono perenni, come quell’acqua che usciva dalla fontana e che, sono certo, esce ancora, perché non tutto è perduto.

Dovrà essere un inno ancora una volta, molto più cupo e molto più luminoso.

Duro e dolce nel contempo.

Voglio un’opera che tagli come un bisturi. Precisa, affilata, netta.

Il mio dovere è testimoniare. Ambisco a lasciare un’impronta indelebile nell’immaginario dei miei lettori. È la mia missione, il motivo profondo per cui scrivo. Ho un’essenza sfaccettata, infatti, quando racconto. Che sia pensiero, lamento interiore o sublimazione, la mia prospettiva si fa inno ambientalista, cantico di una società planetaria, ode all’individuo che fa del più onesto presente il suo credo.

Così è stato, così è e così sara. Null’altro.

 



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4 commenti su “L’essenza dei miei scritti”

  1. Anche la neve per me da piccolo aveva un che di fantastico, da favola. Crescendo però ho perso questo sentore e la neve è divenuta qualcosa che fa tribolare, che porta impacci; riesco a godermela quando mi allontano dalla civiltà e m’immergo nella natura: allora riacquista un po’ dell’atmosfera di un tempo. Quello che mi chiedo è se la perdita dipenda dal crescere oppure dalla vita che conduciamo con la civiltà.

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    • Be’, forse per me è un po’ diverso. Sono cresciuto nella neve, letteralmente. Per me la neve è una seconda natura e, da sempre, preferisco l’inverno all’estate; amo non soltanto la neve, ma anche la pioggia e la nebbia. Capisco quanto dici, molti miei amici la vivono esattamente come te e certo io non posso rispondere per voi. Ognuno avrà la sua storia.

      A me continua a fare sempre lo stesso effetto. Quando nevica e fa freddo, torno bambino. Non c’è nulla che possa scalfire la mia gioia quando accade. Sono ancora vittima della stessa malia. Immagino perché ne ho vista e vissuta davvero tanta e i miei ricordi più spensierati e felici vi sono legati.

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