Me lo prometti?

Non farti mai fermare da chi pensa tu sia insufficiente, specie se sei tu a pensarlo.

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6 Ottobre 2020

Nel bel mezzo del corso con Todd Brison e Tim Denning non ho resistito alla tentazione e ho ripreso in mano “Il giorno dopo”.

Il capitolo da affrontare è il 25˚, fronte d’azione degli Elfi. Ho riletto l’intero capitolo precedente, sistemandolo un po’, e ho scritto la prima scena del nuovo. Questa è fredda cronaca, però.

Poi c’è quella che conta per davvero. Ho ricevuto un messaggio inequivocabile dal Messaggero. Si fa chiamare Risposta e viene sempre quando deve consegnarmi un Senso.

Non mettere mai in disparte la tua essenza, m’ha sussurrato all’orecchio, avvicinandosi con quel suo sorrisetto sghembo e quell’aria un po’ scanzonata.

«Di cosa parli?»

Di chi sei naturalmente.

«Naturalmente…»

Non dimenticare qual è la tua natura, ha precisato. A voi l’assenza della virgola potrebbe avervi allertato, mentre io non ho capito subito quel “naturalmente”.

«Ah… Capisco», ho risposto, ma non è che l’ho capito subito bene bene, eh.

Ci sono aspetti della questione che mi lasciano perplesso. Cosa devo fare? Come deciso alternare tra narrativa e saggistica, immagino. Significa rallentare, vero, Andrea? Mah, non mi pare proprio veritiero. Esiste un’altra prospettiva sulla questione.

Le cose accadono quando devono accadere e l’unico errore che si può commettere è non ascoltarsi.

Sono piuttosto bravo ad ascoltarmi. E, lo so, me lo sono detto più d’una volta in questi ultimi giorni, c’è tempo. Non devo avere fretta, snaturarmi.

So bene quale sia la questione. Devo ascoltarmi meglio e, per farlo, questo non è il momento migliore. Ho tante interferenze, tanti input: i nostri piani di vita come famiglia, il corso, Medium che incombe e una specie d’ansia da prestazione che non mi fa onore, perché l’avevo superata da anni.

Imparo.

Regredisco, perché in inglese emergono le stesse angosce. È segno che non le avevo superate. Le avevo zittite grazie alla sudatissima esperienza e alla corazza che la conoscenza m’ha donato.

Mi riscopro vulnerabile a tu per tu con l’inglese. D’improvviso mi sento nudo, costretto a lottare e stringere i denti, a ignorare l’ego che mi punzecchia di continuo.

Sono tutto bucherellato, lo so, ma ne parlo come se fossi tutto d’un pezzo.

La mia vita è stata spesso il risultato di una lotta tra estremi, infatti: iperattività causata da un’angosciante sensazione d’essere sempre in ritardo da un lato, apatia e lentezza dall’altro.

Un estenuante alternarsi.

Ieri, finalmente, ho cominciato ad approfondire quella vecchia impressione di essere dislessico – e se sono qui a scrivervi si tratta di dislessia lieve, certo.

Un giorno, non ricordo dove, m’attrasse un’infografica che illustrava gli effetti della dislessia sulle abilità di chi ne è affetto. Sono io! pensai. All’improvviso si spiegavano tante cose, l’articolo chiariva… pochissimo, perché ero seduto in una sala d’attesa e a metà lettura mi chiamarono.

Perché non ho mai approfondito? Non ne ho la più pallida idea.

Il pensiero mi rincorre da anni, però.

Ieri ho avuto l’impulso di provare a cercare quell’infografica. Stupefatto, non l’ho soltanto ritrovata in meno di cinque minuti, ma ne ho trovate altre che ampliano o propongono altre prospettive sulla dislessia, sui suoi effetti, positivi o negativi che siano.

Perché ve ne sono di positivi e di negativi.

Per chiunque non lo sapesse, la dislessia non è altro che uno squilibrio delle abilità personali. La conseguenza è che chiunque sia dislessico ha problemi con cose che alle persone normali risultano semplici, ma è anche ben al di sopra della media in altre.

È così che mi sono riconosciuto, perché certe cose per me sono facili e non è un’opinione. Lo sono, le faccio, le vedo, cosa che crea problemi nelle relazioni sociali che comincio a intravedere, perché chi non è dislessico non lo è, non le fa, non le vede. E io non ho mai capito.

Le persone normalmente credono che la dislessia sia associata a un quoziente intellettivo basso – negli stessi grafici pare che la pensi così l’80% del campione intervistato.

Ho fatto bene a non andare in giro a dire che secondo me sono dislessico. Mi avrebbero creduto o ipocondriaco o stupido – qualsiasi cosa “stupido” significhi, perché è un aggettivo che io non comprendo, così come intelligente.

Be’, il mio QI è alto, ve lo dico senz’alcuna intenzione di vantarmene – ed è stato dimostrato che i test del QI non valgono nulla. Tanto per cominciare Einstein aveva un QI di 160 – e non sono in grado di raggiungere i 140 punti nemmeno se imbroglio. LOL.

Lo so grazie all’infografica, perché era dislessico.

Inoltre m’è sempre sembrato chiaro di essere nella media, solo dislessico. Quindi, invece di essere migliore o peggiore, possiedo alte vette e profondi abissi. A seconda della situazione sono un grande o sono lento di comprendonio agli occhi degli altri.

A quanto capisco, però, il mio non è un QI basso. Peccato la questione non sia mai sfociata una decente autostima. E, pare, i dislessici soffrano tutti di bassa autostima.

Eccomi qui. Presente nel mio massimo splendore.

Guarda caso Mr. Ego mi si avvicina e, fissandomi dritto negli occhi, mi dice: “E cosa vuoi che sia! Ovviamente come dislessico sei avvantaggiato in quei test, non l’hai capito? Spesso sono visuali. In altre cose sarà già tanto se arrivi a 50! Ahahah!”

Verissimo, penso forse che zero descriverebbe meglio alcune mie “abilità”.

Altra errata credenza diffusa è che si associa la dislessia all’incapacità di leggere e scrivere, o perlomeno a una grande difficoltà.

Sono tra quelli che lo credevano e, forse, è proprio il motivo per cui non ho mai approfondito. Son diventato bravino con la lingua italiana, infatti – evito i fatti, ma sono pubblici: nulla dell’altro mondo, ma non sembrano da dislessico, che è l’unica cosa che conta in questa mia digressione.

Morale, siamo tutti ignoranti per un verso o per l’altro.

Così, ben conscio che più so meno so, ieri sono entrato in un sito serio sulla dislessia e ho cominciato a leggere. C’erano due liste, quella degli effetti che la dislessia produce nei bambini e quella per gli adulti.

Alla fine c’era una nota che diceva: se ti riconosci in almeno 10 di questi tratti, ti consigliamo di affrontare un test diagnostico.

L’ho copiata in un documento sul mio computer e ho cominciato a sottolineare tutti i punti che corrispondono a chi so di essere – gli scrittori sono tra le persone che si conoscono meglio; fa parte del gioco, perché come diceva Raymond Carver non ci si può nascondere dietro “trucchi da quattro soldi”.

Son trent’anni che mi psicanalizzo! LOL.

Quando ho finito di analizzare l’intera lista, nel modo più obiettivo possibile, i punti erano 32. Se ho esagerato, saranno stati 28, 26…

o_O

Sul serio?

Okay. Ora, come m’hanno già detto altri due medici: su internet si trova di tutto! Ed è bene non auto-diagnosticarsi. Certamente ma, quando una persona è come me, la questione è un po’ diversa.

Un paio di fatti per farvi capire cosa significa “come me”.

Sono la stessa persona che s’è auto-diagnosticata la RLS e che al terzo neurologo scettico s’è stufata e gli ha chiesto se, per favore, accettava di testare il mio punto di vista, anziché tacciarmi d’ipocondria e ignoranza. Che mi spedisse alla “prova del sonno” e non se ne parlava più.

Quando sono tornato col grafico del test e gliel’ho consegnato, mi ha subito prescritto i cerotti dermici che da qualche anno a questa parte mi porto addosso “acca ventiquattro”, come direbbe qualche pirla.

Le persone non sanno cos’è la RLS. Il nome fa ridere. Non sanno che dopo una settimana che non dormi puoi diventare un serial-killer. Il minimo che ti può capitare è di distruggere la tua vita a forza di trattare tutti male, irritabile e irascibile.

Provate a non dormire per una settimana.

Grazie a Internet e alla mia insistenza ora vivo una vita (quasi) normale. Non sto dicendo che quella sia la risposta, bisogna verificare coi medici.

Oltre tutto ci si spaventa sempre, perché davvero per arrivare alla tua verità si legge di tutto. Non è una cosa che consiglio a chiunque.

Dicevo, un paio di fatti.. È questione di qualche giorno fa che m’è accaduto di nuovo. Mi sono auto-diagnosticato un “neuroma di Morton”. Già. Purtroppo avevo ragione e un’altra volta, insomma, si risolverà anche questa. Pazienza.

Il medico m’ha detto d’evitare Internet, di nuovo, per poi fare lo gnorri quando gli ho portato la risonanza magnetica. Non gli ho detto nulla e ho pensato: “Se reagite così, allora smettetela di mettere informazione medica certificata online!”

Volevo dirti una cosa precisa, con questo excursus ospedaliero: non c’è due senza tre.

Ho deciso di auto-diagnosticarmi la dislessia. Ora, potrei anche andare a comprovarlo, ma la questione per me non ha alcuna rilevanza. So bene chi sono e non ho il minimo dubbio che sia così. Non è neppure così rara: tra l’8% e il 10% della popolazione la soffre.

Oltre tutto quell’infografica non mi rivela nulla che non sappia già, a parte i dati numerici delle statistiche. Importa? Nessuno di noi è una statistica.

Quello che conta è che ora mi spiego molte cose.

Tra le quali questo mio sentirmi nudo di fronte a chi legge il mio broken-English. So di avere abilità artistiche importanti, ma non so se riuscirò mai a colmare le lacune che piagano il mio inglese.

Un conto è lottare da giovani e vincere le proprie difficoltà con una caparbietà degna d’un mulo. Altra cosa è farlo a 48 anni.

Ci proverò, naturalmente. Se voglio qualcosa, di solito la ottengo – il mulo di cui sopra-

Ecco, questa sì era vanagloria: non è affatto vero. Ottengo cose che dipendono soltanto da me, ma non sono mica riuscito a diventare un romanziere e a vivere di scrittura, che era il mio sogno, quello per cui ho scritto per oltre quindici anni senza mancare un solo giorno.

Non è uno scherzo e non lo è nemmeno la battuta sul mulo.

Mi dico che non è tardi.

Mi dico che vorrei uscire dalla palude italiana. Sono 30 anni che scrivo, sono passato attraverso una depressione – che affligge tipicamente i dislessici, a quanto pare – per colpa o forse grazie alla scrittura.

Ho capito molte cose, infatti.

Allora, sì, certo, amo il corso che sto seguendo. Todd Brison e Tim Denning mi stanno dando tanto e seguirò i loro consigli, perché sì. So altrettanto bene, però, che non devo commettere l’errore di dimenticarmi chi sono.

La vita, in fondo, è un lento, inarrestabile cammino che ci avvicina alla nostra essenza. Soltanto quando camminiamo nella nostra verità siamo in pace con noi stessi e sprigioniamo l’energia inimitabile che ci contraddistingue.

Così, caro lettore, non ho grandi insegnamenti da darti. Solo ti prego di seguire te stesso, di non tradirti, di farti forza, qualsiasi siano le tue difficoltà e di metterti sempre in discussione con umiltà, ma di non considerarti mai meno degli altri.

Così come un QI alto non significa nulla, non sono i miei fallimenti, la mia reiterata inconcludenza – altra caratteristica dei dislessici – a definirmi.

Lo si sente spesso: non sono le nostre cadute a definirci, ma come ci rialziamo.

Articoli come questo non mi avvicineranno di mezzo passo a vivere di scrittura, a guadagnare cifre che poi mi permettano di scrivere “come sono riuscito a guadagnare una cifra a tre zeri su Medium in un solo mese” o qualche altra effimera riflessione sui generis.

Sono quegli articoli che ti dicono di non scrivere. A nessuno importa chi sei, cosa fai, cosa ti sta succedendo. Ai lettori devi dare qualcosa, perché vengono lì per utilità propria. Lo capisco e non lo trovo egoista. Tutt’altro.

La nostra specie è stata capace di grandi cose, tra le quali distruggere sistematicamente il potenziale dei bambini. In qualche modo dobbiamo salvarci, no?

Non lo chiamano self-help a caso.

Del resto, una volta cresciuti, quegli stessi bambini lottano per tornare a esserlo, perché quello era il modo migliore di affrontare la vita.

Nel presente, senza preoccupazioni per il futuro, giocando.

Non rinuncerò a giocare con le mie storie, a raccontarle, così come mi rifiuto di scrivere articoli che non senta miei. È anche l’unico modo che io abbia di darti qualcosa.

Quello che voglio dirti è di essere te stesso.

Sia tu uno scrittore che come me prova a dire cose che abbiano un senso, sia tu un lettore che ha altri interessi. Amati, non farti mai fermare da chi pensa tu sia insufficiente, specie se sei tu a pensarlo.

Me lo prometti?

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