Puoi cambiare il futuro

La nostra società sta collassando e ognuno di noi è parte del problema, ma possiamo essere la soluzione

Photo by Neal Kharawala on Unsplash

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24 Settembre 2020

Sorridi, scherzi, fai ridere tua figlia, giochi col tuo cane e riesci a far ridere perfino tua moglie, che sono anni che ti sopporta. Non sai nemmeno tu com’è possibile che sia ancora lì, al tuo fianco.

Poi un piccolo dettaglio penetra una delle sottili crepe del tuo io, tagliente come un rasoio, e ti ritrovi a terra in un bagno di sangue. Di nuovo.

Non lo fai vedere, no. Fa male e non vuoi. Non è questione di chiusura, è che hai capito di non dover rafforzare quel sentire che ti pulsa dentro, sordo.

Non si fa. Non si afferma. Si guarda avanti. Si pensa positivo.

Soffrendo in silenzio.

Perché le persone vogliono il tuo sorriso, la tua illusione, la tua gioia di vivere. Esiste solo il presente e tu, te l’hanno detto tante volte, stai sempre lì a pensare a quello che poteva essere e non è stato.

O continui a dire che non sarà.

Che razza d’esempio sei? Per tua figlia e per tua moglie? E, soprattutto, ma chi te lo fa fare di crederti quello che non sei?

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Te lo dico con grande sincerità: le aspettative altrui sono un gran bel problema. Ti si aggrappano alla schiena e non riesci a staccartele di dosso.

Non lo fanno apposta, né le aspettative, né le persone che te le rifilano. L’inconsapevolezza non è una responsabilità, è una mancanza di visione, se si vuole. E tu non sei nessuno per segnalare le mancanze altrui.

Eppoi, a cosa serve?

Le aspettative se ne stanno comunque lì, appollaiate sulla tua spalla. Ti sussurrano nell’orecchio. Quando meno te l’aspetti, senti la loro voce, il tono mellifluo, e ne avverti il peso.

Dai loro una manata per scacciarle, ma si levano in volo più rapide del manrovescio e tornano in pochi attimi, conficcandoti gli artigli nella carne.

Quante volte hai sentito “dovresti”, “perché non provi”?

Così ti ritrovi di fronte a uno schermo nero, la tua metafora digitale del foglio bianco. E la fissi. Scrivi un titolo. Digiti spedito tre, quattro paragrafi… e ti fermi.

Che senso ha questa cosa?” ti chiedi.

Non cancelli. Crei un nuovo documento, perché tu salvi tutto. Ma proprio tutto, non si sa mai. In fondo sei quello che s’è inventato un metodo per riprendere in mano testi vecchi di quindici anni.

Una notte del 1997 scrivesti “lo scarlatto del suo manto contrastava la sclera nera” e quella frase è ancora lì che ti fissa. Chissà per cosa diamine la conservi. Be’, non si sa mai. Capisci?

Ho sempre avuto quest’idea bizzarra che il passato abbia un valore, perché è il posto da cui sei venuto. Così come ho sempre avuto la netta sensazione che pure il futuro abbia la sua importanza, perché anche se non lo conosci è il posto verso cui ti stai dirigendo.

Capiamoci, so perfettamente che viviamo nel presente e che “del doman non c’è certezza”. Chi sono io per negare la profondità di pensiero di pensatori come Herman Hesse, ad esempio.

Eppoi a un certo punto muori. E quello è il tuo innegabile futuro, se stai scrivendo.

Se la morte non conta, perché in tanti ne hanno “parlato”? Nel corso dei secoli ne abbiamo scritto, dipinto, scolpito, filmato, cantato… Come disse Mark Twain da qui non se ne esce vivi. Quindi parliamo molto anche delle certezze, non soltanto di ciò che non sappiamo.

Insomma, conosciamo il futuro che conta. E conosciamo perlomeno il nostro passato.

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Mi ricordo che quando ero piccolino conoscevo il miei libri di geografia a menadito. Erano sottolineati e segnati in molteplici modi. Non c’era cosa che m’appassionasse di più.

Non credo fosse un caso. Non è mai un caso chi sei da bambino per capire chi sei diventato. O, meglio, chi saresti potuto diventare.

Non credo sia un caso che venni folgorato dalla mappa de “Il Signore degli Anelli” molto prima del romanzo stesso. Il mio cuore ebbe un sussulto, quando compresi che era possibile creare un mondo immaginifico.

La cosa più bizzarra del processo fu che il mio mondo lo creai a immagine e somiglianza di quello reale, che amavo e amo più di me stesso. La mia trilogia d’esordio era un inno ecologista e le mie razze erano… siamo noi. Noi esseri umani, in tutta la nostra incredibile, cangiante e meravigliosa diversità!

Mettete uno a lato dell’altro un italiano, un congolese, un cinese, un indiano, un norvegese, un irlandese, un cileno, un giapponese, un croato, un eschimese, un mongolo… Cosa vedete?

Non so voi, io vedo il mio mondo Fantasy.

Così crescendo, qualcuno mi disse che la Storia è maestra di vita. Un altro mi disse che la Storia si ripete, perché non impariamo dai nostri errori.

Un altro ancora mi raccontò di alcuni personaggi storici e li definiva visionari, di come grazie a loro il presente scattò in avanti verso un futuro diverso, quasi che fossero riusciti a deviare il corso dell’umanità. Senza quasi.

Non ci misi molto a ottenere una spiegazione chiara e succinta, grazie al genio di Anatole France: “La conoscenza non è niente, l’immaginazione è tutto”, diceva. Gli diedero il Nobel per la Letteratura, segno che non fosse proprio un imbecille.

Eppure oggi mi si dice che il passato non conta e il futuro non lo conosceremo mai. Che l’unica cosa che conta è il presente. E io cosa faccio, dopo tutto questo popo’ di roba che ho vissuto e su cui ho riflettuto?

Alla faccia di Anatole France, me lo credo.

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All’inizio dei miei appunti di scrittura ho inserito alcune note ecologiste. Si tratta di trent’anni fa.

Una tra le cose più nobili che posso fare è piantare un albero che farà ombra a persone che non conoscerò mai”, recita una frase anonima.

Oggi non mi chiedo affatto come siamo arrivati a questo punto. Il come è chiaro. In cinquant’anni abbiamo sterminato i due terzi della fauna planetaria — se qualcuno ne ha il fegato, si legga il rapporto del WWF.

A me viene il voltastomaco.

Non amareggiarti, ti dicono. Non guardare al passato, perché finisci per soffrire. E così come me lo dicono io vengo catapultato in un istante proprio lì, tra le Dolomiti della mia infanzia.

Giocavo nei prati fioriti e tornavo a casa con le braccia piene di bolle, perché non c’erano molte piante a cui non fossi allergico. Ma il giorno dopo ero di nuovo in quegli stessi campi, perché giocare era vivere.

I miei amici ed io costruivamo casette di legno sollevate da terra, tra le conifere. Ci riunivamo sui rami di quello che chiamavamo “il Grande Albero”, perché era il più grande della zona, un enorme abete di oltre trenta metri. I bambini la sanno lunga e definiscono le cose per quello che sono.

Eravamo liberi e selvaggi. Il nostro mondo era quella valle e, ogni tanto, qualche valle più in là. Io che ero di città, avevo un mondo un po’ più vasto dei miei amici montanari, ma il mio immaginario e la mia vita erano le Dolomiti.

Quando ripenso al passato, penso a quello che avevamo, a quello che abbiamo distrutto e a quello che ancora c’è, ma è minacciato.

Albero dopo albero, esemplare dopo esemplare. Uno stillicidio senza fine che scandisce il tempo che ancora ci rimane quasi che fosse un incessante ticchettio.

E so che ho fatto e faccio parte del problema.

Ricordo il vento gelido sul volto quando sfrecciavo sciando. Ricordo la neve che si sollevava come un velo di brillanti nell’aria, giocando col sole che la rendeva arcobaleno, mentre tracciavo curve perfette tra i boschi con la neve fino alle ginocchia.

Più indietro mia madre e mio padre faticavano a stare al passo e cadevano. Erano così buffi e imperfetti. Li amavo. Molto meno quando sapevano tutto e mi trattavano come il ragazzino che ero. E non vedevano quello che io vedevo.

Ora credo che lo vedessero.

Ricordo le ore trascorse a fissare la neve cadere soffice e “attaccare” quando toccava il suolo. O le notti d’autunno in cui mi coricavo col piazzale d’asfalto sotto casa sgombro, sognando la neve, perché avevo imparato ad annusarla nell’aria, quasi che fossi un lupo.

L’inverno stava arrivando e non si trattava di “Game of Thrones”. Mi risvegliavo con mezzo metro di neve e il mondo che brillava come un unico, enorme, sfaccettato gioiello di diamanti.

Faceva freddo, ma il ricordo mi riempie il cuore di un tepore infinito.

Ricordo le partite sul campo ghiacciato con gli amici e mia madre che mi diceva di mettermi la giacca, e io sudavo nonostante i dieci gradi sotto zero.

Ricordo lo stambecco che mi son ritrovato di fronte, e che lui da una parte e io dall’altra, come nei cartoni animati.

Ricordo le salamandre nere con il ventre giallo, lassù, vicino al ghiaione dei fossili che non si potevano raccogliere – e che gli adulti permisero a noi bambini di raccogliere.

Ricordo quel mio salto con gli sci più lungo della collina, la bocca aperta di mio padre, le mie gambe aperte mentre volavo, e l’atterraggio più morbido di cui abbia memoria. La frenata e il nuvolone di neve sollevata, la mia stessa incredulità. La gloria.

Ricordo la spensieratezza e mi chiedo dove sia finita.

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Mia figlia sta dormendo nella sua cameretta. Cosa m’importa del passato, mi dico! Ho un miracolo per casa a tutte le ore. L’amore per quella creatura non è normale.

“Te amo infinitos infinitos” le dico io.

“Te amo magicamente”, mi risponde lei.

Allora, quando mi siedo qui, mi chiedo che diritto ho di sentirmi così. Cosa voglio di più? Forse vorrei i suoi occhi, forse vorrei vedere il mondo come lo vede lei. Magico.

Cosa ne sa lei, a sei anni, di quello che era e di quello che abbiamo perso?

Cosa ne sa lei di cosa significa esattamente quello che dice il WWF? Non sa come si sente chi lo sa perché ha vissuto il mondo quando era molto più pulito e salubre. Di chi sa e assiste impotente allo show mediatico che inscenano i potenti per continuare a tergiversare, a rimandare. Addirittura a negare.

Infinitos infinitos, per questo sono contento che non lo sappia.

Un pensiero passa veloce. Mi sussurra che dovrei volermi bene e trattarmi come il bambino spensierato che ero. Me lo merito, così come te lo meriti tu, e sarebbe una soluzione.

L’ho detto a mia figlia: questa cosa di essere grandi non ha molto senso. Anzi, è pure noiosa.

Vado in giro vantandomi che da sempre ho coltivato la mia immaginazione e creatività, infatti. È vero. Sono ancora qui a scrivere romanzi di genere fantastico. Ho perfino preparato tutto l’occorrente per riscrivere quella trilogia ecologista.

Voglio continuare quel viaggio, perché sento che la mia essenza è quella. E da molti anni mi attende, paziente e silenziosa.

Voglio ripartire da lì e guardare avanti. A un futuro che mi ridoni l’illusione di vivere una vita meravigliosa, perché la vita è meravigliosa. Sempre.

Sono io che riesco a sentirlo soltanto a tratti.

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Allora mi chiedo cosa voglio fare da grande.

Lo scrittore. Cos’altro vuoi che faccia? Io sono uno scrittore da sempre”, mi rispondo. A volte a voce alta. E cammino per i boschi della Catalogna registrando video in cui parlo non so nemmeno io con chi.

A volte mi son chiesto se il problema fosse che mi sentivo solo.

Eppoi non ne ho riguardato uno che sia uno di quei video. Insomma, continuo a procedere come un forsennato, eppure so che esiste un filo conduttore che mi sta portando dal punto A al punto B, ove C non è dato di sapere qual è, né se esista.

Sono solo nella mia visione, nel mio dolore che dura da trent’anni. E non lo dico pensando che altri, molti altri, non soffrano per le stesse cose. Dico che sono solo contro me stesso, perché sono l’unico che ha l’onore e l’onere di ascoltarsi tutto il tempo.

Quando scoprii che i gorilla dovevano essere protetti, il mio cuore si spezzò. “Perché?” mi chiesi. “Che senso ha sterminarli?

Poi, se mi guardo allo specchio, mi rendo conto che l’unica cosa che sono stato capace di fare, con tutto quel dolore, è stato scrivere una trilogia Fantasy ecologista.

Guarda, non è questione di essere pessimisti. E, anche se ha il suo fondamento, non voglio darti la solita spiegazione: “Sono semplicemente realista”. Chissene frega!

La questione è cosa me ne faccio di un passato glorioso e di un futuro plumbeo? M’iscrivo al corso di scrittura di un top writer e nonostante la cosa mi ecciti, poi mi ritrovo a pensare: ma cosa voglio scrivere, esattamente?

Voglio aiutare le persone a migliorarsi? Sono capace di farlo? Forse. Voglio aiutare i lettori, dare loro tutto me stesso e insegnargli… Cosa? Non ho niente da insegnare, io.

Non ho sufficiente conoscenza di nulla per insegnare.

Quindi, come pretendo di guadagnarmi da vivere a partire da svariati articoli il cui contenuto sarà di granlunga inferiore a quello di divulgatori esperti? Continuo a dirmi che è soltanto l’inizio del mio piano, che c’è molto di più, ma…

Davvero, Andrea?

Credo di averne il potenziale, ma credo anche che io sia nato per un’altra cosa. Me lo dice quel dolore che mi porto dentro da troppo tempo. Non sono qui per scrivere auto-aiuto (self-help), anche se mi piace – nonostante sia europeo e gli amici spagnoli di Michael Thompson lo considerino una cazzata. Potrei scrivere di tecnologia, ne ho le capacità. Marketing… Scrivere so, idee ne ho fin troppe, è tutta questione di mettersi a lavorare e ascoltare chi ne sa più di me.

Eppure ripenso a mia figlia nella sua cameretta e a quel bambino che crebbe tra le Alpi, tra boschi di conifere, e che fissava la neve fioccare con incrollabile meraviglia. Penso che parlavo agli alberi e che ancora lo faccio. Penso al bambino autistico del mio ultimo romanzo, che in quegli stessi luoghi vive la sua vita fittizia…

Penso a me.

Quello che io voglio scrivere è molto diverso.

Desidero, bramo che tu veda il mondo come lo vedo io per il tempo di una lettura. Così che l’ultima frase ti faccia pensare che passato e futuro sono due delle tre dimensioni in cui hai importanza finché sei vivo.

Esiste soltanto il presente, ma è esattamente per questo motivo che dobbiamo ricordare e sognare a occhi aperti. Senza passato e futuro il presente perde profondità, s’appiattisce.

E nulla ha più senso.

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Ho sempre considerato il mio amore per il mondo una specie di benedizione e, nel contempo, una maledizione.

Sono un italiano, ovvero un maschio adulto della specie home sapiens sapiens che è nato e cresciuto nel Primo Mondo, il quale è il principale attore dell’iper-sfruttamento, della devastazione, dell’avvelenamento e della decadenza in atto del nostro unico pianeta abitabile.

Sono sì stato sempre molto attento a migliorare il mio rapporto con ciò che mi circondava, rispettoso di ogni forma di vita, ma la mia, di vita, il suo stile, be’, è alla base di quanto suddetto.

Immagino che tutto il mio livore per ciò che vedo sia dovuto alla coscienza sporca.

Inutile girarci tanto attorno: ci sono dentro fino al collo.

Perché tanto amore e poca azione? Perché mi sono fatto ingannare o, meglio, mi sono ingannato. Sono trent’anni che so cosa comporta la nostra direzione e per giustificare la comodità mi sono detto sin troppe menzogne.

Piccole e grandi, a tratti impercettibili. Non importa. Troppe.

Col tempo mi son reso conto che è stata pura follia attendersi un cambiamento decisivo che venisse dall’alto, da un Establishment finalmente saggio e degno di ciò che abbiamo ereditato senz’alcun merito.

Ho atteso che la smettessero di favorire le lobby mondiali, che cambiassero i modelli economici, che sospingessero con quanto più denaro pubblico possibile le massime espressioni del nostro ingegno, che ci educassero tutti a una vita più parca, ma sostenibile.

Ho sperato che ci indicassero la via e ci accompagnassero alla volta di una società sempre più evoluta ed equilibrata. Lo so, avrei accolto a braccia aperte un simile cambio e un tale guida, qualsiasi rinuncia avesse comportato. Ero pronto.

Immagino che sia stato così per molti di noi.

È per questo che non ha funzionato nulla e oggi subiamo la sentenza del catastrofico rapporto del WWF. Abbiamo aspettato che qualcuno lo facesse per noi, quando invece siamo noi il cambiamento. L’Establishment che non fa i compiti a casa è una scusa.

La società sono io, sei tu, sono i nostri amici, i vicini di casa, i conoscenti.

La società siamo noi.

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Così, poco a poco, meglio tardi che mai, sono cambiato.

Credo in un approccio olistico alla vita. Credo nel microcosmo e nel macrocosmo, e ne ho parlato nel mio ultimo romanzo. Perché funzioni il macrocosmo pianeta, tanti siamo che è fondamentale funzioni il microcosmo persona.

La stragrande maggioranza delle persone, meglio se tutte.

Se la società sono io, allora devo armonizzare non soltanto le mie azioni e il mio stile di vita, ma anche il mio interiore. Se l’interiore è squilibrato, è assai difficile che il mio agire sia da illuminato.

Ad esempio, se soffrissi di un continuo bisogno di comprare tecnologia, avrei soltanto due alternative di fronte.

• Cedere al mio squilibrio compulsivo, tutt’altro che dettato dalla necessità, e così alimentare il consumismo più devastante.

• Non cedere al mio squilibrio compulsivo, grazie alla forza di volontà, ma vivere nell’insoddisfazione di non poter avere ciò che di materiale desidero.

Che tristezza.

Esiste però anche una terza alternativa, che è la soluzione: riequilibrare me stesso e così estirpare alla radice il disturbo compulsivo.

Mia moglie sta studiando per diventare un “coach ontologico”. La fondatrice della disciplina si chiama Alejandra Llamas. La scrittrice messicana e statunitense, autrice di best-seller, è la creatrice del processo chiamato MMK (in spagnolo) ed esperta di “responsabilizzazione personale” (self-awareness).

Insegna tecniche avanzate di conoscenza dell’io, quello che gli anglosassoni chiamano self-awareness, per l’appunto. Per ridurre la questione all’osso, le sue tecniche aiutano a rimuovere le credenze erronee che ognuno di noi ha per ottenere un risultato vitale: dominare l’ego.

Ora, l’ego sta acquisendo la nomea del cattivo. In realtà l’ego è “neutro”. È, né più né meno, lo strenuo difensore dell’io. Ci protegge.

Il problema è che senz’averne l’intenzione ci mette i bastoni tra le ruote di continuo. Di conseguenza la via per equilibrare sé stessi è dominare la sua continua interferenza. Non reprimerla, ma comprenderla e guidarla.

Per diventare la soluzione abbiamo un grandissimo bisogno di sentirci, di camminare seguendo la nostra essenza, e perciò di essere equilibrati.

Quando riesci a dominare l’ego, cambia la tua prospettiva su cosa puoi fare e cosa no. I tuoi precedenti limiti svaniscono e cominci ad espanderti. E se ti dici che una cosa è possibile, le opportunità per trasformare la possibilità in realtà cominciano a passarti di fronte.

Sono una reazione alla tua energia, come alcuni dicono, o erano già lì e non le vedevi? A te la risposta, ma capisci da solo che non conta. Vedi le opportunità, sono reali, ed è quanto basta per coglierle al volo e cambiare la tua vita.

Cosa c’entra tutto questo con quello che stavo dicendo prima?

Per cambiare te stesso ed esprimere il tuo potenziale devi vivere nel presente. Riequilibrarsi significa rimuovere il superfluo e tenersi stretto l’essenziale.

Per migliorare sensibilmente la tua vita devi agire. Il luogo in cui si agisce è il presente. Non conta il “feci” o il “farò“. Conta lo “sto facendo“.

Fuori dalla trappola dell’ego, il presente diventa un’infinita sequenza di possibilità. E non ti resta che prepararti a viverla.

Il punto è che, se vuoi essere parte della soluzione, devi cambiare.

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Negli ultimi due giorni ho letto un articolo del fondatore di Kickstarter, Yancey Strickler, in cui parla di un famoso libro, “Limits to Growth” (link alla voce italiana di Wikipedia), che fondamentalmente era il resoconto dei risultati di un modello matematico creato da quattro scienziati del MIT nel 1972.

Nota: il modello matematico è stato aggiornato 30 anni dopo, confermando gli stessi risultati.

I quattro ricercatori predissero con una precisione sorprendente – e inquietante – il collasso della nostra società.

L’articolo è talmente denso di concetti e di prospettive che l’ho letto a pezzi. Mi son fermato spesso a riflettere. Se sapete l’inglese, fatevi un favore: leggetelo.

La tesi dei quattro scienziati è semplice. Il nostro attuale modello di società si basa sulla crescita infinita. Non v’è chi non veda, la crescita infinita all’interno di un sistema finito è impossibile.

Il pianeta Terra è un sistema finito.

Non posso riportare l’intero articolo di Yancey Strickler, ovviamente. Il succo è che stiamo sforando il tetto e la tecnologia non può salvarci – l’articolo spiega il perché.

Infatti il modello matematico, a seconda dei vari scenari, finisce sempre per presentare un collasso. La curva ascendente cresce negli anni, poi si appiana e all’interno di diversi scenari finisce sempre per scendere in picchiata, prima o poi.

Continuando così siamo destinati e, in tutta sincerità, sento di poter dire che il collasso sia già cominciato. I segni sono visibili ovunque, basta non mentirsi per vederli. Infatti i differenti scenari di quel modello matematico del 1972 stabiliscono l’inizio del declino mai più tardi del 2015.

Capiamoci: “collasso” non significa estinzione. Sì? Vedetelo più come sinonimo di “tanti drammi e sofferenza dappertutto”.

Esistono soltanto due fattori, concomitanti, che se messi in atto permetterebbero di cambiare il corso devastante degli eventi futuri, come previsto dallo stesso modello matematico.

• Fermare la stampa di nuovo denaro

• Fermare la crescita demografica

Ora, a che punto siamo?

L’attuale pandemia ha come effetto la stampa di tonnellate di nuovo denaro – e la creazione d’inflazione. Mentre, per quanto riguarda la crescita demografica, sappiamo che ha un trend crescente e, in apparenza, inarrestabile – nonostante la pandemia.

In un sistema in cui i due fattori di cui sopra venissero posti sotto controllo, la nostra specie potrebbe non soltanto evitare il collasso, ma evolvere verso quello che oggi considereremmo un’utopia: un mondo in cui le persone lavorano sempre meno, hanno sempre più tempo da dedicare alle attività umanistiche – che sono quelle che ci differenziano – e nonostante questo, vivere un benessere e uno sviluppo sociale infiniti.

Quindi si tratta di cambiare prospettiva, non tutto quello che siamo.

Un brano in particolare dell’articolo di Yancey dice cosa possiamo fare:

Secondo gli autori di “Limits to Growth” dovremmo cominciare dal “visualizzare, fare rete, dire la verità, imparare e amare”. Immaginare un futuro migliore, relazionarsi con gli altri per diffonderne l’idea, essere onesti circa il presente e darci supporto e forza uno con l’altro.

Ecco che tutto mi torna!

L’infelicità per un declino che sto osservando da troppo tempo, la frustrazione di essere sempre stato parte del problema, l’urgenza che sento di parlarne senza che mi si tacci di pessimismo, la disperata ricerca di soluzioni applicabili, l’evoluzione della consapevolezza del mio io, il riequilibrio interiore attraverso il dominio dell’ego e, infine e finalmente, alla fine di questo processo, il passaggio all’azione.

Un dettaglio mi lascia a terra sanguinante e mi ritrovo infervorato, quasi posseduto due giorni più tardi. Fremo perché mi è stata indicata una via per trasformare questa mia cronica pesantezza interiore in qualcosa di costruttivo.

Oggi, grazie a quattro ricercatori del MIT, ad Alejandra Llamas e a Yancey Strickler, ho di fronte a me un sentiero da calcare.

Non ho alcun merito, i pensatori sono altri.

Cos’ho fatto per arrivare a questo punto? Mi sono forzato a uscire dalla mia zona di comfort. Ho rimosso rigidità interiori. Ora, sto dialogando col mio ego da un po’ di tempo a questa parte.

Il termine “opportunità” non parla soltanto di lavoro, denaro o successo personale. Parla anche o forse ancor più dell’importanza di cogliere al volo ciò che eleva la coscienza.

A cosa serve la coscienza? Niente di new age, serve a esprimere il tuo potenziale in armonia con chi sei e ciò che ti circonda. Un’elevata coscienza è l’acqua che idrata la tua essenza.

Tutto torna. Ora sì può dare un significato al vivere.

Posso.

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In realtà, a parte le illustri persone che ho nominato in precedenza, ce ne sono due che sono centrali in questo mio processo evolutivo, per me strabiliante, e che per semplificare potrei chiamare “cambio di prospettiva e di passo”.

La prima è mia moglie, la seconda sono io.

È mia moglie che sta viaggiando da tempo dentro sé stessa e che è riuscita a farmi comprendere concetti che rifiutavo da anni. Ho un ego d’acciaio, infatti.

È mia moglie che ha risposto pazientemente a tutte le mie domande sul processo che Alejandra Llamas insegna e applica a sé stessa — l’MMK. Sì, anche a quelle sarcastiche.

È mia moglie che ha rivoluzionato il modo in cui ci alimentiamo, che ha guidato il nostro nucleo familiare a ridurre l’impronta di emissioni CO2, che mi ha insegnato con l’esempio a essere più altruista, aperto e gentile.

È lei che mi ha preso a calci nel culo quando era il momento di farlo, perché era o in quel momento o mai più.

Ed è sempre lei che adesso sta girando la Galizia alla ricerca del terreno adatto alla nostra nuova tappa di vita, ecosostenibile, in armonia col pianeta, rurale e che, guarda caso, va proprio nella direzione di cui l’articolo di Yancey Strickler parla.

Se sono riuscito a uscire dalla fossa che mi ero scavato è grazie a lei.

Ma, certo, sono io che ne sono uscito. Se non ci avessi messo forza di volontà, non sarei qui a scrivere ogni giorno della mia rinascita come persona, più che come scrittore.

E quando niente ha più senso, di forza ce ne vuole parecchia, specie all’inizio, perché la stessa idea di metterci forza volontà sembra priva di senso.

Mi sono messo in discussione, ho affrontato i miei demoni uno a uno. Be’, la fila è lunga, sicché continuo ad affrontarli. Ogni tanto ne salta fuori uno, ma ormai so di essere abbastanza forte per rialzarmi tutte le volte in cui cadrò ancora.

Perché cadere, si cade di continuo. Tutto sta nel rialzarsi.

La mia evoluzione è una rivoluzione. Per dirlo basterebbe il mero fatto che ho di nuovo sogni e progetti a rallegrare le mie giornate. Eppure oggi mi sembra che quelli siano soltanto degli effetti.

Quello che conta è l’evoluzione della mia coscienza.

Non l’avrei mai detto, ma oggi sento perché il passato è il luogo da cui veniamo, ma contano soltanto le sue lezioni di vita. Non esercita alcun potere sul presente, a parte quello che decido di concedergli.

E cosa pensare del fatto che sento il futuro mi darà tutto ciò di cui avrò bisogno? D’un tratto ho smesso quasi del tutto di preoccuparmi.

Ho risposto a una domanda che attendeva da trent’anni. E nel farlo penso a te che mi leggi. Se sei arrivato fin qui, significa che sai di cosa parlo.

Esiste una via. Esiste un modo per smetterla di sentirsi parte del problema e vivere una vita piena, appagante, perfino gioiosa e nel contempo diventare parte della soluzione.

Se avanzi con confidenza nella coerenza della tua essenza, la via si dipana.

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La domanda iniziale, dunque, non ha alcun senso e va riformulata. Non è questione di crederti quello che non sei.

Che senso ha credere di non essere, se sei infinito?

3 commenti su “Puoi cambiare il futuro”

  1. Hai centrato il punto, Andrea: se ognuno lo facesse. Ma raggiungere un certo livello di consapevolezza richiede impegno, volontà e anche quel qualcosa che spinge a cambiare. Questo risveglio può essere dovuto a tante cose: un’illuminazione, un trauma, ma se questa scintilla non è coltivata, non c’è il desiderio di cambiare, non si va da nessuna parte. A tanti va bene restare nel loro recinto, anche se non è granché. Purtroppo, senza risveglio, molte persone vanno per imitazione e seguono quello che hanno visto fare nella loro vita o seguono quello che va per la maggiore. Quello che è successo con il virus dovrebbe aver aperto gli occhi su tanti aspetti della vita, invece tanti continuano a non voler vedere, a negare; temo che gli occhi verranno aperti quando ci si sarà schiantati per bene a terra (non sono serviti gli orrori di due guerre mondiali per rendere consapevoli le persone, non so cosa dovrà servire allora perché questo avvenga)
    L’unica cosa che si può fare è restare fuori da questo condizionamento distruttivo e sperare che ci siano altri sulla stessa barca che possano compensare l’ottusità lesiva perpetrata dai molti, in modo da limitare i danni.

    Rispondi
  2. Che dire Andrea, hai tanta carne al fuoco, umanamente e letterariamente: una bella mole di lavoro. Non so se si può cambiare il futuro (una volta lo credevo, forse ora sono più cinico), di certo si può cercare di vivere diversamente, più in sintonia con se stessi. Perché da noi non si può fuggire.

    Rispondi
    • Ciao Mirco,

      abbastanza!
      Invece io non credevo più fosse possibile, ora invece intravedo una via. Posso cambiare il mio futuro e, quindi, il futuro. Se ognuno di noi lo facesse… A ogni modo, è una questione di avere un approccio olistico alla vita. Mi sono lamentato troppo, son stato troppo impegnato a sottolineare tutte le storture che vedevo e, per giunta, nel modo sbagliato. E mi sono esaurito.

      Ora, semplicemente, provo a essere costruttivo e risolutivo. Niente più che quello. E scrivo, scrivo e scrivo ancora… Senza fermarmi. Non mi fermo più. Tutto qui, Mirco. Niente di speciale.

      Grazie per passare e commentare!

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