Quando scrivi, di’ qualcosa!

Perché contano l’intenzione e il senso quando si racconta. Scrivere letteratura è sempre stato un compito assai più complesso di quanto appaia.

Photo by Juan Rumimpunu on Unsplash

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14 Aprile 2021

La letteratura è un mezzo potente per comprendere i tempi cui appartiene. È sempre stato così e risulta evidente a chiunque, quando a scuola il professore d’italiano aiuta ad analizzare epoche passate.

Poi entri in un forum di scrittura o in un gruppo su facebook e ti accorgi che, in realtà, la stragrande maggioranza degli aspiranti scrittori subisce i tempi, anziché analizzarli.

Anni fa lessi per caso l’opinione di un mio lettore che scrisse di come avessi voluto “far filosofia” con la mia letteratura e di quanto non ne fossi in grado – quando si parla della “serpe in seno”: le opinioni sono sacrosante, i doppiogiochisti invece li considero meschini e non meritano dialogo.

Al tempo, già in crisi per conto mio, la cosa mi diede qualche “leggero” grattacapo interiore. Dubitai della mia intenzione e dei miei scritti. Del resto dubitavo di me stesso in tutti i sensi.

Oggi penso che la pochezza di quei giudizi sia la perfetta descrizione delle altrui capacità critiche. Così come soltanto i cretini hanno sempre ragione.

Lo dicono studi illustri: sono quelli che dubitano di sé stessi, profondamente, a ottenere i migliori risultati. Qualitativamente.

Purtroppo il discorso non è così semplice, se si parla di “realizzazione”, perché le masse sono per antonomasia quanto di più lontano dalla qualità esista. Le masse sguazzano nella quantità.

Qualità e quantità

Se si crede io stia esagerando, qualcuno mi spieghi perché seguendo “il mercato” – le masse – siamo arrivati a una società che punta quasi esclusivamente sulla quantità.

Perché quando c’è profondità si pensa alla “pesantezza” o alla “noia”? Perché chiunque abbia un’intenzione più alta, già vent’anni fa, veniva accusato di “far filosofia”, quando è insito nell’essere umano riflettere sulla vita e su temi etici, alti, che abbiano un senso più generale delle quattro cose che accadono ai personaggi in un romanzo? I romanzi devono divertire, per carità, ma perché non possono dire qualcosa all’umanità? È un delitto?

La risposta, per fortuna, è confortante.

La Rocca dei Silenzi” fu finalista del Premio Italia. Cosa di cui sono fiero, perché per il meccanismo di allora si arrivava in finale col voto dei lettori, mentre si vinceva col voto degli addetti ai lavori – la cui bassa stima contraccambiavo.

Il fallito tentativo di far filosofia arrivò molto più lontano di quattro criticoni arroccati nelle loro indifendibili posizioni – che non vedo sugli scaffali di tutte le librerie d’Italia a elargire delizioso intrattenimento e ne hanno avuto di tempo per riuscirvi.

Internet è intossicata dai “blablabla” sterili di dotti farlocchi.

Ora, non si pensi che io disprezzi la quantità. Non è così. Per un artista esiste un concetto prelibato che ne parla: prolificità. Gli artisti prolifici sono una delizia per chi li segue e io sono sempre stato prima lettore che scrittore.

Amo la prolificità, dunque. Vero. Tuttavia qualora si esprima nel solco di una qualità che non scenda sotto una certa soglia.

Posso accettare lo scrittore che scrisse venti romanzi, di cui cinque non erano all’altezza, assai meno uno che ne scrive sessanta tutti mediocri. Avrà prodotto il triplo, ma non è mai riuscito a dire nulla di significativo.

La qualità viene prima.

E per arrivare alla tua qualità devi considerare con attenzione il senso di ciò che scrivi e l’intenzione che vuoi instillarvi. Sono due cose profonde, che necessitano di una lunga, sentita e costante digressione interiore.

Non si scrive un romanzo perché sì. Si scrive un romanzo perché si ha qualcosa da dire e si ha così tanto a cuore quel qualcosa che lo si vuol fare nel miglior modo di cui si è capaci.

Tutto il resto è carta straccia.

Il senso è la meta

Il senso è qualcosa su cui ho dibattuto molto nel corso degli anni. È un mio pallino, proprio perché troppa narrativa oggigiorno pare non contemplare il concetto.

Qualcuno potrebbe sostituire il vocabolo “senso” con “obiettivo”, altri con “leit-motiv”, altri ancora con “significato”.

La mia prospettiva letteraria mi porta a usare proprio il termine “senso”, invece, perché vi associo non soltanto l’accezione di “significato”, pur se è la principale, ma anche quella di “capacità di intuire, comprendere, discernere”, quello di “modo”, quello di “direzione o verso” e, infine, quello di “percezione, avvertimento, di sensazioni o condizioni fisiche o psichiche”.

Il senso di cui parlo io ha un carattere olistico.

Un romanzo deve possedere un senso letterale, un senso proprio e un senso figurato. Un romanzo è fatto di sensi e parla ai sensi. Il tutto è il suo Senso.

Non si raggiunge una simile collettività di “sensi” senza approfondire prima di mettersi a scrivere. E non sto parlando del canovaccio, della pianificazione della storia. Pansters e plotters fanno lo stesso. Parlo di capire perché si vuol chiedere tempo ai lettori e cosa gli si vuol dire di concreto, importante, universale, pur nel solco della dovuta umiltà: sarà il tuo pensiero dalla tua prospettiva.

Insomma, non sarà verità, ma sì sarà una delle verità su qualcosa che abbia un senso raccontare! O è meglio tacere.

Capiamoci, non sto parlando d’accademia. Sono e sempre sarò un autore popolare, perlomeno nelle intenzioni, e quindi do un’enorme importanza all’intrattenimento.

Se non intrattengo, non posso condurre il lettore per mano fino alla fine dello scritto. E se non arriva al finale, il senso non lo potrà mai percepire in modo compiuto e, quindi, non esisterà.

Insomma, l’intrattenimento è conditio sine qua non. Imprescindibile.

In primo luogo, io scrivo soltanto se mi diverto. Quando ho smesso di divertirmi, in passato, non sono riuscito a cavare un ragno dal buco. In secondo luogo, chi ha detto che non si possa filosofeggiare mentre ci si diverte?

I limiti ammorbano soltanto nella visione ottusa di chi crede che non si possa fare filosofia scrivendo letteratura di genere, ad esempio. O, per contro, di chi crede che il ritmo di un romanzo risenta della profondità.

A me non interessa una visione ottusa e limitata, perché mi piace l’idea di seminare, di far riflettere, perché le letture che ho amato mi hanno portato a riflettere e seminarono in me. E molte erano di genere.

A quanto pare non sono l’unico a pensarla così, considerando che fui finalista. E la cosa mi fa piacere. Non è questione di soddisfazione personale o di narcisismo, è la constatazione che esisteva ancora un argine alla superficialità.

Vero, era il 2005. Oggi? Se le cose non sono peggiorate, di certo non viviamo un’epoca rinascimentale in questo senso.

L’intenzione è il viaggio

Per raggiungere la meta, si deve viaggiare nella giusta direzione.

Se il senso è la meta ultima di uno scritto, l’intenzione con cui lo si redige è il viaggio. Non si può prescindere dall’intenzione, se si ha a cuore il senso.

Questa credo sia forse la parte in cui l’inesperienza gioca brutti scherzi. Si pensa spesso che l’intenzione non conti così tanto. Vengono prima le tecniche di scrittura creativa, l’originalità, il nome dell’autore e da che parte politica sta.

Eppure l’intenzione è quella cosa che guida il pensiero dell’autore. È il sentiero che l’estro percorre a modo suo, camminando o correndo e saltando, prendendo scorciatoie o fermandosi per scattare alcune foto lungo il cammino.

Se tu, quando scrivi, sei appassionatamente impegnato nel tentativo di esaltare l’importanza della natura, magari raccontando la storia di un antico bosco minacciato dall’industria, quell’intenzione traspare. Altra cosa è se tu vuoi semplicemente narrare la storia di come quell’industria non sia stata fermata in tempo.

Preciso meglio. Il testo lascerà trasparire il tuo disprezzo, se disprezzo hai usato nello scrivere, o viceversa la tua meraviglia. La narrazione sarà impregnata dal tuo intento costruttivo, se è quella l’intenzione del racconto. Ed è per questo che devi badare a non infondere rabbia e dolore senza incanalarli, procedendo a tentoni, disdegnando una riflessione profonda prima di attaccare la prima stesura: traspariranno.

Vuoi trasmettere a chi ti legge rabbia e dolore oppure ciò che ti preme è raccontare di come hai reagito, affinché la tua storia sia d’esempio? La differenza non è banale.

D’accordo, basta esempi. Ce ne sarebbe un’infinita quantità. Mi preme dirti che l’intenzione dà la direzione ai singoli passi che devi compiere per raggiungere il senso. Ed è quindi importante tanto quanto il senso. L’uno senza l’altra, e viceversa, sono incompleti.

L’intenzione è la strada che vuoi percorrere, pur senza conoscerne le svolte. Sapere che tipo di strada è ti aiuterà ad arrivare sano e salvo a destinazione.

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Il senso e l’intenzione vivono in simbiosi e sono ciò che permettono a una scrittrice – o a uno scrittore – di assurgere alla qualità.

La qualità non nasce dal nulla. Ma, se si vuol emergere in un oceano di quantità, distinguerti, la qualità è l’unica via che ti garantisca una qualche probabilità di successo. Tutto il resto è casualità e io non giocherei col caso, se fossi in te. Di solito vince lui.


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2 commenti su “Quando scrivi, di’ qualcosa!”

  1. “Perché chiunque abbia un’intenzione più alta, già vent’anni fa, veniva accusato di “far filosofia”, quando è insito nell’essere umano riflettere sulla vita e su temi etici, alti, che abbiano un senso più generale delle quattro cose che accadono ai personaggi in un romanzo?”
    La domanda che poni nasce dal fatto che molti pensano che ciò che non va sia nello scrittore. E se si ribaltasse la cosa?
    E se ciò che non va fosse nei lettori che, figli dei tempi, non sono più capaci di usare la testa perché educati a restare nel recinto voluto da chi sta dietro alle masse e le sfrutta, guarda caso, sempre per denaro, visto che viviamo nell’era dell’economia?
    Può sembrare una provocazione, ma se ci si pensa, non lo è, ma spesso non si vede l’intento che sta dietro a certe affermazioni.

    La diatriba tra quantità e qualità è vecchia come il mondo e andrebbe analizzata caso per caso. R.A. Salvatore è prolifico, ma letto qualche suo libro, ci si accorge che la storia è sempre quella e ci si può stancare (parlo per me). Sanderson è altrettanto prolifico ma le sue storie sono varie e ricche e prendono sempre: finora non ha annoiato. Forse perché ha sempre qualcosa di nuovo da dire.
    Ecco, a mio avviso il problema sorge quando un autore comincia a ripetersi e il lettore capisce quali sono i suoi temi ricorrenti e li ritrova in ogni libro come succede per esempio con Brooks o Murakami. Un fan sarà felice di ciò perché rimane nel conosciuto, ma a furia di leggere copioni consolidati non ci si meraviglia più e questo per me non è una cosa positiva.

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    • Grazie per questo commento, Mirco. M’era sfuggito!

      Be’, è evidente che uno scritto deve scrivere ciò che sente e soltanto poi, in revisione, adattare ciò che ha sentito ed è sua prospettiva (su un qualsiasi tema, specifico o d’ampio respiro non importa) per i lettori. Ma non si scrive quello che i lettori vogliono, a meno che tu non sia già un autore affermato e ci sia una chiara, netta spinta a raccontare qualcosa di specifico (come spesso accade ai creatori di mondi fantastici).

      Qualità e quantità meglio se vengono a braccetto, dico io. Come dimostra Brandon Sanderson, è possibile. Le storie stantie, di solito, dipendono da una perdita di passione da parte dell’autore per la scrittura. Diviene un mestiere e non si ha più molto da dire. Si mantiene in piedi il “business”.
      O può dipendere da una vita grigia, ma mi sembra alquanto improbabile che un autore di successo abbia una vita grigia.

      Grazie Mirco! Ciao.

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