Revisione de “Il giorno dopo”, parte I · 31

L’esaltazione iniziale e le prime difficoltà.

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14 Luglio 2021

Non è mai semplice affrontare una prima revisione, specie quando il lavoro da svolgere è molto. “Il giorno dopo” è un romanzo che alla fine della seconda stesura consta di 1.037 cartelle standard. È grosso!

Il romanzo, come chi mi segue sa, è un progetto che risale a quindici anni fa. Averlo ripreso in mano a tanti anni di distanza, riletto, corretto, annotato e messo più o meno in sesto per continuarne la stesura è stato un grosso lavoro.

Ho dimostrato a me stesso di poter ancora assurgere a un buon grado di abnegazione.

In seguito, completarne la prima e seconda stesura è stato un notevole passo in avanti per il sottoscritto, considerando le vicissitudini attraversate negli anni passati. Era anche il primo “testo nuovo” (stesura) che affrontavo da quando ho ricominciato a scrivere, nel 2018.

Quindi, forte di tali risultati, ho approfittato dello slancio emotivo e ho cominciato subito la prima revisione.

Il romanzo

“Il giorno dopo” è un romanzo che consta di quattro “fronti d’azione” separati, alcuni dei quali s’intrecciano. È un romanzo “low fantasy”, seguito de “La Rocca dei Silenzi”, che invece era un “high fantasy”.

I due costituiscono il primo e secondo libro della saga de “I Silenzi”.

Così come il predecessore, “Il giorno dopo” utilizza le razze “classiche”, ovvero la mia versione delle razze classiche – il cui rimaneggiamento finalmente si compie appieno. Ci sono gli Elfi, i Nani e gli Uomini, più varie ed eventuali – questo non è il luogo più adatto a cercare spoiler del mio romanzo.

Un fronte d’azione è dedicato agli Elfi, uno agli Uomini e due ai Nani. Perché? Ancora una volta, lasciamo stare la storia. Quella chi vivrà vedrà o, meglio, leggerà – se così gli andrà.

Durante la revisione, il perché lo spiegherò in un altro articolo dedicato, correggo un fronte d’azione alla volta.

Gli Elfi d’Irydion

La prima revisione, a cui seguiranno una seconda e una terza, per poi giungere alla rilettura finale a voce alta, è già cominciata da qualche settimana.

Ho già corretto il fronte d’azione degli Elfi interamente ed è quindi pronto per la seconda revisione.

Le mie impressioni in merito sono più che positive. Non c’era granché daffare. Le rilettura ragionata e la successiva preparazione di quanto scrissi nel 2006 mi hanno donato un testo di valore, rimaneggiato a sufficienza affinché la revisione non diventasse uno strazio.

Me la sono goduta. Sono soddisfatto di cos’è diventato, dei momenti che racconta, della varietà delle situazioni, dello spessore dei personaggi e dei comprimari.

Quello previsto nella cronologia era un fronte d’azione scialbo, che non aveva sufficiente mordente. Per fortuna era anche il fronte d’azione di cui avevo scritto meno (tre capitoli, meno una scena).

Il fatto mi ha permesso di scriverne più della metà nel 2021. La differenza si nota. L’eccessiva presenza di cliché è stata risolta, gli Elfi ora sono più miei e meno “standard”, problema che avevo individuato e che ho risolto introducendo alcune cosucce che mi piacciono un sacco. La loro storia è chiara, l’ambientazione giustificata.

Tutti i tasselli sono al loro posto.

Mentre smantellavo pezzo dopo pezzo i dettagli del piano originale, pur mantenendo la direzione di viaggio, mi sono sorpreso in svariati punti da solo. Ci sono elementi inaspettati.

E più non se li aspetta lo scrittore, più saranno tali anche per i lettori. Goduria.

È anche il fronte d’azione che riceve meno spazio nel romanzo, quindi il risultato finale è un concentrato che mi convince – sempre considerando che si tratta di una prima revisione. Migliorerà.

L’eccessiva piattezza non esiste più e la brevità con cui la vicenda è trattata aiuta a non annoiarsi mai – secondo i miei canoni d’intrattenimento, naturalmente.

Essendo io lo scrittore, sono quelli che contano.

I Nani di Thèrmak

Ai Nani ho dedicato due fronti d’azione, perché la metaforica strada che percorrono a un certo punto si biforca – fine dello spoiler! LOL.

Ciò che accade dopo la biforcazione è il secondo fronte d’azione che ho deciso di affrontare in questa prima revisione. Non ho ancora finito. Ho cominciato di slancio, ma a un certo punto mi sono impantanato. Sono più o meno alla metà, col fango che ancora mi arriva alle ginocchia.

All’inizio del quarto di otto capitoli che ho dedicato a questa parte della storia, il racconto consta di tre scene narrate secondo un punto di vista “onnisciente”.

La cosa non m’ha convinto e mi ci sono voluti alcuni giorni di pausa per metabolizzare il fastidio, comprenderlo e quindi elaborare una strategia risolutiva.

Ora, non sono il tipo di scrittore che segue le mode e le convenzioni. Se c’è un luogo in cui sono Dio quello è nei miei romanzi e faccio come desidero.

Perché lo dico? Perché una delle mie decisioni è stata quella di mantenere alcune scene con punto di vista “onnisciente”, pur se la stragrande maggioranza del romanzo non la usa. Mi sono riservato la possibilità di usarlo qualora l’occasione sia propizia.

Non sempre il racconto si giova delle “III persona soggettiva” tanto quanto dell’onnisciente, infatti. Questo perché non sempre una maggior immedesimazione o vicinanza agli eventi è lo sguardo più acuto circa ciò che si sta dicendo.

Il problema, però, era che tre scene di seguito onniscienti mi son sembrate troppe. Ho quindi spezzato il tutto in undici scene minori, di cui soltanto la prima più corposa e un’altra brevissima sono rimaste onniscienti, mentre le altre nove vengono narrate dal punto di vista di uno dei personaggi presenti.

Il risultato m’è parso soddisfacente, ma per valutarne l’impatto sulla narrazione dovrò valutare durante la seconda revisione. Ovvero, non ora.

Ciò detto, sto facendo fatica.

Questo quarto capitolo e così il quinto – anche se il quinto me lo ricordo meglio impostato (vedremo se ricordo bene) – sono i due ultimi capitoli che scrissi nel 2006, prima del crollo definitivo e del decennio in cui ho abbandonato la scrittura.

È evidente che non siano espressione del migliore me.

Ricordo la fatica che facevo. L’assenza d’entusiasmo con cui procedevo. Il fatto stesso di forzarmi a scrivere la prima stesura di uno solo dei fronti d’azione era un grave sintomo che la crisi stava per sfociare nel crollo – di cui sospettavo l’esistenza, ma che mai avrei pensato così prolungato e tormentato.

Così fu e oggi mi ritrovo con i cocci da risistemare di un capitolo corposo, troppo corposo, con molti problemi relativi al punto di vista, con una prosa che ho migliorato, ma che non è assolutamente all’altezza.

È uno scoglio e, complice anche un periodo lavorativo piuttosto pesante, sto procedendo a un ritmo ben al di sotto delle mie aspettative di revisione, che invece col fronte degli Elfi sono riuscito a rispettare – correggendo 50.000 parole in una settimana.

Ora le mie statistiche sono crollate. Lo considero un momento per rallentare, volermi bene e non prenderla troppo sul personale. Il testo che vedo non è l’Andrea che conosco.

L’Andrea che conosco è quello che lo rivolta come un calzino fino a renderlo tanto buono quanto le restanti parti del romanzo. Perché sì, è chiaro che il lettore non deve percepire differenze mentre legge.

Mai.

Un conto è che gli piaccia più una parte di un’altra, un conto è che una gli sembri ben scritta e un’altra, invece, sia poco curata e confusionaria, non all’altezza del resto.

Questi sbalzi qualitativi sono il peggior biglietto da visita per ottenere un passaparola che faccia la differenza, a mio avviso.

Impressioni generali fin qui

Le mie sensazioni sono positive. Nonostante quest’ultima fase delicata e un po’ pesante da affrontare, il resto del testo m’è sembrato assai buono per essere una stesura.

Ci sono i contenuti, c’è la prosa, c’è il pathos, il senso del meraviglioso e nel contempo la riflessione. Ci sono situazioni impreviste, varietà, e mi pare il racconto sia abbastanza fluido e internamente coerente.

Mi mancano ancora due revisioni e la rilettura a voce alta. Migliorerà sensibilmente, cioè, specie per quanto riguarda l’eventuale verbosità, gli spigoli nella prosa, eventuali cali di qualità nei dialoghi e mancanza di mordente negli eventi narrati – più fluisce bene il testo, più ci si accorge se qualche scena non è all’altezza e va rivoluzionata o tagliata in toto.

Mi sembra sin d’ora, però, che questo romanzo sia superiore a quanto pianificai nel 2006, specie grazie agli anni che sono trascorsi da allora, alla mia nuova prospettiva sulla scrittura e a un modo di procedere che s’è scrollato di dosso certe rigidità d’impostazione per aprirsi a nuovi, inaspettati orizzonti narrativi.

Un modo un po’ complicato per dire che mi pare d’aver reso giustizia ed esaltato il potenziale del romanzo, per ciò che ho letto sin qui.

La pausetta di quindici anni ha giovato al pargolo.

 

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