Revisione de “Il giorno dopo”, parte II · 32

A due terzi della seconda revisione, pre lettori beta, faccio il punto di ciò che percepisco del romanzo e dei suoi perché.

Photo by marinv on Adobe Stock

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Secondo articolo del mio diario dedicata alla revisione de “Il giorno dopo”.

La prima revisione è stata ultimata da tempo e sono a due terzi della seconda. La differenza tra le due non risiede soltanto nel fatto che la prima rimaneggia il testo in modo assai più pesante, bensì che nel modo di procedere.

Durante la prima stesura ho affrontato ogni fronte d’azione come se fosse un corpo unico — tutti i capitoli dedicati agli Uomini, tutti quelli dedicati agli Elfi, eccetera — perché era necessario fare attenzione alla coerenza interna delle singole sottotrame. Durante la seconda, invece, leggo il romanzo come se fossi il lettore. Seguo, cioè, l’ordine cronologico dei capitoli e valuta l’alternanza delle sottotrame.

Necessito di sapere meglio qual è l’andatura della vicenda. In quanto tempo cresce? Quanta parte ha il gusto dell’introduzione? A che punto le cose entrano nel vivo? In tal senso, c’è qualcosa di troppo pesante?

In poche parole, cosa riceveranno i lettori beta?

Indubbiamente sono dovuto intervenire, qui e là, ma direi che sia riuscito a sciogliere i nodi principali, ormai. E lo stesso accadrà con la restante parte di questa seconda revisione.

In seguito necessiterò del punto di vista esterno per individuare gli eccessi. I lettori beta sono importanti per la visione d’insieme, non per le sbavature — per queste ultime c’è l’ultimo passaggio, definitivo in tal senso, poiché si tratta di una lettura a voce alta, cui ben poco sfugge.

L’equilibrio

La mia impressione è che il testo sia ben bilanciato. Essendo un romanzo di oltre mille pagine, può dare l’impressione di partire lentamente, ma non è del tutto vero.

Una delle quattro sottotrame parte in quarta, ad esempio. Un’altra entra nel vivo molto presto. Una terza nasce da quella che è partita in quarta e parte anch’essa in quarta. Ce n’è soltanto una “lenta”, ma è statica per forza di cose: la sua forza dipende dalla caratterizzazione dei personaggi, infatti. Se sufficientemente d’impatto, la poca azione non sarà un problema. Proprio per renderla solida, ho lavorato parecchio su tre colonne portanti della questione: essenzialità, chiarezza e scorrevolezza.

Seconda questione. A fine seconda stesura riflettei sull’ordine dei capitoli e lo cambiai.

L’idea non era soltanto quella di dare varietà all’alternarsi dei “fronti d’azione”, perché era già stata pensata quindici anni fa, prima di abbandonare il romanzo a metà prima stesura. L’aspetto più importante era spezzare la vicenda in due: nemmeno se pubblico come indie in self-publishing posso produrre una cosa così voluminosa. Sforo persino i limiti di Amazon, per quanto riguarda il cartaceo, quindi, era importante trovare una soluzione che non compromettesse il racconto.

Già, saranno due volumi, nonostante l’idea non mi piaccia.

Il giorno dopo” avrà una Parte I e una Parte II.

La storia è in realtà pensata in tre parti, di cui la prima è introduttiva e storica, nel senso letterale del termine — considera cioè la storia del mondo in cui la vicenda si svolge, con una sorta di racconto lungo e altre cosette brevi, a loro modo importanti, seppur non cruciali per inquadrare il contesto.

Prima e seconda parte formeranno il primo volume, la terza parte il secondo volume.

Il romanzo all’interno della saga

Il romanzo è gradevolmente low fantasy, come ho già avuto modo di dire. L’impianto della mia saga è pensato come una sequenza di generi precisa, perché la mia idea iniziale era di smarcarmi dall’esordio.

A metà stesura de “La Rocca dei Silenzi” (d’ora in avanti, “la Rocca”), come sempre m’accade, l’ambientazione e le idee sono diventate troppe e ho cominciato a immaginare una saga.

Avevo però due conditio sine qua non in mente per stringere un patto con me stesso e accettare di scriverla. Venivo dall’esperienza de “La Triade”, saga high fantasy di cui la mia trilogia era (ed è, ahimè) soltanto l’inizio.

Le condizioni

Uno, doveva essere formata da romanzi singoli.

Due, doveva poter spaziare tra generi diversi all’interno del grande calderone del fantastico. Mi piace l’idea di procedere di romanzo in romanzo, sebbene abbia molte idee. Devo sentire di voler raccontare la storia o non ha alcun senso pianificarla.

Oggi ho una terza condizione, a (quasi) valle del secondo Tomo de “I Silenzi”, che è come ho intitolato la saga di cui la Rocca è il primo e “Il giorno dopo” il secondo: che i romanzi non siano mai più lunghi come questo!

D’ora in avanti vorrei stare tra le 350 e le 450 pagine. Tetto massimo 500, obiettivo soddisfacente sotto le 400. Lo sforzo delle oltre 1000 pagine de “Il giorno dopo” grida vendetta.

Ciò detto, il romanzo, di cui avevo soltanto metà della prima stesura, questo era e andava rispettato l’impianto originale, perché essenziale per la saga e perché lo amo, senza se e senza ma. Credo sia il miglior fantasy abbia mai scritto.

Mi preme dire le cose che dice. Di conseguenza mi rappresenta molto ed è, per maturità e spessore, ciò che pretendo dalla letteratura fantastica.

Il contenuto

Sono sinceramente soddisfatto della centralità dei personaggi, cosa che procede nel solco della Rocca, che era dichiaratamente un “romanzo di personaggi”.

Nel contempo, m’affascina il suo senso del meraviglioso sottile, che pare sussurrare, al contrario degli strilli della maggior parte dei romanzi contemporanei. L’esplosione dell’ambientazione rispetto alla Rocca lo prevedeva. Ed è un altro punto che mi soddisfa.

Il romanzo non punta a meravigliare. La premessa — un mondo in piena decadenza — verrebbe tradita da continui “effetti speciali”. La magia è quasi totalmente assente e la questione è più che giustificata. C’è, però, tanta scoperta e il “sense of wonder” è dato da un lento e inesorabile disvelarsi delle conseguenze che le premesse sottintendono e che i lettori ignorano.

Inoltre, ma questa è proprio la questione, chiunque abbia un tale preconcetto per cui detesta tutto ciò che abbia a che fare con le “razze classiche” del fantasy — c’è una scuola lì fuori che ne parla male a priori — allora sarà meglio si tenga alla larga. Sarà un piacere reciproco ignorarsi.

Trovo certi discorsi privi di buonsenso, stucchevoli e pretenziosi.

Non è mai il cosa, ma il come e il perché ciò che conta, infatti.

Del resto, l’intenzione e il carattere di questa saga viene dichiarato dalle sue prime pagine in modo netto e inequivocabile, a patto che si sia dotati di una mente aperta e si dubiti dei propri pregiudizi.

Il prologo della Rocca ha per protagonisti tre personaggi volutamente stereotipati: un possente guerriero, Uomo, un Elfo mago e un Nano scorbutico. Vengono impietosamente massacrati. Se animati da pregiudizio, non si coglie l’antifona, ma il messaggio è chiaro. Da quel momento in avanti la decostruzione degli stereotipi è cominciata, per giungere all’esaltazione degli archetipi e… Be’, non posso rivelarvi la saga.

Sotto quest’aspetto, tuttavia, il percorso del primo romanzo era una sorta d’introduzione sottile: le ambizioni del romanzo erano altre e quella di cui sopra doveva soltanto essere accennata, per poi maturare ne “Il giorno dopo”. Ma non si firmò mai alcun contratto e la sua storia venne soffocata sul nascere.

Ed eccoci al presente. Ne “Il giorno dopo” la decostruzione si compie. In primo luogo nella diversa caratterizzazione delle razze classiche, cosa tutto sommato poco rilevante e basata su dettagli; quindi mi sento di dire che è aspetto secondario. In secondo luogo riguardo ai perché del punto di partenza, degli avvenimenti che si succedono e delle sfide che Uomini, Elfi e Nani devono affrontare. E questo secondo aspetto è quello rilevante.

Poi, certo, chi non coglie il significato del prologo della Rocca, non coglierà nemmeno questo. Ma non è che uno scrittore scrive affinché il mondo intero lo comprenda e apprezzi. Uno scrittore mette su carta la propria visione e il suo compito è di farlo con chiarezza e stile, con capacità tali da prendere il lettore per mano e portarlo fino all’epilogo.

Che ci si riesca soltanto in parte è fisiologico.

Il resto è ricerca della fama e del successo. La fama non m’interessa e del successo mi piace soltanto la quantità di tempo che mi donerebbe per occuparmi di ciò che amo: raccontare storie.

Il giorno dopo” è una sfida intellettuale. Non è un mirabolante romanzo di high fantasy in cui tutto è magia e tutto brilla e scoppia e la narrazione va a mille chilometri all’ora. Il romanzo disdegna quell’intenzione e non ha quel ritmo.

È, invece, un’ampia riflessione su questioni fondamentali per gli equilibri di un sistema e sul ruolo di certi aspetti essenziali che legano gli attori che tale sistema popolano: le razze o, parlando della realtà cui noi tutti apparteniamo, i popoli. Parla delle conseguenze di sottovalutarne l’importanza o, addirittura, di dimenticarsene in toto.

Il giorno dopo” affronta le tragedie che ignoranza, rigidità e chiusura ingenerano. Cosa di cui noi tutti, ahinoi, siamo protagonisti oggigiorno, qui, sulla Terra.

Chi mi conosce sa che il mio pallino è una “società globale”, cosa ben diversa e molto distante da una “economia globale”. Purtroppo, quindici anni dopo quella metà prima stesura, riprenderlo in mano m’ha permesso di comprendere quanto sia oggi ancor più attuale che ieri.

Siamo in piena decadenza.

In che modo “Il giorno dopo” affronta la questione è semplice: usa spudoratamente gli stereotipi e li mette di fronte alle conseguenze estreme delle rispettive caratteristiche. C’è infatti del vero nella stanchezza di una parte di lettori fantasy per le “razze classiche”: sono utopiche e, sebbene archetipe nei loro esempi più alti, anche irritanti in quanto assurdamente idealistiche.

E io, come ho già avuto modo di dire, non credo negli eserciti, nelle religioni e, per l’appunto, nelle ideologie.

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