Se così dev’essere, sarà

Sii te stesso. Il resto è nulla: viene e va.

Photo by Marek Piwnicki on Unsplash

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28 Febbraio 2021

Mi mancano soltanto 120 pagine di rilettura ad alta voce per finire “Senzanome”. Ovvero sto per ultimare un progetto che cominciai ormai quindici anni fa – continuo a sottolinearlo, perché quello sorpreso sono io; ormai il dato vi sarà venuto a noia, scusatemi.

Non riesco a capire come mi sento.

Ho rallentato, quasi che sentissi il peso del momento. Una sorta di “paura di vincere” che mi rende lento, indeciso… timoroso. Di cosa? Non lo so.

Che i nodi creati dalle mie decisioni vengano al pettine, anzitutto. Ho detto e ripetuto che dell’editoria italiana non ne voglio sapere. Quindi impedisco ai miei romanzi di seguire la loro evoluzione più naturale.

La cosa m’infastidisce. L’ego mi tormenta, mi supplica di rimangiarmi la parola data e di andare sul sicuro, ché così sto soltanto complicando le cose. Poi, però, mi calmo e penso che gli editori non hanno alcuna importanza, oltre a essere quegli attori che nella vita di una storia ti usano e gettano. Anche aumentando la visibilità grazie alla “penetrazione di mercato” di un grosso editore, puoi avere fortuna soltanto se il romanzo innesca il passaparola. E quello non dipende dall’editore.

Quindi, mi dico, e chi l’ha detto che non possa innescarsi il passaparola anche per un romanzo indie? Forse e soprattutto per un romanzo indipendente la cosa potrebbe avere un senso.

Quindi mi faccio forza e resto coerente con me stesso.

In italiano, niente editoria.

Sono però disposto – e l’ho sempre detto – a valutare editoria straniera. Non so se esista una reale possibilità. Lo scoprirò presto. Certo è che tentare con un mercato grande come quello spagnolo – con “Senzanome”, che può adattarsi tanto agli spagnoli come ai latini – è un discorso molto diverso.

E se no? Se non va? Se nessuno è disposto a sobbarcarsi la traduzione di un testo simile? Be’, resto fieramente indie, questa è la verità.

In giro ci sono un sacco di preconcetti sugli autori indipendenti. Ebbene, io credo, invece, che uno come me sia tutta un’altra storia. Perché?

Be’, anzituto perché la mia scrittura parla per me. Lo so. Non mi sento un grande – e come si fa? La grandezza la decidono gli altri, uno non può raccontarsela da solo! A ogni modo, io proprio non ci riesco a credermi tale, nemmeno quando me lo dicono – ma so come scrivo e so come racconto le mie storie.

Conosco i miei punti di forza e i miei punti deboli, dunque. Ho conoscenze narrative pari a quelle di un editor – il che non significa che io pensi di poter fare senza un editor. Significa che ho capacità al di sopra della media degli scrittori indie. E ci mancherebbe, dopo trent’anni!

Insomma, ho fiducia nella mia forza come romanziere.

Mi tufferei in un oceano, ma in quell’oceano io sarei un pesce bello grosso. Mi sbaglio? Ha importanza, se non provo?

Ciò detto, restano molte cose da fare, perché il testo è fondamentale, ma non è tutto. Per la copertina non economizzerò, perché so quanto è importante. Resta poi la parte di marketing. E quella è la vera incognita. Non posso pretendere di emergere sognando un passaparola epico. Tutto può accadere, e io non smetto di sognare, ma preferisco giocarmela meglio.

Affidarmi a un’agenzia di marketing di valore sarebbe una soluzione. Se avessi sufficiente denaro, che non ho. Eppoi io vorrei incarnare la definizione di indie per davvero. Fare da solo – se l’editoria straniera non mi vorrà, s’intenda; perché se Planeta mi vuole, non gli dirò di no, non prima d’aver toccato con mano come va con loro (poi magari mi ricrederò).

E fare da solo significa fare anche il marketing da soli. Altrimenti, come qualcuno giustamente sottolinea, fare self pagando un sacco di quattrini sembra assai simile all’editoria a pagamento (EAP), che è uno schifo a cui proprio non voglio appartenere.

Così visualizzo. Contestualizzo. Faccio con passione, onestà, ce la metto tutta. E mi rilasso, perché più di così non posso fare e voglio godermela, da qui in avanti.

Sì?

La mia prima legge della scrittura è “divertiti!” – se ricordate.

Mai mentirsi

Un conto sono le menzogne che non si possono controllare. Quelle che tutti ci diciamo senza rendercene conto. Quelle che scopriamo quando le conseguenze emergono, quand’è tardi.

Ho imparato, però, a evitarne molte. Non è difficile scovarle; è difficile fermarsi e interrogarsi, perché così emergono. È difficile accettare che lì, lo sai, lo senti, c’è una menzogna che striscia tra i tuoi pensieri. Lo sospetti e sei quasi certo di trovarne una.

Mentirei a me stesso se mi dicessi che non sogno più di vivere di scrittura. Che non m’interessa più, che posso fare senza. Che la rinuncia all’editoria italiana non mi pesi. E che, se non riuscirò, la prenderò con assoluta serenità.

Spero di farcela, a restare sereno, e credo di potercela fare. Sono passato attraverso l’oscurità e ho imparato come lasciarmela alle spalle. So emergere dalla cupezza, dall’amarezza, dalla disillusione.

Sogno con maggiore forza, oggi. I miei sogni sono più consapevoli, perché sognare di meno per timore d’ingannarsi e di mancare l’obiettivo – quel vivere di scrittura – sarebbe un tristissimo vivere la scrittura.

Non è così che voglio trascorrere il tempo.

Il prossimo anno ne compierò 50. È un buon momento per smetterla di mettermi i bastoni tra le ruote da solo. Punto in alto, con consapevolezza e restando ben centrato su ciò che conta di più: la mia scrittura, la mia integrità emotiva e spirituale.

Conta chi sono e cosa racconto. Il resto lo voglio, ma è secondario.

Vivere la scrittura

È così che va. Come ho detto nel mio video di venerdì, ho provato per dieci anni a non scrivere e sono stato malissimo!

Non posso smettere, è come ammutolire. Sono uno scrittore, che me lo si riconosca o meno. Sono dovuto sprofondare per ricordarmi dell’innocenza e purezza d’un tempo. Era cosa buona e giusta.

Così agirò come quando stavo scrivendo il Primo Ciclo Minore e sentivo di esserlo, uno scrittore. Ero fiero di me stesso, pur nello squilibrio dell’età. L’unica cosa che contava era scrivere; e ogni tanto visualizzare il mio successo, perché smettere di giocare equivale a instristirsi, negando alla vita una delle sue componenti magiche.

Così mi racconterò, darò tutto quello che ho a chiunque lo consideri interessante. Non m’interessa una vera e propria strategia. Nel marketing quello che conta è capire quali sono i propri valori, come si vuol essere ricordati in base a quei valori e poi creare una strategia che sempre, senza titubare né tergiversare o deviare rotta, evidenzi il messaggio, che è ciò che conta per sé stessi.

Quindi io chi sono?

Sono uno scrittore di genere con una naturale inclinazione all’indipendenza intellettuale, che antepone il contenuto alla tecnica, l’ampio respiro all’esattezza, e che vuole essere ricordato come ambientalista, spietato con qualsiasi discriminazione e innamorato dell’idea di una società planetaria che finalmente esalti il potenziale costruttivo della nostra specie.

Questo sono. E nei prossimi anni si capirà, attraverso i miei scritti.

Mi do tempo qualche anno. Tre? Forse saranno due soltanto. Magari saranno cinque, ma affiorerò e sarò ricordato grazie ai miei romanzi. Grazie ai fatti, non alle chiacchiere.

Accontanata via via e sempre più l’idea di un me minore, che non merita e non può, riuscirò a far capire con semplicità cosa vedo e qual è la mia visione del futuro. So di essere un visionario.

Non parlerò più dell’inganno senza proporre una soluzione per ovviarvi. Non narrerò della distruzione senza costruire. Non scadrò, ma scaverò a testa alta per dissotterrare la verità e indicare l’orizzonte possibile.

L’intenzione è ciò che conta, assieme alla consapevolezza di essere una prospettiva, ma non per questo privi di potenza.

La singolarità, quando brilla, può illuminare collettività.

E soprattutto, se così dev’essere, sarà.

Sii te stesso, Andrea.

Il resto è nulla.

Non importa.

Viene e va.

 


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2 commenti su “Se così dev’essere, sarà”

  1. La lettura ad alta voce è una cosa, per quello che scrivo, che non ho mai usato (e dire che quando studiavo leggevo a voce alta per apprendere meglio le nozioni). E non perché non lo ritengo utile, ma perché mi fa strano leggere ciò che realizzo.
    Stai valutando l’editoria straniera per pubblicare e nel caso non andasse come sperato proseguirai per la strada prefissata, facendo da solo; facendo così, non dovresti essere tu l’autore della copertina? Da quanto ho capito dal tuo articolo, pensi di appoggiarti a qualcun altro.

    Rispondi
    • La domanda è pertinente, Mirco.
      Per essere puristi, sì, dovrei realizzarla io. Non posso farlo: sarebbe da idioti. Se sono certo in grado di prepararne la veste grafica – ne so abbastanza di copertine, oggi, dopo parecchie letture (e sono un ex-grafico) – quello che proprio non posso realizzare è l’illustrazione. Quella va commissionata.
      A ogni modo, si parla di qualche centinaio di euro. Sono una spesa minore, una piccola parte. L’editing me lo faccio io (raccogliendo con spietata precisione i pareri dei lettori beta) – e me ne prendo la responsabilità. Quello che davvero costa migliaia di euro – non centinaia come l’illustrazione – è la campagna di marketing fatta da un’agenzia – uno dei nuovi business sulla pelle degli innocenti e dei vanitosi (capiscimi, onesto business, ma pur sempre business).

      Quando si parla di spendere dai 3.000€ (in su; c’è chi spende molto di più) per farti fare l’editing e per creare una campagna annuale che dia risultati col self-publishing, ritengo sia una via impraticabile, che sì è cosa differente rispetto a quello schifo dell’editoria a pagamento, ma è pur sempre una stortura. Altra cosa è dire investo due, tre, quattrocento euro per avere una signora illustrazione in copertina (e parlo esclusivamente dell’illustrazione, non della copertina: quella la farei io), che è fondamentale per poter anche solo sperare di emergere.
      Quindi, secondo me, collaborare con un illustratore (o un’illustratrice) e basta è da indie puro. La differenza è evidente e viaggia nell’ordine delle migliaia di euro.
      Un conto è essere indipendenti e rinunciare a tutto il rinunciabile (e non si può rinunciare a una buona illustrazione, nel fantasy, ad esempio; “Senzanome” è già un’altra cosa: ci penserò). Se riuscissi a scrivere e pubblicare due romanzi all’anno sarebbe già una grandissima cosa (uno ogni sei mesi). Il che, a livello di costi (due illustrazioni), equivarrebbe a una media approssimativa di 50€ al mese. Come acquistare uno smartphone di alta gamma. Altro conto è spenderne 1.000 al mese, per due romanzi in un anno, pagando copertina, editing, marketing e quant’altro.

      Anche perché, pensaci – nota finale –, è assai probabile che quella cifra, se si fanno le cose per bene, io riesca a recuperarla (ogni volta). A 1 euro a copia, potrei farcela a guadagnare 300€ con un mio romanzo in un anno.
      Forse sono ottimista. Possibile. Be’, mi piace l’idea di esserlo.

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