Se vuoi una vita felice, non imporle condizioni

Accetta che la meta non conta

Photo by Willian Justen de Vasconcellos on Unsplash

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4 Luglio 2021

Siamo diventati la società del “tutto e subito”.

Il problema di una tale prospettiva è che nessuno ottiene tutto e subito. Ci condanniamo a una frustrazione infinita, ridotti a far vivere la nostra anima di stenti. Il problema è la prospettiva, naturalmente, ma come tutte le prospettive può cambiare.

Sono trent’anni che scrivo romanzi e ho ottenuto risultati pubblici. Ma non ho mai fatto mia la teoria secondo la quale devi studiare il mercato per sapere cosa scrivere. Non vivo il “tutto e subito”, perché sono figlio della cultura ormai desueta del “non prima di quando sarai pronto”.

Ecco perché attesi nove anni prima di spedire il mio primo romanzo: non ero pronto come scrittore.

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Non lo nego: volevo che i miei romanzi avessero successo.

Poco più che adolescente, ben prima dell’avvento di “the Secret”, visualizzavo la mia vita da scrittore di fama mondiale. Rispondevo a interviste ideali e fantasticavo delle situazioni più bizzarre: la mia immaginazione correva selvaggia.

Ero un ragazzo italiano privo di internet, cioè libero di essere. Camminavo nei boschi e parlavo a voce alta come se avessi di fronte una platea, anziché centinaia di alberi — spettatori muti e con una pazienza infinita!

Tuttavia la mia spinta interiore non era, né è mai stata la fama per la fama. Il successo era soltanto il mezzo che mi avrebbe garantito il denaro necessario a vivere la vita che sognavo. Una famiglia, gli amici e quell’alzarmi la mattina con di fronte un unico compito: raccontare storie.

Fantastico.

Un tempo era più facile, ma…

La scrittura non entrò in me leggendo, ascoltando o vendendo qualche guru che mi spiattellava con un sorriso a trentadue denti: “Se ce l’ho fatta io, anche tu puoi! Ooh, yeah!” — o un’altra delle mille frasi ad effetto che si ascoltano oggigiorno.

Guarda, non è che mi senta un illuminato. La verità è che nel 1986 la vita era più semplice: eravamo più isolati e, quindi, più abituati a lavorare nell’ombra. Lo capisco e mi dispiace per i giovani di oggi.

Ma la maggiore difficoltà non può essere una scusa.

Anche perché c’è l’altro lato della medaglia: l’enorme quantità di opportunità in più a portata di mano.

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All’età di quattordici anni cominciai a leggere per davvero. Passai dalle assegnazioni scolastiche a testi che sceglievo io. D’un tratto quella cosa indefinita e inspiegabile che avevo di fronte mi riempiva di meraviglia e mi faceva sognare.

Vivevo per leggere le storie altrui. Dapprima mi guidò la curiosità. Poi, crescendo, l’ammirazione per le capacità degli autori. Non ne sapevo nulla circa le mete che quelle donne e quegli uomini avevano raggiunto. Per me contava soltanto il racconto.

Questa spinta a raccontare storie è un demone tutto umano: se lo risvegli, s’impossessa di te e finisce che vuoi raccontare le tue, di storie, prima o poi.

“Datemi tanto successo quanto basta a permettermi di vivere dignitosamente e sarò felice”, dicevo. A molti sembravo un illuso, piu che un sognatore, mentre in realtà stavo affermando a voce alta chi ero per mezzo del mio sogno.

Non abbisogni di approvazione per esistere

Sono uno scrittore con o senza l’approvazione altrui, così come tu sei chiunque tu sia senza che nessuno te lo riconosca. Cosa ne pensano gli altri non importa affatto.

Purtroppo è passato il concetto che se l’unico a giovarsi di quello che fai sei tu, allora quello che stai facendo non vale nulla. Ogni volta che m’imbatto in qualcuno che lo ribadisce stringo le labbra e scuoto il capo. “Oh, no… No, no, no.”

L’espressione del sé non acquisisce più o meno valore a seconda di cosa ne pensano gli altri, tanto meno ricerca approvazione. Sei tu, non gli altri. La tua prospettiva non dev’essere accettata per esistere.

Ma chi si è inventato questa teoria paradossale?

E per dimostrare cosa?

O è solo per vendere?

Conta il viaggio, non la meta

Ho già scritto in mille salse che ciò che conta è il viaggio, non la meta. Lo ribadisco perché è mia esperienza personale, sentita, persino dolorosa.

Se vuoi considerala la mia frase ad effetto. Non mi offendo.

Il ”tutto e subito” parla della meta, che è la parte che non conta — o conta molto, ma molto meno. La meta è una cosa impalpabile, dura poco e ti lascia presto di fronte a un nuovo viaggio.

Sicuro di voler vivere la tua vita per arrivare a quegli attimi?

Non guardo di buon occhio nemmeno la teoria più profonda secondo cui il successo, ovvero l’approvazione di un pubblico, del prossimo, serva per ottenere “accettazione”. È certamente una verità, difatti è assai più sensata delle parole dei guru. La pulsione esiste e nemmeno io ne sono privo.

Non spiegherò la psicologia umana, dato che c’è chi lo fa con cognizione di causa e non invaderò un campo che non mi compete. Nondimeno considero che in molti casi non colga nel segno.

Oltre tutto, non bisogna far confusione: un conto è il senso di appartenenza, un’altra cosa è il costante bisogno di approvazione.

Siamo davvero diventati tutti così infantili? L’approvazione è la pulsione primaria dei bambini, non degli adulti. Dovremmo essere cresciuti. Invece quello che io vedo è un’altra cosa.

Nella vita è importante non ingannarsi. Non si può vivere nella speranza che il mondo ti accetti, quando sei il primo a non accettarti.

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Oggi ho letto un articolo che mi ha colpito per l’onestà e perché sento molto l’argomento. E mi dispiace sapere che l’autore, come sicuramente molti altri, si senta un rottame.

È tutta la vita che lavoro su una speculazione. Non è un caso che io scriva speculative fiction: ne abbraccio il respiro, la sfida, le sensazioni e il senso del meraviglioso che contiente. Mi sento un pioniere, esploro il mondo attorno a me per comprendere i mondi che contengo.

Scrivo un romanzo per venderlo?

Scrivo pensando che milioni di lettori lo apprezzeranno?

Scrivo speculative fiction in Italia, un Paese in cui questo tipo di letteratura è considerata spazzatura, più che di serie B — siamo culturalmente retrogradi. È così.

Perché continuo, allora?

Perché credo in me stesso. Perché scrivere (un romanzo) è un atto di fede nelle tue idee. Dai valore alla tua prospettiva sul mondo e sulla vita. Di conseguenza ti esprimi nel modo più puro e qualitativo a cui puoi ambire.

E la meta?

Non lo so. Tuttavia ho imparato qual è il modo migliore di vivere la possibilità di raggiungere una meta: senza darle peso. Quando completi un tuo progetto, lo dai e continui per la tua strada. E mentre ti allontani, raccogli ciò che viene. Va bene così.

Chi racconta storie racconta storie. Quando ne finisce una, ne comincia una nuova. La stessa cosa vale per qualunque artista. Non si può star lì ad aspettare il successo:

Che spreco di tempo!

Non userò malissimo il mio tempo scrivendo ciò che gli altri vogliono. Anche perché, lasciatelo dire, nessuno sa cosa vogliono i lettori. Sono tutte speculazioni, anche quelle pianificate.

Esiste un solo tipo di speculazione che ”funziona” (a volte): quella che ti spinge a ripetere ciò che già c’è, una sorta di clonazione delle cose più nuove e di maggior tendenza. Quello aumenta le probabilità di arrivare alla fama più di qualsiasi altra cosa.

Ovvero, se esiste una ricetta per il successo, è travestirsi da qualcun altro. E poi gli psicologi, con cognizione di causa, vengono a dirci che cerchiamo l’accettazione. Allora la mia domanda per te è diretta conseguenza: cosa accade se il pubblico accetta il tuo travestimento?

Ti senti bene adesso?

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Il grosso problema del volere tutto e subito è che lo sguardo è fisso sulla meta. In un arco temporale artistico, la meta è un momento, mentre tutto il resto del tempo è il viaggio.

Allora quello che dico a te, che ti senti un rottame, è rialzati e cammina. Sii te stesso, cammina a testa alta e trova il modo di gioire di ciò che fai ogni giorno. Quella è l’unica via per arrivare al riconoscimento.

O smetti, se non ne hai più la forza.

Fa’ attenzione, però: se il tuo modo di essere è lavorare su una speculazione, smettere di farlo non ti farà sentire meglio. Anzi, potrebbe distruggerti.

Qual è la soluzione

Qual è la soluzione a questo dilemma, dunque?

Accettare che la meta non conta farebbe la differenza. I guru della scrittura lo dicono, ma forse non riescono a far passare il concetto: “Nessuno ti deve niente”.

La meta non è garantita, è questo il punto. Non soltanto nell’immediato, è possibile che non la raggiungerai mai. Quindi fatti un favore e goditi il viaggio.

“Accetto la vita senza riserve. La maggior parte delle persone desidera la felicità alle sue condizioni. Ma la felicità si può sentire soltanto se non ne poni.” — Artur Rubinstein


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Un commento su “Se vuoi una vita felice, non imporle condizioni”

  1. “Viaggio prima della destinazione.” Questa è una frase famosa delle Cronache della Folgoluce di Sanderson e che molti oggi farebbero bene a imparare e comprendere. Il tutto e subito ha fatto danni (e non solo quello), non solo in termini materiali, ma anche perché ha tolto la capacità e la voglia di sognare: questo ha fatto perdere molto all’umanità

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