Sua Maestà l’Originalità

Questa bizzosa, indipendente e inafferrabile entità che corre al tuo fianco quando meno te l’aspetti e mai, ma proprio mai, quando la chiami

Photo by Chela B. on Unsplash

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26 Luglio 2021

Sento parlare di originalità in molti modi. – “Si fa così!” – “No, è meglio cosà.” – E “Bla, bla, blablaaa…” come s’attribuisce erroneamente al Dracula dell’Hotel Transilvania – una delle mie citazioni preferite, per profondità e intrinseche sfumature.

Per quanto riguarda il fantasy, le schiere di chi “sa” e predica surclassano quelle di coloro i quali producono fatti e tacciono – per questo sono qui a predicare: mai distinguersi troppo! Adoro essere popolare.

Visto da chi non ha più alcun motivo per invidiare chi ottiene risultati reali, perché si considera ormai spettatore (io), tale esercito appare assai simile all’Armata Brancaleone. Si sorride assistendo alle sue gesta.

Non sono mai andato alla ricerca dell’originalità: è uno sforzo inutile, se mentale. È mia ferma convinzione che, se si scrive tesi a seguire sé stessi, senza farsi influenzare da melliflue opinioni o da discutibili maestri, non è possibile che un testo sia una summa di banalità.

Nessuno di noi è banale.

Qualora un testo si riveli una summa di banalità, ritengo il problema sia esattamente l’opposto: aver dato troppa importanza ai cattivi consigli.

O, in alternativa, la scrittrice o lo scrittore sono ancora immaturi – cosa che non rappresenta una colpa. In quei casi la brutta responsabilità è dell’editore, se quella “cosa informe” arriva in libreria e io me la ritrovo di fronte.

E se è pubblicato in self-publishing? Be’, nella vita tutti commettono errori. Il bello è che sono opportunità per crescere, se si è disposti a imparare.

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Nel solco di questa tradizione personale della non-ricerca – lontana cugina della non-violenza (verbale) – ho terminato qualche settimana fa un nuovo romanzo fantasy che vede come protagoniste le “razze classiche”: Nani, Elfi, Uomini e, come *special guest*, i Non-morti.

Ora, là fuori, una consistente fetta del succitato esercito schifa bellamente l’idea che una simile premessa possa portare a qualcosa di originale.

“Basta Elfi e Nani! Hanno stufato! Sono obsoleti, datati! Kaputt! Caca, pedo, pis! Viva lo Spaturnio Arzigogolato Pseudodimensionale che zigzaga in rettilineo!”

Eppure io, osservando col tipico distacco di chi ha ormai finito la stesura del romanzo (una sottile euforia) ed è ora in fase di revisione (ho scritto “sottile”), dal mio infinitesimale cantuccio, in qualità di scrittore fallito ma sapienterrimo, ritengo che tacciare le povere Classiche d’essere trite sia mero pregiudizio.

M’appare pure un po’ ingrato con la storia del genere letterario, ti dirò. Ma, insomma, sono pronto ad ammettere che quest’ultimo sentire abbia a che fare col rimbambimento senile.

Eppure analizzo a freddo e mi pongo il dubbio – amo il dubbio, io.

Nel mio romanzo ci sono i seguenti elementi (sono spoiler talmente generici che non dicono nulla di significativo):

  • I Nani non ”spaccano il culo” a nessuno; anzi, glielo spaccano.
  • La natura si rivolta contro gli Elfi.
  • Da esseri caotici, i Non-morti divengono una macchina perfetta e d’inimitabile saggezza.
  • Gli Uomini, be’… Gli Uomini sono sempre il solito schifo e, nel contempo, sono anche l’origine di alcune delle pagine più belle. Proprio in quanto tali non abbisognano di originalità, anche perché raccontarli in modo diverso sarebbe sì originale, ma assai poco credibile – la sospensione dell’incredulità alzerebbe bandiera bianca in breve.

Considerato questo sottofondo musicale, diciamo funky (l’heavy metal associato al fantasy non è originale, dai!), nel mio romanzo ogni razza si ritrova ad affrontare le devastanti conseguenze delle proprie congenite e culturali tipicità, siano esse la rigidità, la chiusura mentale, la superbia, l’ignoranza, la meschinità…

Continuate voi l’elenco.

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Nel 2006 non lo sapevo ancora. Sono trascorsi quindici anni da quando cominciai il romanzo e lo abbandonai a metà. Non potevo prevedere quanto sarei stato diverso, come persona e quindi come scrittore, tre lustri dopo.

Oggi, nel 2021, considero il presente come il tempo per fare i conti, anche nella letteratura di genere. Insomma, mi piace l’idea di tirare alcune somme.

La pandemia porta a simili riflessioni, così come prima di essa l’emergenza ambientale, le continue falle evidenziate da un sistema economico globale e le isteriche reazioni di molti degli attori, la crisi di valori considerati ormai obsoleti e l’esaltazione di altri, quantomeno discutibili.

I motivi per riflettere sono una lunga e dannata catena, spesso macchiata di sangue rappreso.

I tempi sono molto cambiati. È tipico di chi invecchia dire “in peggio”, ma temo stavolta non sia soltanto questione di vecchiaia, ma di sin troppi fatti. Pensate all’emergenza ambientale, ad esempio. Quindici anni fa ci si poteva ancora permettere di considerarla uno spauracchio. Oggi?

Credimi, sarei felice dipendesse soltanto dal fatto che invecchio.

Il mio modo di metabolizzare è scriverne. Scrivendo io rifletto. E, tornando al mio ultimo romanzo con protagoniste le razze classiche, dubito d’aver prodotto una summa di banalità.

Tutto è possibile, però lo ritengo quantomeno difficile, ecco.

La forse fastidiosa sicumera di cui qualcuno potrebbe tacciarmi dipende da una convinzione precisa: sono certo che chiunque, seguendo sé stessa o sé stesso con animo saldo, può produrre risultati originali. E lo dico con forza, ma senza quel tono da guru motivazionale che oggi va tanto per la maggiore.

Del resto sono anche lo stesso che dice che non tutti possono essere scrittori.

Spesso l’originalità è nell’occhio di chi legge, così come il difetto in quello di chi giudica. Non scorgere l’originalità di un testo parla più spesso della miopia di chi osserva, quindi, non dell’incapacità espressiva di chi racconta – l’originalità si può riscontrare anche in testi gravemente sgrammaticati, infatti: la mancanza di rigore non cancella la visione, la sporca soltanto.

Dulcis in fundo, l’originalità assoluta la lasciamo agli azzeccagarbugli teoretici. Quelli che “si fa così, sennò non hai capito“. Quelli che mille teorie e l’arrosto, poi, esce tutto bruciacchiato o salato.

Certo, anche io sto dicendo la mia, ma a differenza dei guru non do ricette precise. Ti sto solo dicendo che in quanto essere umano non sei banale. Sta a te trovare il modo di esprimere la tua originalità.

Sì?

Tornando al mio esempio, altro aspetto bizzarro affiorato in modo affatto naturale, è che il romanzo è un “low fantasy”.

Esatto. Quasi non c’è magia e non è che l’abbia fatto apposta: è venuto così per via della trama – era scontato – ma me ne sono accorto ormai molto addentro la prima stesura, ben oltre la metà. Eppure è il seguito di un “high fantasy”.

Di più, oggi so che l’eventuale seguito, se mai avrò il tempo e la forza di scriverlo, sarà un’altra cosa ancora – questa volta sì prevista, ma perché è emersa come tale scrivendo, seguendo fedelmente la mia immaginazione, adusa a sorprendermi ogniqualvolta la lascio fluire a valle, libera dalle catene dell’ego. Insomma, non ho fatto altro che prendere nota.

Tutto questo è stato pianificato?

No.

Sono andato alla ricerca dell’originalità?

No.

Considero il mio romanzo contenga una dose sufficiente di originalità?

Sì, eccome.

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Pensare che l’originalità si possa pianificare, significa credere che provenga da un’impostazione, anziché da una prospettiva.

Gli scrittori comunicano prospettive, non impostazioni. Sono i “project manager” quelli che impostano, pianificano e strutturano.

Potete pianificare la cosa più originale mai pensata, che se poi non è nelle vostre corde, perché è un’elucubrazione mentale bell’e buona, frutto della razionalità spinta, fredda e distaccata, il vostro romanzo sarà illeggibile. Magari tecnicamente ineccepibile e potenzialmente originalissimo, ma vuoto in modo pneumatico. Incapace di trasmettere al lettore le pur ottime premesse.

Col tempo, perché il tempo dona esperienza, è anche facile riconoscere le storie che sono nate nel modo succitato.

Alla fin fine, ed è forse questo ciò che mi premeva dirti, si dovrebbe smetterla di essere così mentali quando si scrive. Smetterla di dar corda a chi ti dice che la scrittura è una scienza, anziché un’arte.

Ah, certo, sono abili. Presentano le proprie strampalate toerie in modo credibile: è un mestiere. “Io sono un artigiano”, ti dicono, ma mentono sapendo di mentire.

Non dico che chi dice queste cose non sappia scrivere. Dico che nel profondo sa che quando scrive, tutte quelle cose di cui blatera nel tempo libero sì esistono, ma sono secondarie. Non sono prive d’importanza, ma vengono dopo.

Prima viene l’arte, sempre. E ogni scrittore ha trovato un suo personalissimo modo di trattarla con rispetto per riuscire ad esprimersi.

Te lo dico chiaramente: non è una cosa che si possa insegnare.

Altrimenti esisterebbe il manuale su come diventare Ernest Hemingway o Margaret Atwood o Gabriel Garcia Marquez o John R. R. Tolkien. Non esiste quel testo. Chiunque si affermi ed è destinato a rimanere nel tempo, grazie al proprio talento, è sempre unico nel suo genere, mai una copia sbiadita. Avrà mestiere, ma la parte che lo rende inimitabile e degno di essere ricordato non è il mestiere.

Esiterà un perché, voi che ne dite?

Poi, certo, siamo tutti capaci di teorizzare la mediocrità (nell’accezione di ciò che sta nel mezzo, “nella media”) e di raggiungerla: ne sono un fiero esponente. Sono uno scrittore popolare, infatti. Ciò nonostante rivendico un mio personale valore all’interno dell’insieme dei “medi” – poiché è evidente che io non appartenga a quell’Olimpo di scrittori qui sopra elencati, né mai apparterrò.

Non c’è nulla di male nell’essere parte della media. Tutto, invece, nell’intestardirsi e credere che la via per esprimere il proprio potenziale passi per seguire i precetti e i pregiudizi altrui. Peggio ancora se ci si convince che quella sia la via per assurgere alla grandezza.

Questa cosa che si debba esprimere il proprio interiore seguendo le regole degli altri è un’assurdità che non ha né capo, né coda.

Segui te stesso. Sempre. E sarai originale. Ovvero, dimenticati del fatto che l’originalità sia una ricetta. Il giorno in cui ti sarai dato con onestà e fedeltà, avrai scritto un testo originale.

Rispettati, perché sei originale.

 


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Un commento su “Sua Maestà l’Originalità”

  1. Ritengo che, con tutto quello che è stato scritto, sia quasi impossibile scrivere qualcosa di originale. Invece è sempre possibile scrivere qualcosa di buono. Prendiamo a esempio il manga Berserk del compianto Kentaro Miura: ha attinto a piene mani a cinema, storia, favole e altri manga, eppure ha saputo realizzare qualcosa di davvero buono e notevole.
    Chi cerca di sorprendere, di proporre qualcosa di mai visto, perde di vista un obiettivo molto importante: raccontare una buona storia.

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