Tu sei più grande di qualsiasi cosa vogliano importi

Rispetta la tua essenza perché nel tempo non cambia

Photo by h heyerlein on Unsplash

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15 Giugno 2021

La netta prospettiva dei bambini sulle cose è spesso sorprendente.

Presto sempre molta attenzione ai concetti che mia figlia di sette anni esprime involontariamente. Non è mera curiosità: so quanto quelle parole dicano chi è e chi sarà. Ricordo molto bene un episodio emblematico di quando avevo la sua età, infatti.

Alcuni ricordi della mia infanzia sono felici, altri no. Poi ci sono quelli speciali. Mi sussurrano attraverso le nebbie del passato chi sono, quali sono i miei valori innati e come sono diventato l’uomo di oggi, nel bene e nel male.

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La tua essenza è tale perché non cambia nel tempo. La puoi soltanto zittire, torturare, ma mai eliminare. Puoi essere un essere umano fiero e in pace con sé stesso se la rispetti oppure tormentato, nevrotico o depresso se ti tradisci.

Quei ricordi speciali si aggrappano a te. Non ti lasciano più. Puoi forse non vederli, dopo averli seppelliti sotto troppa sporcizia. Ma arriva il giorno in cui scorgi un luccichio, lì, tra la polvere. “Cos’è?” ti chiedi, spinto da una curiosità irresistibile.

Non resistere. Scava.

Sono episodi che ti parlano dell’importanza di restare bambini. Tuttavia “non smettere mai di giocare” è soltanto la superficie di ciò che conta. È una frase a effetto.

La verità più profonda, invece, è che i bambini hanno ben chiare cose cui gli adulti non riservano la dovuta attenzione. Loro vedono tutto, sentono la purezza che ogni suono possiede. Leggono gesti, espressioni e sentimenti quasi che fossero supereroi. Te lo ricordi com’era, se ci pensi bene.

Sono inesperti, però, quindi hanno il problema di gestire quell’atterrante flusso di informazioni. È tutto troppo nuovo e finisce per intimorirli, spesso ammutolirli. Noi adulti gestiamo il flusso, gonfiamo il petto, ma sin troppo spesso non lo capiamo affatto. Per capirlo, dobbiamo fissare con la mente quei ricordi speciali e sentirci.

Senti. Sentiti. Sentiti senza posa.

Peccato che sia così difficile sentirsi. A volte senti e l’istinto ti fa ritrarre, perché fa male. Se il dolore dipende da un’ingiustizia subita, c’è poco da fare: è andata così. Inutile tormentarsi.

Spesso, però, dipende da quanto ci siamo allontanati dalla nostra essenza. Ci siamo traditi. Dipende dalla persona in cui ci siamo trasformati.

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A sette anni il tuo mondo non è molto più vasto del tuo rione. La tua vita è fatta dalla tua famiglia, dai tuoi compagni di scuola e dai tuoi amici, che di solito vivono nei paraggi — e spesso sono compagni di scuola.

Sono stato fortunato. A quell’età il mio mondo era l’ampia valle di un paese tra le Dolomiti. Vivevo tra montagne paradisiache con mia sorella e mia madre. Mio padre lavorava in città, a tre ore di macchina: arrivava il venerdì sera e ripartiva il lunedì mattina.

La mia famiglia apparteneva alla classe benestante e borghese italiana di quegli anni. Le amicizie di mio padre, che era un conosciuto ingegnere, erano altolocate. Il nostro tenore di vita era elevato.

Il mio mondo, però, era quello di un bambino di sette anni, nel 1979. I miei amici erano i due bambini della casa di fronte, con cui giocavo a calcio e a hockey su ghiaccio. Gli stessi con cui esploravo i boschi e costruivo casette di legno sugli alberi. Eravamo inseparabili.

Erano i figli della signora che veniva a fare le pulizie a casa nostra.

Anche quell’anno erano arrivate le vacanze estive e, come di consueto, le amicizie altolocate di famiglia si trasferivano lì in montagna.

Selvaggio più che mai, ricordo che quel giorno ero già con un piede fuori dalla finestra della cucina, quando mia madre mi disse: “Perché non vai da Gaddo?”

Gaddo era uno dei miei amici di città, figlio di un noto avvocato. Mi fermai, accosciandomi sul davanzale, e la guardai con aria interrogativa: “Sto andando da Nicola e Gianluca”.

Non dimenticherò mai le parole di mia madre: “Tu devi stare con la gente della tua classe”.

La sensazione che provai brucia dentro di me ancora oggi: spiacevole come un’invasione, amara come un’ingiustizia. Ero da sempre un bambino molto deciso, sicché la guardai e risposi: “I miei amici sono Nicola e Gianluca. Se Gaddo vuole, che venga a giocare con noi”.

Saltai giù dalla finestra, attraversai la strada e non guardai più indietro.

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A sette anni sapevo già cosa farmene di quella logica classista. Non mi accodavo. Non mi si poteva chiedere una cosa priva di senso, perciò tagliavo corto: “Tenetevi i vostri amici! Vado a giocare!”

Non è che i bambini sappiano certe cose, o ne conoscano le radici e le conseguenze. Non sanno cosa sia il classismo, il razzismo e tutte queste baggianate che gli adulti gli ficcano in testa, contaminandoli.

Non cambiava nulla che fosse mia madre a spingermi a scegliere gli amici in base a quello che avevano, anziché in base ai miei sentimenti. Sceglievo chi volevo io. Avevo un carattere forte e oggi mi chiedo quanti, invece, non ce l’hanno e non è una colpa.

Anche perché prima o poi trovi qualcuno più forte di te.

Quel giorno fui netto, sì, ma dentro mi si aprì una ferita. Forte sì, insensibile no. Non cedetti mai, perché io sono un tipo così: non cedo, a costo di farmi male e di litigare fino alla sfinimento. Testardo, procedo per la mia strada.

Anche quando ho torto. Già. Vantaggi e svantaggi di seguire la propria essenza.

Eppure, sai cosa? È molto meglio seguirla. Quando la segui, più di tanto non ti fai male. Ad esempio, puoi sempre permetterti di camminare a testa alta. È assai peggio sentirsi schiacciati, sviliti, ridotti a una cosa piccola e meschina.

So cos’è la depressione e non ho alcuna voglia di tornare in quel luogo. Ora che ne sono fuori, so anche molto bene come ci sono arrivato: troppi compromessi.

L’uomo che non cedeva mai, visto? Che fossero compromessi consapevoli conta poco. Se ti dimentichi di quei ricordi speciali e dell’importanza assoluta della tua essenza, in un modo o nell’altro finisce male.

Il punto è che sappiamo tutti molto bene quando siamo nel giusto.

Non puoi pensare al mondo, se vuoi fare quello che è giusto per te. Soltanto una parte del mondo ti capirà, mentre un’altra ti ignorerà, e un’altra ti criticherà.

Proveranno a snaturarti, a farti “rigare dritto”, a incasellarti, classificarti, metterti nel posto che ti compete e inchiodartici. E sta’ zitto.

Guardati dentro e sentiti, invece. Senza paura, senza sentimenti di rivalsa o di protagonismo. Ciò che importa è essere sé stessi, qualsiasi cosa tu stia facendo. Non farlo in malo modo, a muso duro, sfidando il mondo: il mondo è troppo per chiunque, perderesti.

Fallo col sorriso di chi sa di seguire sé stesso mentre attraversa il mondo. Vincerai.

Che non ti fuorvii il bisogno d’amore, la necessità del denaro, la paura della solitudine. Non fare mai qualcosa che va contro di te, perché risolverai un problema, ma avvelenerai te stesso.

Quando completamente intossicato, ti renderai conto che quei problemi non erano così importanti. Eri più importante tu.

Tu sei più grande di qualsiasi cosa vogliano importi.

When they say sit down, I stood up! Ooh, growin’ up.” — Bruce Springsteen

 


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