Uno sguardo attento è per sempre

Se osservi con l’atteggiamento giusto vedrai molte verità

Photo by Eternal Seconds on Unsplash

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23 Giugno 2021

Un cane mi insegnò l’importanza di uno sguardo.

Doc non era un cane come gli altri. Il suo modo di rapportarsi alle persone era unico e da allora non ho mai incontrato un altro cane che si comportasse così. Ancora oggi il nostro primo incontro è un ricordo indelebile.

Sono timido. D’istinto guardo chi mi parla, ma se per un solo momento divengo consapevole che sto fissando qualcuno negli occhi, guardo altrove. È più forte di me. Eppure so, sin da quando ero bambino, quanto sia importante guardare l’altra persona negli occhi e quali occasioni si perdono se non lo si fa.

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Doc è morto”, mi disse mia mamma.

Ebbi un tuffo al cuore. Piansi. Non ricordo quanti anni avessi; nove, forse dieci. Non era il mio cane, ma lo amavo, come chiunque lo conoscesse.

Quando ripenso a quel giorno, questa è sempre la prima lezione che mi sovviene. Non chiesi come, quando, cos’è successo; piansi e basta. I bambini sono pura emozione. L’unica cosa che per me contava in quel momento era che non l’avrei più visto.

Quando smisi di piangere, chiesi: “Perché?

Così, come fanno i bambini. Non chiesi come, quando o cos’era successo. Chiesi perché, quasi che cercassi di dare un senso a una cosa che non comprendevo affatto: la morte.

È saltato giù dal balcone.

La risposta non chiarì nulla. Quello fu uno dei primi misteri della mia vita. Non si seppe mai cosa l’aveva attirato tanto da saltar nel vuoto. Cinque, sei metri di caduta. Non era un gatto. I nostri amici lo trovarono alla base delle scale. S’era trascinato fin lì moribondo, girando attorno alla casa.

Doc era un pastore tedesco a pelo lungo. Enorme. Era davvero uno splendido animale.

Al tempo io vivevo a Cortina d’Ampezzo, tra le Dolomiti. Un luogo che d’inverno arrivava regolarmente a -20 sotto lo zero. E lui, un po’ per razza e un po’ per reazione al clima, era come un orso, cosa che lo rendeva ancora più minaccioso.

Faceva paura, se non lo conoscevi. Quando arrivavamo di fronte alla casa con la macchina, correva su e giù come un forsennato. Abbaiava come se volesse squartarti e divorarti, entrando in modalità Cerbero. Aveva una tale cassa toracica che ruggiva, più che abbaiare.

Era il cane di una coppia di amici che vivevano all’interno dell’edificio che era stato l’arrivo della funivia “Belvedere”. Per la natura della costruzione, l’unico appartamento presente era stato costruito in alto. L’entrata si raggiungeva grazie a una lunghissima e ripida scala in legno.

La prima volta che vidi Doc mi avvisarono: “Non spaventarti e lascia che ti conosca. Non ti farà nulla”. Sorrisi, pregustandomi l’incontro, perché ho sempre amato i cani.

Salii la lunga scala e, quando arrivai a un paio di gradini dalla fine, Doc uscì sul pianerottolo. Rimasi immobile, notandone la stazza, e lo salutai: “Ciao, Doc!” Lui si alzò sulle zampe posteriori, mi mise le anteriori sulle spalle e puntò il suo naso all’altezza del mio.

Mi fissò dritto negli occhi, in silenzio. Non tentò di leccarmi, di annusarmi, né d’intimorirmi. Solo mi fissò negli occhi per alcuni secondi. Per un momento mi intimorii. Tuttavia quell’atteggiamento era talmente umano e quindi buffo che sorrisi divertito.

Soddisfatto, tornò a quattro zampe e rientrò in casa.

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Doc non lo fece mai più. Quella fu soltanto la prima di molte volte in cui ci vedemmo. Quel primo sguardo fu per tutta la vita. Era come se mi avesse guardato dentro e vi avesse visto qualcuno amico.

Non averlo visto invecchiare sarà sempre un’idea piuttosto triste. Così come non averlo potuto salutare un’ultima volta e accarezzare quella sua grossa testa morbidissima. Ma, si sa, così è la morte, specie se improvvisa: ti resta addosso la sensazione che sia mancata un’ultima volta.

Quello sguardo, però, è indelebile.

Da sempre mi ricorda l’importanza di guardare le persone negli occhi con attenzione. Senza timore. È un incoraggiamento per chi, come me, è in difficoltà. Mi dice che non c’è nulla di male, soltanto di guadagnato al saperlo fare.

Non è tanto lo sguardo fisso in sé che ricordo, bensì la sua natura. Era attento. Non giudicava, né minacciava. Non mi stava chiedendo qualcosa, né stava sottolineando che quella era casa sua. No, Doc voleva conoscermi.

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Lo sguardo tradisce l’intenzione. E proprio perché è rivelatore è importante vederlo, quando ci si relaziona con qualcuno. A patto, certo, che lo si faccia come faceva Doc.

La questione è riuscire a fissare con attenzione e, nel contempo, essere aperti a qualsiasi possibilità. Il che implica alcune cose importanti.

Tu che fissi necessiti di equilibrio interiore mentre lo fai, di modo che lo sguardo non abbia una luce che respinga o infastidisca. Come detto, lo sguardo tradisce l’intenzione. Ad esempio se giudichi, si vede.

Il modo più semplice per riuscire a ottenere uno sguardo dalla luce incoraggiante è abbandonarsi alla curiosità di ciò che si scoprirà osservando. Se ti lasci trasportare dall’idea della scoperta, il tuo sguardo risulterà semplicemente attento.

E ti dimenticherai che stai guardando.

Nel contempo, bisogna essere pronti a ricevere qualsiasi cosa l’altro sguardo trasmetta. Il che porta all’apertura mentale. Non bisogna cadere in un’idea preconcetta dell’altro, né pensare d’aver già capito. Bisogna osservare.

Doc era un maestro, come chiunque sia inconsapevole è. Gli bastava uno sguardo. Non dubitava di sé stesso, né di chi aveva di fronte. Voleva soltanto vedere per capire.

 


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2 commenti su “Uno sguardo attento è per sempre”

  1. Capisco esattamente quello che vuoi dire: ho vissuto direttamente questa esperienza. Cani ne ho sempre avuti e so che cosa passa negli istanti di certi sguardi tra uomo e cane. Praticamente l’ho fatto con tutti, ma ce n’è uno che mi è rimasto impresso di più. Ero piccolo (tre/quattro anni) e avevamo da poco preso un cane (un bellissimo pastore belga tutto nero) che una famiglia non voleva per timore che facesse qualcosa ai loro figli. Ero andato dove lo tenevamo fuori alla catena e non ricordo come, caddi e finii per terra, sdraiato di schiena; il cane venne e si mise sopra di me, mettendo il muso davanti alla mia faccia e mi fissò a lungo. Io non mi mossi. Il cane si allontanò e da allora, per lui sono sempre stato sotto la sua protezione finché (purtroppo) non se n’è andato di vecchiaia.
    Difficile spiegare quello che è passato in quello sguardo, ma si è creato un legame che (qualcuno riderà o mi considererà strano) sento ancora oggi.

    Rispondi
    • I cani sono speciali. Amo considerarli grandi maestri, perché tali sono tutti coloro i quali sono inconsapevoli di essere un grande esempio. Presto traduco un articolo sugli insegnamenti che mi ha donato il mio meticcio di Cordoba – che è diventato la mia ombra, ultimamente: stima enormemente chi gli dà la pappa (io).

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