Violenza

Perché considerare la narrativa di genere “intrattenimento” è svilire lo sforzo creativo necessario a raccontare storie che possano ambire a restare.

Photo by Pawel Czerwinski on Unsplash

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19 Ottobre 2025

È venuto il tempo di affrontare i demoni della mia creatività. Devo discendere questa spirale di violenza e tenebra. Anche chi non crede al cinismo di certa letteratura di genere, come me, sa che fare i conti con la realtà è sempre necessario. Ovvero la differenza la fa la prospettiva con cui si guarda alle cose.

Del resto l’ho sempre sostenuto: è attraverso il reale che si parla di ideali, che altro non sono che sogni realizzabili. Il fantasy assurge a narrativa di qualità nel momento in cui permette di riflettere su qualcosa di concreto, che sia la “semplice” natura dell’essere umano o siano temi ancora più complessi, cioè che non riguardino il singolo, ma la collettività.

E quindi come potrei scrivere un’intera saga che parli del (mio) ideale di società globale – del concetto universale di società ideale, diciamo – evitando di affrontare il momento in cui lo tradiamo tragicamente in ogni possibile modo? Come potrei non discutere di chi crede la soluzione sia la violenza, in qualsiasi forma essa si presenti?

La violenza ha molte forme, ma una sola origine: l’incapacità di accettare che tutti hanno diritto di esistere nel rispetto del diritto altrui.

Non è più complicato di così, sul serio.

Poi, però, accampiamo scuse, citiamo ragioni, ci sentiamo “spinti a”, “costretti dalle circostanze”. Eppure, come ho già avuto modo di dire nel mio secondo romanzo della saga, “abbiamo sempre una scelta”. Chiunque non accetti questa verità sta accampando scuse. Scegliere bene è scegliere molto prima di arrivare a estremi rimedi, infatti.

Torniamo al nocciolo della questione: la spirale di violenza e tenebra in cui mi sono ficcato da solo.

Sapevo sarebbe stata dura. Dopo tanti anni di scrittura so in che modo vivo le cose. La conseguenza è che questo romanzo è veramente indigesto da scrivere, per me, sin dalle folli premesse. C’è tanta violenza. Soprattutto c’è una dose spropositata di quella gratuita.

(Si dovrebbe riflettere sulla distinzione tra violenza gratuita e giustificata. My two cents: la violenza è in qualche misura giustificata soltanto come difesa, ma solo e soltanto nel momento stesso in cui qualcuno ci sta facendo oggetto di violenza. Mai come reazione. Altrimenti non si finisce più… Vero? Qualcuno dovrebbe occuparsi di spezzare le catene di sangue che ci tengono prigionieri a tragici passati.)

Dapprincipio La Guerra dei Venti la prende un po’ larga. Comincia con cose così, quasi poetiche:

Con un sibilo sinistro, il destino calò senza pietà. I dardi percossero furiosi il suolo circostante i due, schizzando terra all’intorno in una fulminante sequenza che durò il tempo d’un palpito.

Con la violenza, però, si sa come va a finire. Le cose ci mettono un attimo a precipitare. Così, qualche pagina più avanti…

Un fante gli passò di fronte: stava scappando. Da due passi più in là Dhèmra gli si avventò addosso con un ringhio e gli piantò l’ascia nella nuca. Non pago, staccò la lama e la calò di nuovo, spappolandogli il cranio prima che quello rovinasse al suolo. Allora roteò su se stesso e notò di essere osservato. Spalancò la bocca e gli rivolse un sorriso ferino, poi rise sguaiato al cielo e corse in avanti.

Veniamo al presente. Ho scritto ulteriori cento pagine – non tutte così, sottolineo; questa è una scena. E ora, finalmente e purtroppo, sono arrivato alla vera resa dei conti tra me e la violenza. Sto cominciando a sprofondare in questa tenebra densa. Inizio a scorgere la frenesia e fiuto il tanfo della follia all’intorno. Non ho alcuna via di fuga per ora…

Bègga Gòlna calò la sua bipenne e tranciò di netto la spalla della maga che gli aveva appena sputato in faccia. La donna strillò per l’ultima volta. Le diede una pedata che la sbatté contro la parete; la testa picchiò con violenza contro il metallo e quella stramazzò ai suoi piedi in preda alle convulsioni. Il Sostituto Comandante si tastò la guancia: merda se bruciava!

«Stronza!» Diede un calcio alla maledetta strega con la punta rinforzata dello stivale in pieno volto, sfondandoglielo. Le convulsioni cessarono. Invece il bruciore aumentò.

Il punto è: devo scendere ancora per almeno cento, centocinquanta pagine in questa spirale. E inizio a percepire le prime grevi sferzate della realtà che calano su di me come un enorme maglio.

Quando si scrive non è mai questione di descrivere, bensì di vivere. E quando patisci la pesantezza delle cose che t’imponi di scrivere, ben conscio che non sei nemmeno lontanamente vicino a ciò che proveresti se le vivessi per davvero, cominci a chiederti cosa dannazione stiamo facendo.

È lì che voglio arrivare: a una risposta sentita. Se io sono lo scrittore e non il lettore, non è sufficiente io inorridisca o vada semplicemente un po’ più in là, immaginando. Devo provare a capire di più. Devo stringere i denti, trattenere il respiro… e sprofondare.

La scrittura ti porta là dove non vuoi veramente andare. Laddove hai pianificato di andare, perché sai che è necessario riflettere a fondo, prima di giungere a una qualche conclusione, per quanto parziale e soggettiva. Altrimenti non puoi chiedere a perfetti sconosciuti di leggerti. Devi dare prima di chiedere.

Il modo in cui uno scrittore dà è sprofondare per ottenere una risposta a ciò che sembra non averne e forse non ce l’ha, ma almeno s’è premurato di cercarla ovunque e con impegno.

Una cosa m’è chiara sin d’ora: pensare che la violenza sia intrattenimento è da alienati.

Questo romanzo chiarirà perché è necessario ricordarsi che tutti, ma proprio tutti, ambiamo a una società sulla falsariga di quella che paleserò nel romanzo successivo a questo. Certo, più o meno consapevolmente, ma tutti. I pacifisti, i guerrafondai, quelli nel mezzo, che se ne fregano e pensano all’happy-hour… proprio tutti.

Lo so, perché sono già sprofondato negli anni passati: abbiamo sempre una scelta. Le divisioni sono pensieri. La realtà è frutto delle malattie mentali di pochi, che influenzano chi non si preoccupa di identificare e quindi dar forma compiuta ai propri desideri reconditi, di conseguenza riflettendo a fondo su ciò che sceglie.

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Ora, considera questa breve riflessione su quanto sto affrontando in queste settimane e mesi di scrittura come un approccio creativo al sottotitolo del brano.

Perché considerare la narrativa di genere “intrattenimento” è svilire lo sforzo creativo necessario a raccontare storie che possano ambire a restare.

Ti dirò, non ho altro da aggiungere.

Se il sottotitolo non ti è ancora chiaro, rileggi il brano dall’inizio, ma fallo pensando a quale sia lo “sforzo creativo” richiesto. Ti ho già detto tutto.

Invece io esco. Necessito di una bella camminata per boschi, affinché questa melma densa e appiccicosa in cui sto sprofondando lasci traspirare i miei pori per un paio d’ore.

Buona giornata a te.

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2 commenti su “Violenza”

  1. Sulle origini della violenza ci sarebbe tanto da dire, ma mi dilungherei troppo.
    Sull’addentrarsi nella spirale di violenza in cui ti stai addentrando nella scrittura, comprendo quello che stai affrontando: è un percorso oscuro, brutale, non è certo divertimento. Un percorso direi anche necessario, perché è anche mostrando la brutalità, facendola vedere, che si può arrivare a comprendere che cos’è l’umanità e come fare perché sia davvero tale e non più bestiale. Perché è questo che è la violenza: bestialità. Ma non perché appartiene agli animali, ma perché è la parte peggiore dell’uomo.

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    • Ti saprò dire alla fine cosa sarà stata, esattamente, questa spirale in cui sto sprofondando. Prima di formulare una qualche sintesi devo viverla sino in fondo e poi, direi, farla decantare.
      Come nota a latere, Mirco, in realtà ciò che avrò da dire lo dirà il romanzo, credimi.
      La sua struttura è chiarissima. E più pagine scrivo, più capisco perché è la scelta perfetta per affrontare questo tema.

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