Vivere la scrittura

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Photo by Sharon Pittaway on Unsplash

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28 Marzo 2021

Ignoravo il come, il cosa e il perché. Vedevo soltanto la chiara cicatrice del sentiero che tagliava di netto la prateria di fronte ai miei occhi. Filava via liscio, quasi con impertinenza, fino a perdersi oltre l’orizzonte.

Non mi chiesi come andare, cosa significasse, né perché farlo. Sapevo soltanto che volevo calcarlo. “Lo voglio”, pensavo. Come qualsiasi adolescente ero assertivo: non ammettevo nulla di condizionale, soltanto l’indicativo.

Quello era il mio sogno: sarei diventato uno scrittore.

Avevo 14 anni, però. A quell’età il tempo non ha grande importanza, scorre in sordina. Non appare una parabola discendente, che a tratti sembra cadere in picchiata e comincia a fischiare, stridente. La vedi come una linea retta, come quel sentiero che taglia la prateria.

Non ti preoccupi, dunque: ne hai tanto, di tempo; ce la farai. Sarà sufficiente. Sempre.

Ero così sicuro d’essere infinito, infatti, che feci del nero su bianco una reale intenzione quotidiana soltanto quando ne avevo già compiuti 19. Volevo anche essere una stella del rock. Perché? Perché sì. Chi ha detto che due sogni siano troppi?

Quando un cinquantenne guarda a quegli anni non può che vedervi una grande dose di spensieratezza. Se tu che mi leggi sei giovane, allora ti rivelo un segreto: la stragrande maggioranza di quelli come me, cinquantenni, vorrebbe averne 20, ma non farebbe mai a cambio tra la “testa” che ha oggi e quella del ventenne che sono stati. Mai.

Non perché quel ventenne fosse sciocco o immaturo. Anzi, racchiudeva in sé tutto il potenziale del presente. Non è quello il punto. Il punto è che l’esperienza conta. Tanto. E il suo valore è inestimabile.

E cosa sarà mai quest’esperienza? Be’, semplice, è la quantità di errori commessi. Ne ho commessi molti più di te, se sei giovane. Non è un misero vanto, è un enorme vantaggio.

Arrivare tutti interi a cinquant’anni garantisce d’aver capito una notevole quantità di cose, direttamente proporzionale alla prorpia esperienza – ovvero a quanti errori hai commesso, sì, cioè quante cose hai dovuto accettare, comprendere, digerire… metabolizzare. Ogni errore che hai fatto tuo ti sei erto un po’ più forte e un po’ più saggio.

Sono forte e saggio, dunque? No.

Lo sono più di quando avevo vent’anni? Dubitarne sarebbe folle. Ma lo dico a te, non a me. Credimi, io non ho alcun dubbio in merito.

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D’accordo, ma cosa c’entra tutto questo con la scrittura? Ancora una volta è semplice: la scrittura è il viaggio, non la meta. E chiamare questo progetto “Vivere la scrittura” parla di questo.

Del fatto che son trascorsi 30 anni – sì, metto il numero arabo, è più chiaro – e sono ancora qui a calcare quello stesso sentiero che tagliava la valle e si spingeva oltre il lontano orizzonte. Non sono ancora arrivato e tu lo capisci da solo il perché, non devo dirtelo.

Vivere la scrittura significa leggere e scrivere così tanto che quella diventa tua espressione e propaggine, parte di te, e non è qualcosa che si possa scindere, senza amputare. Non si tratta, né mai si tratterà di pubblicare. Non sarà mai un solo romanzo. Non sarà mai quel testo che ti uscì male, né quell’altro, di cui sei tanto fiero. Non è nemmeno questa digressione o gli oltre cento articoli dell’anno scorso, né sarà il prossimo post. Sarà tutto e non sarà niente.

Lo scrittore è il racconto, perché se non si vive, non si scrive. Se non scrive, lo scrittore non comprende ciò che vive, non del tutto. È come se gli mancasse una parte. Quindi lo scrittore è mille storie, tutte quelle che sperimenta, quelle che decide di osservare e, infine, soltanto alla fine, quelle che narra. Così come quelle che ha scartato.

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Che confusione, vero?

Forse così appare, perché così è la scrittura: un gran caos che si tenta di riordinare.

La scrittura è una materia olistica. Non è fatta soltanto degli autori che leggi e dei testi che scrivi, né dei professionisti dell’editoria che incontri o delle critiche che ricevi, siano esse lode o dileggio – e tutto ciò che sta nel mezzo.

La scrittura è quella ragazza lì, di cui t’innamorasti perdutamente e con cui non riuscivi nemmeno a parlare. Quell’altra che invece parlava lei e divenne la tua prima volta. La scrittura è la tua timidezza che si fa adulta e finalmente si spiega, matura, e ti lascia un po’ in pace.

A parole ti sferza ancora, ogni tanto, dall’angolo in cui se ne sta quieta. Non è che la scrittura risolva tutto, pur se ti rende consapevole di molto. È così che fa. È per ricordarti che non sei all’altezza; non sempre, perlomeno, e non puoi pretenderlo.

La scrittura è i boschi in cui sei cresciuto, che ti sussurravano o ti trasportavano altrove con quel silenzio da cattedrale a cielo aperto. È gli alberi di cui ammiravi la maestosità: ti parlavano e tu ascoltavi, per poi arrampicartici e osservare il mondo dall’alto, assieme. È le partite di hockey sul piazzale ghiacciato, perché i tuoi miti erano quei nerboruti ragazzoni che ogni tanto si menavano allo stadio del ghiaccio, in un paese tra le Dolomiti ove non accadeva nulla più di una partita di hockey.

Poi accaddero i “Giochi Senza Frontiere” e ancora ti ricordi della tua meraviglia, di quel mondo che brillava colorato, allegro e che sembrava non sarebbe mai finito. Ma, a fine serata, le luci si spensero comunque.

Allora tornavi alla consueta mondanità della Regina delle Dolomiti, che annusavi con sospetto, perché non la capivi. Tu eri quello dei boschi, della neve fresca e delle cime apicali degli alberi, dei jeans sporchi d’erba per sempre. Tu eri il montanaro, i tuoi amici di città una cosa che andava e veniva. Ricordi bene che i tuoi genitori litigavano spesso, da sempre, e che tua sorella s’era presa le prime sbronze. E a casa c’era quell’atmosfera pesante, arrabbiata, che le stava addosso. Per cosa, poi? Soltanto perché voleva vivere.

Per fortuna c’era quella neve candida che brillava dappertutto e ti diceva che, in fondo, la vita era meravigliosa, bastava viverla e dimenticare. Lasciar andare, se solo ne fossi stato capace.

Non avevi quella forza. Tu eri quello che non sapeva spiegarsi. Eri un bambino e pensavi di essere abbastanza forte da vincere le critiche di chi amavi. Eri come un vaso di porcellana, invece, e ancora oggi sei fragile, se ti tocchettano là dove la colla ha attaccato i tanti pezzi in cui ti infansero, pur se senza reale intenzione.

Hai sviluppato delle aderenze. Fa ancora male. Quando accade, pensi alla neve fresca. Basterebbe averne in giardino e gettarne in aria per osservare l’arcobaleno incantare il sole del mattino, dopo una notte passata a cadere soffice.

Non sei più un bambino, però. Vivi in Spagna e di neve non ne vedi da dieci anni, perciò la immagini. Dovresti essere un po’ più forte di così, ti dici. Poi ti ricordi che “dovrei” non si dice, è sconsiderato. Questo tuo sentirti inadeguato è uno sguardo strabico e ti mostra un Andrea che non c’è, deviato, deformato.

Tu sei bello dritto così come sei. Credici. E continua.

La scrittura è anche quando i tuoi amici riuscirono a convincerti a bere alcolici, riducendosi alla disperazione di servirti una caipiroska alla fragola. Poi venne l’avana-cola e sospirarono di sollievo. Con quella ti sbronzasti per la prima vera volta. Ma tu sei tu ed emergi immancabilmente. Hai perso il conto delle volte in cui hai detto di non aver mai vomitato, nemmeno quel Capodanno lì, dopo il nono rum e cola, anche se ci mancò poco. I tipici, effimeri trofei di un uomo come un altro, sollevati al cielo per silenziare i lamenti dell’autostima.

La verità è che non sei mai riuscito a ricordare come sei tornato a casa con la macchina, quella notte. Quando il 2 di gennaio la trovasti, parcheggiata alla perfezione per una qualche congiunzione astrale favorevole, andasti a leggere la targa, perché non credevi fosse la tua, quella Ford Fiesta. Lo era e fissasti il vuoto con un’espressione da punto interrogativo.

Poi ricordi quel tuo amico che ti diceva che la linea continua della strada era ondulata a Miramare, quando anche i serpentelli della zona sanno che è un rettilineo continuo. La cosa ti rinfranca. E ricordi i mesi in cui una tua amica si sbronzava con te, ogni venerdì sera, e finiva sistematicamente per provarci. E tu non vomitavi mai, per cui non accadde mai nulla.

Sai che sei un tipo così: immoto nella tempesta.

La scrittura è quando ti arrivò il contratto dell’Editrice Nord con una lettera scritta da Gianfranco Viviani. La leggesti due volte, poi una terza. Non capivi se ce l’avevi fatta o era soltanto l’inizio. Così com’era facile stringere quel foglio tra le mani, allo stesso modo una folata di vento poteva strappartelo. Così, per sempre immoto nella tempesta, contenevi la gioia, dimentico del quattordicenne che aveva sognato quel primo, significativo momento. Lo soffocasti sul nascere.

Oggi ricordi. Vero, quel momento non tornerà mai più, ma l’importante è essersi ricordati del sogno.

Al tempo eri giovane, avevi 29 anni. Quella cosa era importante, cambiava la vita, anche se non avevi ancora capito in che modo. La comprensione fu un fulmine a ciel sereno. Bastò essere messi in sei, belli lì, in fila, a presentarsi di fronte a chi cinquanta o più anni li aveva già, e ritrovarti subito di fronte a una scelta difficile: silenzio o polemica? Ma tu, nella tua purezza, sei sempre stato un ingenuo. Se ti provocano reagisci con veemenza, puoi raggiungere notevoli picchi d’arroganza, eppure la tua essenza è l’ingenuità.

La scrittura è così. Ti suggerisce la risposta giusta, tu la dai e finisci nel bel mezzo di una tormenta che non t’aspettavi. Non capisci come sia possibile… ma, insomma, sì, capisci. E cominci a rintanarti sempre più, finché soltanto cinque anni dopo hai già voglia di sparire.

Prescelto a 29. Fuggitivo a 34. Una cometa.

La scrittura è anche la sua assenza, infatti. Se l’abbracci, non ti lascia più: tu diventi la scrittura, lei diventa te. La crisi d’identità, quel trascinarsi agonico, e quel schiantarsi al suolo prima d’esserti reso conto che stavi cadendo in picchiata.

Muori dentro e da dentro ascendi, e ti ritrovi a tu per tu con la verità ultima: la scrittura è il viaggio e non esiste alcuna meta. Era un miraggio, una chimera. Non riesci ad accettarlo. Per la prima vera volta in vita tua volti le spalle alla verità e ti fai malissimo. Capisci presto il tuo errore, ma non importa: evitare quel dolore è vitale.

Così la scrittura diventa la vita. Conosci l’amore, quello che pensavi non sarebbe mai arrivato. Conosci il Sudamerica, impari lo spagnolo. Ti sposi, espatri, compri casa, diventi padre… E la scrittura continua a fissarti, torva, perché l’hai abbandonata. L’hai messa nell’angolo come in “The Blair Witch Project”. E la strega sei tu.

«Non hai capito che di me non ti liberi?» mi dice un giorno, mentre fissa le pareti. Il tono è serio, ma calmo. Ha quella calma lì, di chi sa che alla lunga vincerà.

La scrittura è anche precipitare in un burrone e lì, adagiato sul fondo, non capire di essere sì ferito e dolorante, desideroso di dimenticare tutto e tutti, ma che se non prendi l’iniziativa nessuno ti troverà mai. Morirai lì, solo, piangendoti addosso in posizione fetale, patetico e sterile. Di nuovo immoto nella tempesta.

Come quando eri un bambino e ti ferirono giocando ai cowboy e agli indiani. Rimanesti non so quanto tempo disteso sul prato, sperando che la bambina infermiera del gioco venisse a salvarti. Quella che ti piaceva. I bambini continuarono a correre, a scoppiettare le pistole, allegri. E tu lì, disteso e ormai moribondo, per quella che sarà stata almeno un’ora. La bambina non venne.

È da allora che ti butti a terra e finisci per rialzarti da solo, ogni volta facendo finta di nulla.

Immoto, dal fondo del burrone osservi negri cumuli addensarsi all’orizzonte, preannunciati da venti di tempesta. Infine strali di pioggia si abbattono su di te. Ti spingono ad alzarti in piedi, a gridare, ma quando apri la bocca ti rendi conto d’essere muto. Non hai più una voce.

Ti sei dimenticato di chi sei. Sei diventato l’ombra di te stesso. Privo di stimoli, ti trascini da mattino a sera, nonostante tu abbia accanto la meraviglia. Che cosa triste e devastante pensarci, ricordare: vedi la tua fortuna e non riesci a goderne. Sai cos’hai, ma sei catatonico, passivo. Non senti niente.

Niente.

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È in quel momento che la scrittura ti fa un cenno e t’invita a sedere lì, nell’angolo, con lei. Come la raggiungi, appare dal nulla quell’annoso tavolino di vecchia memoria, nell’angolo buio della locanda. Quello che scegliesti ai tuoi inizi, affinché ti rappresentasse nei forum.

Hai trasformato la tua vita in un sottoscala”, pensi.

«Allora, che si fa?» ti chiede la Scrittura.

«Non lo so.» Ti prendi la testa tra le mani.

«Allora te lo dico io.» Non sorride e ha in volto un’espressione grave. Eppure scorgo un luccichio divertito in quegli occhi che m’inchiodano dentro, finalmente giustificando il mio essere immoto. «Ricominci a scrivere.»

Reagisco male. Non se ne parla nemmeno: ho già fallito! Sono un fallito. Non valgo nulla, era tutta un’illusione. Non lo dico, ma la Scrittura sente i miei pensieri.

«È questo che credi di te?»

«Ha importanza?» Sputo quella domanda. Mi sfogo con chi non ha colpa, ma la Scrittura ha le spalle più larghe di me e resta impassibile.

«Non ce l’ha, se ti piace l’idea d’essere già morto», mi risponde.

Socchiudo gli occhi. La stronza ha già deciso di dirmi tutta la verità e nient’altro che la verità. «Taci.»

Sorride e si avvicina mentre appoggia i gomiti sul tavolo. Il suo sguardo mi paralizza. «Pensi sia possibile che la Scrittura taccia? Per chi mi hai preso, per quelle schiere di creduloni là fuori? Perché pensi che sono rimasta qui ad aspettare tutto questo dannato tempo? Perché te?»

«Certo, sono un fottuto genio della letteratura mondiale!» sbotto e mi alzo di scatto.

La bellissima mano della Scrittura m’afferra un polso con una forza incontrastabile. Tremenda bellezza. So che non potrò muovermi, finché non deciderà di mollarmi. Allora la fisso negli occhi neri. Quella mi sorride ancora, splendida come una dea spietata.

«Smettila di prendermi in giro», mi dice. «Hai capito. Dove credi che fossi andata tutto questo tempo?»

Eri dentro di me, penso. Ha ragione. Sono un folle a sperare di giocarla al suo stesso gioco. Mi risiedo pesantemente. «Mi ci vorrebbe qualcosa da–»

«Quello che ti ci vuole non è niente di esterno.»

La studio con intensità, quasi che io voglia trovare una scappatoia a quanto sta per dirmi. Come se fossi convinto di farcela.

«Guardati dentro. Cerca la parte che pulsa e non ha mai smesso di pulsare. Afferrala e non mollarla mai più: è la tua essenza.» Scuote il capo e per la prima volta mi guarda con un bagliore triste. Quella comprensione, il calore che mi trasmette, fa ancora più male degli sguardi precedenti. La Scrittura stinge le labbra, poi le schiude appena. «Non puoi distruggere tutto. Hai già distrutto molto, lo sai, e non potrai rimediare a tutti i danni che hai fatto. Ma puoi smettere di farne. Guarda avanti e ricomincia a ricostruire.»

La mia bocca è semiaperta. Stupore? No, sembra più una mezza protesta. Tuttavia so che non mi lagnerò. Basta, davvero. Stavolta sono io a scuotere il capo, brevemente. Mi viene il magone, ma lo ricaccio in gola. «Come faccio?»

«Passo dopo passo.»

Annuisco a ritmo. «Già. Alla vecchia maniera.»

«Non ne conosco una nuova. È l’unica esistente.»

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2018, mi rialzo con grande fatica. Con alcune domande martellanti che mi tormentano: sono ancora capace di scrivere? Ne ho ancora voglia? Davvero voglio spendere tutto quel tempo di fronte a uno schermo? A cosa serve?

Scrivo un post che considero storico, che finisce con questa risposta storicamente errata: Perché scriverlo, dunque, un altro romanzo? Per poter finalmente smettere di scrivere senza rimpianti.

2019, mi forzo a riprendere un minimo di contatti col mondo esterno. Mi spingo a creare un piccolo corso che parla del mio metodo per velocizzare la produzione. Mi sento un impostore: dopo dieci anni d’immobilismo, ancora incapace di scrivere testo nuovo, mi permetto di dar consigli alle persone su come produrre di più. Li sto sfottendo di brutto!

Eppure una vocina mi ripete una litania pressante: “Falla finita. Tu sei quello che scrisse un romanzo di 450 pagine in sette settimane, avendo soltanto le notti! Falla finta. Falla finita…

2020, comincio ad accelerare. Riesco a rileggere e pianificare la ripresa o riscrittura della mia intera produzione letteraria. In un anno. Note, riassunti, ragionamenti, digressioni, riflessioni, eccetera. Frattanto mi rendo anche conto di quanti danni ho fatto. M’illudo, ma poco a poco mi limito a constatare quanto le mie forze siano limitate. Non posso riprarare tutto. Devo preservare ciò che ho di più prezioso e lasciar andare ciò che invece, ahimè, non posso più recuperare.

Non si recupera ciò che non si riesce più a sentire. Lo so molto bene. Me l’ha insegnato quel burrone. Oltre tutto, non ho alcun diritto di desiderarlo, perché sono fuori tempo massimo.

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La scrittura è questo.

Sutura le ferite con una mano, mentre con l’altra ti conficca lame roventi nella carne. Dolce, tremenda Scrittura.

Oh! Quello che hai appena scritto è ingiusto, lo sai. Hai sbagliato tu, lei non fa altro che seguire il tuo percorso, ricordarti fatti e momenti. Non detta i tempi, ti spinge ad annotarli. Non è lei che fa danni, sei tu.

La Scrittura soltanto li analizza per te.

Con te.

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2021, sono tornato.

Lo scrittore è risorto? Non lo so, non mi sembra lo scrittore che ero. È un tipo nuovo, un po’ sconosciuto. Già. Sono più duro, sono spietato e nel contempo più sensibile. Faccio a pezzi chiunque voglia intralciarmi il passo con pretese francamente risibili, quando un tempo ero restio e mi facevo dominare dalla pancia. Tuttavia sollevo da terra chi cade e do una mano non appena posso. Più che uno scrittore diverso, mi sembra d’essere un uomo diverso.

Migliore? Non ha importanza. Sbaglierò di nuovo. E aiuterò.

In fondo ci ho messo soltanto trent’anni per assimilare che l’unica verità che valga qualcosa è che conta il viaggio, non la meta. Quindi bisogna fare del proprio meglio oggi.

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Cara lettrice e caro lettore, se ti chiedi cosa sia vivere la scrittura, ti ho raccontato del mio esempio. Di come viene il giorno in cui dai un’occhiata al cammino che hai percorso e ti rendi conto che la scrittura ti accompagna da sempre. È l’unica cosa che t’è sempre stata accanto.

Ah, no, scusa l’imprecisione: la scrittura non è “accanto”.

È dentro.


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