Il gran bisogno di leggerezza che c’è

Pretendevo la perfezione sbagliando di continuo, ora sarò perfetto nell'errore. - Intanto dillo, poi ne riparliamo. Forse.

23 Giugno 2020

Non ho mai avuto il privilegio di conoscere il Sig. Blocco (dello Scrittore – pure nobile si crede). Credo uno scrittore si blocchi quando la sua vita non funziona. Il problema non è mai qualcosa che ci fissa da fuori, come una pagina bianca, bensì la confusione che abbiamo dentro.

Vale per chiunque, non soltanto per chi scrive.

Mi sento svuotato…” Sarà capitato anche a te di sentire questa frase. E magari di pensare che sia impossibile. Nessuno è vuoto. Eppure si può perdere il contatto con sé stessi.

Lo so, perché in passato l’ho perso.

Pensi di esserci, ma non ci sei. Non ti guardi più allo specchio e se lo fai vedi soltanto un involucro privo di senso. Un contenitore di carne. E ti comporti come un feretro che s’incazza col mondo perché è stato sepolto.

Anzitutto ringrazia che non ti hanno cremato.

Se sei come me, allora il tuo problema non è bloccarsi di fronte alla pagina, ma mettere un po’ in ordine, darti una disciplina. Evitare di vomitare sciocchezze di continuo, insomma, perché il mondo non è pronto ad ascoltare qualsiasi cosa tu dica. E tutto quel parlare è pure noioso.

Il mondo vuole il meglio di te.

Sì?

Del resto, non mentiamoci, né tu né io possiamo sperare di raggiungere un obiettivo di valore senza dare il meglio di noi stessi. È presuntuoso pensarlo. O forse tu puoi, perché sei il genio che io non sono.

In scrittura sono più i bassi che gli alti, te lo garantisco. E probabilmente lo sai bene quanto me. E non sto parlando della qualità dei tuoi scritti o dei miei, ma della fragile soddisfazione, quella sottile euforia che ogni tanto ci pervade. È così sottile che la smorziamo, per paura che viverla la frantumi come accadrebbe al più delicato dei cristalli. O che una brezza se la porti via.

Eppure non è così. Sono nato pessimista, te lo confesso candidamente. E ho fatto una fatica bestiale per raggiungere un realismo sufficiente a non sprofondare in me stesso e morire soffocato. Ti sto dicendo che la vita abbisogna d’ottimismo? No.

La vita ha bisogno di leggerezza.

Di conseguenza la scrittura ha bisogno di leggerezza. Se sei come me, è il momento di lasciare andare tutto quello che hai dentro e farla finita col perfezionismo, che ne ha uccisi più lui delle guerre. O qualsiasi altra cosa ti “blocchi”: tutte scuse.

Ma non era che il mondo vuole il meglio di te?

No. Era per depistarti.

Ci facciamo troppo male da soli, quando l’unica cosa che ha senso è scrivere, correggersi per un tempo che sia onesto e contato, eppoi farla finita.

Perché bisogna passare ad altro, sai? La vita va… Va via veloce. E ti ritrovi vicino al troppo tardi – anche se non esiste finché morte non ci separi – e senti che ti sta sfuggendo e che ancora non hai fatto niente.

“La vita ha bisogno di leggerezza.”

Cara lettrice o caro lettore, io smetto.

Smetto di pensarci su troppo. Ho qualità che non sono mai riuscito a esprimere appieno per mia responsabilità. E non ha mai avuto a che fare col blocco dello scrittore, ché è una malinteso. Ho sempre scritto e, se per qualche anno non ci sono riuscito, era perché ero sprofondato in me stesso, chiuso a riccio.

Facevo pena io, non lo scrittore che sono.

Non era la scrittura, era la mente che distorceva la mia vita al punto da farla apparire priva di senso. Eppure avevo tutto, anche un sacco di cose da dire. Ma molto di più. Avevo una moglie adorabile e una figlia che cresceva e mi mostrava di che pasta è fatta la vita.

La vita lievita grazie ai sogni ed è più dolce della miglior frutta fresca, ma bisogna saper sognare e gustare. E smetterla di credere che per realizzarsi la via dev’essere lastricata di successi.

Non è vero.

Prima del successo è quasi tutto un insuccesso, altrimenti di cosa stiamo parlando? Non ti pare? E quello che va bene è qualche passetto azzeccato qui e là. Come le poche note più acute di una canzone che va in crescendo, quelle che preannunciano il gran finale.

È il crescendo che conta, ovvero l’esperienza, che è preziosa come poche cose al mondo, infatti.

Se tre quarti di canzone non sono epici, va bene così. Altrimenti l’effetto non sarebbe lo stesso. Il bello sta nell’insieme e nei particolari che lo formano. Tutti necessitiamo di un po’ d’equilibrio, anche le canzoni. Saggezza vuole che si stia in silenzio e in ascolto; e più lo si fa, meglio è.

È un po’ come dire di smetterla di pretendere.

A volte m’è sembrato che la dinamica dei brani musicali mimi la vita, il suo saliscendi, quel gridare e farsi sommessa; quel ridere e quel singhiozzare. Quel farsi via via più intensa. E quel sentire che non si può evitare.

In fondo non puoi prevederne le strofe, ma il ritornello sì.

Ebbene, io la smetto. Mi ficco in testa un ritornello felice e me lo canticchio. Possiamo abbatterci, possiamo vivere sfortune, perfino disgrazie, ma lo sguardo deve restare fisso sull’orizzonte finché ci sarà un domani.

Ne sono sicuro: dietro quell’orizzonte m’attende la meraviglia.

Lo raggiungerò.

· ★ ·

È per questo che ho deciso di ricominciare. Non ne ero sicuro e l’avevo messo in dubbio. Mi ponevo un sacco di domande. Ora lo so che non mi fermerò, non questa volta.

Non parlo soltanto di me: sto parlando con te.

I miei progetti sono qui come mero esempio. Qualsiasi siano le tue aspirazioni, amo l’idea di sapere che stai camminando e non ti sei fermato. E se ti sei fermato, rifletti sulla mia esperienza.

Ci si può rialzare, sempre. È impossibile soltanto se non vuoi.

Ogni passo ci avvicina all’orizzonte. E dopo averlo raggiunto mai indugiare e quindi continuare senza posa, verso un nuovo orizzonte. C’è sempre un’orizzonte un po’ più in là. Non se ne resta mai sprovvisti. Basta sollevare lo sguardo e scrutare lontano.

È vero, io sono caduto e ci ho messo un pezzo a rialzarmi. Eppure, nonostante mi credessi finito, sfatto, oggi sento la mia crescita interiore. Sto accelerando.

Nel 2018 ho ricominciato in sordina coi miei vecchi scritti, annusandoli scettico. Assaggiavo e spilluzzicavo qui e là, chiedendomi se fossi ancora capace di certe cose e nel contempo se avessero senso. Un po’ freddo, un po’ confuso; tutto sommato a caso. Era una fase, e la confusione non era importante, perché dovevo riprendere contatto con me stesso. Ci stava.

È questione di sentirsi.

Se non ti senti, non puoi vivere. Figuriamoci scrivere, che è un’attività accessoria. Scrivere conta soltanto se molte altre cose vanno bene. Altrimenti nel migliore dei casi è una mera consolazione, che fin troppo spesso diventa una frustrazione.

La verità?

L’ho scritto in passato senza convinzione. Adesso è diverso. Ora sento il crescendo. E sono pronto per rimettermi in un posto che era già mio e che ho rinnegato, perché pensavo… Non lo so cosa pensavo e non me ne frega più niente. So solo che dentro di me era tutto sbagliato. Per questo sono crollato.

Riparto da dove ho tristemente mollato. Dal Fantasy. Prima d’ogni altra cosa, sono uno scrittore di romanzi di genere. E chiunque in Italia continui a pensare che non abbiano dignità ha la mia benedizione.

Così sia. Amen.

La vita non è una grammatica, né l’accademia. La vita è viverla per raccontarla, come diceva Luìs Sepulveda – che compiango. Ho dato troppo peso a chi mi criticava e, purtroppo, ero il mio critico più feroce, quando invece avrei dovuto alleggerirmi.

Evito di fare il santone, che mi s’addice. Lungo la strada avrò le mie difficoltà a reggere alcune delle critiche – perché il mio carattere è il mio carattere e non è ancora nato quello che tenta di mettermi i piedi in testa senza che io gli afferri una caviglia e gliela storca (mossa che di solito porta a una contromossa, mentre tento pure di mordergliela…). Tuttavia so che non ho più tempo da perdere. Ho un sacco di cose da fare.

Quali?

Sono un romanziere, quindi sto parlando di romanzi: ne ho cinque da scrivere nell’immediato. Hai letto bene: nell’immediato. Perché i cinque romanzi portano ad altri dieci, rispettivamente. E potenzialmente a molti di più. Non c’è procrastinazione che regga in una situazione simile.

Il tempo dei “se” è finito. Sgombero il campo dai dubbi e scrivo. Sarò leggero, farò del mio meglio. Poi verrà come verrà e godrò di quello che potrò.

Ero quel folle che sperava di vivere di scrittura passando da un capolavoro all’altro. Ora invece ho cinque romanzi da scrivere e pubblicare nel migliore dei modi. E se saranno al massimo buoni andrà benissimo. Punto e a capo.

Pretendevo la perfezione sbagliando di continuo, ora sarò perfetto nell’errore. Fallace fa rima con verace, e non c’è niente di male.

Frattanto vorrei raccontarvi tutto quello che faccio, perché parlarvene m’ispira. Riparto. Qui, oggi. Da domattina faccio piani.

Amico mio, non hai tutto questo tempo…” mi sussurra l’Abisso in cui caddi. Maligna. È il suo modo di aprirsi una breccia, ma ormai ne sono fuori e gli strizzo un occhio. Fa quasi tenerezza.

Be’, vedi, querido Abismo – è un abisso spagnolo – una cosa è certa, starsene lì a dire che non si ha tempo a sufficienza comporta rosicarne ancora un po’. Non soltanto è sterile, è dannoso. La verità è che ne ho tanto quanto basterà.

La scrittura è espressione. Non puoi zittirti soltanto perché non riesci a dire tutto in tempo o nella forma cui tanto ambivi.

Intanto dillo, poi ne riparliamo. Forse.

“Pretendevo la perfezione sbagliando di continuo, ora sarò perfetto nell’errore.”

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