L’assassinio premeditato degli stereotipi

È solo l’inizio della saga de “I Silenzi”, concepita per rivisitare stereotipi, stravolgere la gerarchia, costringere i privilegi alle estreme conseguenze e infine schiacciare le ideologie in favore dell’evoluzione

Photo by Greg Rakozy on Unsplash

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1 Dicembre 2020

L’inizio della mia saga de “I Silenzi” parte da un prologo che mette subito in chiaro qual era – e qual è – il mio approccio alle razze classiche del Fantasy: gli Elfi, i Nani e gli Uomini su tutti.

Nel prologo, tre di essi decidono di sfidare la Rocca dei Silenzi, impresa che appare impossibile. Muoiono miseramente nell’intento.

Qual è il significato di un simile prologo?

I tre, un Elfo, un Nano e un guerriero umano, sono volutamente stereotipati. Con quel prologo volevo subito mettere le cose in chiaro tra i lettori e me.

Volete gli stereotipi? Eccoveli. Godeteveli per qualche pagina.

Poi. Li. Schiaccio.

Volevo scrivere di Nani, Elfi e Uomini… E Non-morti. Volevo prendere il classico che mi aveva cresciuto e, con grande rispetto, rivisitarlo a modo mio.

Poi, come tutti i miei progetti, non feci in tempo a mostrarne l’originalità. Al primo romanzo doveva seguirne un secondo, in cui il mio folle disegno “rivoluzionario” finalmente sarebbe affiorato.

Ahimè, disertai.

Quindici anni dopo

“La Rocca dei Silenzi” è un romanzo di cui sono fiero.

Il prologo lanciava un messaggio chiaro a chiunque ascoltasse con attenzione. Invero per me l’intero romanzo era un prologo. Volevo rompere alcuni schemi prima di cominciare a fare sul serio.

Ai tempi scrivere trilogie s’era trasformata in una moda ridicola. La Rocca era un romanzo singolo.

Un’altra tendenza era diventata quella del “world building” più demenziale, quello in cui l’ambientazione diventava protagonista assoluta del romanzo e ti uccideva di noia. La Rocca lasciava a proposito l’ambientazione sullo sfondo, facendo pure spola ripetutamente, a mo’ di provocazione, tra due soli luoghi: la Torre di Dòthrom e la Rocca dei Silenzi. Ovvero, si faceva beffe anche del “viaggio” di tolkieniana memoria.

Descrissi il romanzo come un “romanzo di personaggi”, perché quello era – ed è – il mio credo. I personaggi venivano prima di qualsiasi altra cosa, così come le persone vengono prima di ogni altra cosa a questo mondo.

Il messaggio venne compreso soltanto in parte. Perché? Tralascio qualsiasi ragione che sia esterna al testo in sé – pur se esistono anche ragioni esterne che causarono il fallimento commerciale del mio romanzo.

Parte dei lettori rimasero delusi perché amavano gli stereotipi, parte perché la rottura con quegli stereotipi era soltanto parziale. Appariva timida – perché ho sempre pianificato sulla lunga distanza.

Tutto vero.

Chiunque se la senta di credermi lo ringrazio e gli dico che era tutto voluto – non il flop, intendo ciò che il romanzo contiene. Forse era troppo rischioso? Sicuramente i fatti dimostrano che lo fosse.

Mi pento? No.

Riprendere un flop: follia!

D’accordo, Andrea, ma… perché riprendere un simile, fallimentare progetto quindici anni dopo? Ha senso?

Uno, perché non lo considero un fallimento. “La Rocca dei Silenzi” è per me il miglior romanzo che io abbia pubblicato. Il flop è commerciale. Al me scrittore importa poco.

Due, perché ho un conto in sospeso col passato – per lo stesso motivo, infatti, in un futuro nemmeno tanto lontano m’imbarcherò nell’imprese di riscrivere la mia trilogia d’esordio; perché voglio continuare anche quella saga, “La Triade”.

Insomma, desidero completare quanto ho lasciato incompleto.

Ora vi spiego perché.

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Ho sempre concepito le mie storie come una serie d’infiniti intrecci, quasi che rappresentassero un tessuto e la trama dei fili formasse l’arazzo.

Ad esempio, i miei personaggi tendono a emergere anche quando non è previsto. Quasi nessuno accetta di essere secondario. Fanno comparsate, ma più d’una volta ritornano lungo il cammino.

Le mie storie non finiscono nemmeno quando la saga è finita. Si percepisce dall’affresco che c’era un prima e ci sarà un dopo. Sento che il mio compito è mettere a fuoco un periodo storico – del mondo fantastico in cui si ambienta la vicenda.

La mia scrittura tende al significato della saga, cioè, non del singolo romanzo, né tanto meno del singolo personaggio. La diretta, frustrante conseguenza è che non sono mai riuscito a comunicare un solo significato nella sua totalità.

È per questo che necessito riprendere ciò che cominciai: per dare finalmente un senso compiuto ai miei scritti. Forse così mi sentirò completo pure io.

Ho avuto molto tempo per pensare a cosa m’è successo, infatti.

Il dolore per il sogno sfumato di diventare un romanziere c’entra soltanto in minima parte – anche perché non è sfumato. A me preme la mia visione, non chi io sia. Per me è importante comunciare ciò che vedo, non chi vedono gli altri in me.

È il mio fine ultimo. Sono nato per raccontare queste storie e chiudere il cerchio significa dare finalmente un senso compiuto ai miei scritti.

Il senso è ciò a cui do valore.

La mia disperazione è stata aver tradito il senso e, quindi, me stesso. Essere stato incapace di comunicarlo. Oggi, superato il pessimismo interiore – e la depressione – fronteggiato e messo al guinzaglio il mio ego, so che non ho tradito un bel nulla.

Ho pagato la mia incapacità d’adattamento. Doveva filare tutto liscio o la mia debolezza m’avrebbe fagocitato. Coriaceo, immutabile nelle mie convinzioni, fragile come il più sottile dei cristalli di fronte al giudizio altrui.

Il mio percorso editoriale si complicò e io non fui sufficientemente forte e nel contempo umile per adattarmi, cambiare direzione e continuare ciò che avevo cominciato.

La mia debolezza ha sepolto viva la mia visione.

Di questo sono complice. Aver premesso il resto a ciò che più m’importava.

Ciò che non ti uccide ti fortifica

Eppure, sono tornato.

Ho preso la vanga e ho scavato e scavato ancora sotto una pioggia battente, coperto di fango. Finalmente, qualche tempo fa, ho dissotterrato la mia visione. Ho pianto quando l’ho stretta in mano di nuovo.

Poi sono rincasato; l’ho lavata, asciugata, vestita con comode stoffe e l’ho guardata dritta negli occhi.

“Scusa”, le ho detto.

Sì, ho chiesto scusa alla parte più vera e viva di me stesso. E le ho promesso che questa volta non scapperò. Sono un’altra persona, migliore, pur se piena di difetti di cui non mi libererò mai.

La saga de “I Silenzi”

La saga de “I Silenzi” è descritta così nella sezione di s3nzanom3.com intitolata La Mano:

“La nostra specie ha problemi secolari e non riesce ad apprendere le lezioni storiche. Quali frutti darebbe una società imperniata su valori inviolabili, rispettati e fatti rispettare senza eccezioni? La saga ha un impianto fantasy, ma ha nel suo DNA una visione assai più ampia e già a partire dal suo secondo libro la commistione emerge.”

Tutto qui? No, anche se a leggere tra le righe non è poco. Ammettiamo, però, che la descrizione è veramente e volutamente generica.

Ho una visione chiara e inequivocabile. Tu che mi leggi, se vorrai, leggerai. Potresti cominciare con “La Rocca dei Silenzi”, se non l’hai già letto. Il seguito è vivo e vegeto e la mia intenzione è pubblicarlo nel 2021.

Ora, riassumo a modo mio ciò che manca della visione d’assieme, senza rivelare quasi nulla, pur dicendo tutto. A cosa ambisco con “I Silenzi”?


I. L’ho già scritto e pubblicato: prendo gli amati stereotipi e, premeditatamente, li assassino.

II. Li rivisito, pur rispettandone l’essenza archetipica – dare importanza alla purezza m’infastidisce da sempre; amo le cose contaminate dalla realtà.

III. Stravolgo la gerarchia – per parlare del diverso e dell’emarginato.

IV. Metto quelli che un tempo erano i privilegiati di fronte ai loro peggiori incubi o, alternativa sgradevole perché ci riguarda tutti, alle estreme conseguenze del loro pessimo atteggiamento.

V. Non contento, li declasso, perché da ideali nel tempo son diventati ideologie. Non credo alle ideologie, ma all’evoluzione. È mio preciso intendimento confutare qualsiasi ideologia perché le ideologie sono i boia della libertà di pensiero.


Mi fermo qui, ma c’è dell’altro. Delineo in breve quando avverrà quanto sopra descritto.

La Rocca dei Silenzi affronta il primo punto e timidamente il secondo, come detto.

Il giorno dopo affronta il secondo punto, presenta il terzo e tratta in parte il quarto.

La Guerra dei Venti rafforza il terzo, evidenzia le più dure verità del quarto e dà finalmente corpo al quinto.

Terremoto (titolo molto provvisorio) è il quarto romanzo della saga, quello che dovrebbe chiudere il cerchio.

Ce n’è di strada da compiere, ma la visione è qui, accanto a me, m’accompagna. Beviamo spesso un caffé assieme e ci capiamo alla perfezione. Mi mancava, vecchia amica.

Datemi un po’ di tempo e ve la presenterò.



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2 commenti su “L’assassinio premeditato degli stereotipi”

  1. Di tempo ne è passato da quando ho letto La rocca dei silenzi, ma non ho percepito in quelle pagine il desiderio di distruggere gli stereotipi. Naturalmente, essendo di là dalla barricata, non si può sapere sempre quali sono le intenzioni dell’autore.

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    • Come suddetto, gli stereotipi vengono massacrati all’inizio. Nel prosieguo del romanzo i personaggi prendono il sopravvento sulle razze. Non c’è reale suddivisione, demarcazione e tutto si riduce a un manipolo d’individui. Quindi, come scritto, nella Rocca la rivisitazione reale è di là dal venire. È timida e, certo, impercettibile – anche se il fatto stesso che non sia così marcata è un indizio.
      È con “Il giorno dopo” che affiora del tutto, perché la saga finalmente si apre all’ambientazione. La Rocca, come detto, era un grosso prologo, angusto.
      La Nord aveva già in mano l’intero canovaccio de “Il giorno dopo” quando uscì la Rocca. Piaceva, ma con quelle scarsissime vendite non se ne fece nulla.

      Importa poco, come detto, ci penserò io a finire quanto iniziato. E il discorso sugli stereotipi sono soltanto l’inizio…

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